Imprenditoria. In tempo di crisi, è roba da donne

DAL SOLE 24 ORE SUD. Nel Mezzogiorno, un’impresa su tre è guidata da una donna. Emblematico il caso della Puglia: le attività femminili incidono sul totale per ben il 24%

Tengono la crisi e, anzi, la cavalcano. Sono le imprese capitanate da donne quelle che, secondo i più recenti studi economici, reagiscono meglio alla congiuntura negativa. Al di là di ogni facile celebrazione, è proprio questo il quadro che emerge dal secondo Rapporto nazionale sull’imprenditoria femminile, “Imprese in genere”, realizzato da Unioncamere con la collaborazione del Ministero dello Sviluppo Economico e del Dipartimento per le pari Opportunità. Al 31 settembre 2010 le donne che a diverso titolo gestivano un’azienda rappresentavano oltre un quarto (il 26,8%) del totale. Un dato che getta nuova luce sulla partecipazione delle donne alla vita delle imprese: si registra infatti un incremento di quasi cinque punti rispetto a quello rilevato nel 2005 e dell’1,2% rispetto al 2009. L’incidenza femminile tra gli imprenditori è destinata a crescere, considerando che tra le oltre 53mila imprese nate nel 2009 in Italia, una su tre è guidata da una donna. Inoltre le imprese femminili dimostrano di saper “tenere” di più rispetto a quelle maschili. Se nel 2009, infatti, il numero dei piccoli imprenditori individuali si è ridotto dello 0,91%, le donne hanno limitato le perdite allo 0,84%. Nel biennio 2007-2008 le titolari di ditte individuali sono inoltre rimaste stabili, evidenziando potenziali peculiarità dell’imprenditrice che, pur alle prese con la mancanza di servizi a sostegno della conciliazione della vita lavorativa con quella familiare, dimostra capacità strategiche e gestionali che si manifestano negli strumenti utilizzati e nelle soluzioni adottate per incoraggiare la crescita e l’accesso al mercato. Nel 2010 il numero di donne che svolgono un ruolo nelle imprese italiane è addirittura tornato a crescere (+1,2% rispetto al 2009), oltrepassando per la prima volta la soglia dei tre milioni di unità. E’ al Sud poi che si registrano i migliori ‘tassi di femminilizzazione', pari al 26%, un dato di gran lunga superiore alla media nazionale del 23,3%. A tenere alta la media del tasso di femminilizzazione delle imprese al Sud nel 2010 è la Basilicata (27,9%), seguita dalla Campania (27%), Calabria (24,9%) Sicilia (24,7%) e Puglia (24%). Il tasso di femminilizzazione è un dato particolarmente interessante perché ribalta il punto di vista sulla presenza di realtà imprenditoriali in un territorio, non considerandola su una base strettamente numerica ma di incisività sul totale. E’ significativo il caso della Puglia che, se ospita sul proprio territorio solo il 6,5% delle imprese femminili italiane – che per il 30% si trovano nelle tre regioni con maggiore presenza imprenditoriale (il 13,5% è in Lombardia; il 10,5% in Campania; il 9,9% nel Lazio) -, scala invece la classifica relativa al tasso di femminilizzazione, con la buona percentuale del 24% ( dove invece in coda alla classifica si trova la Lombardia con il 20%, in testa, al contrario per numero totale di imprese). Quindi in generale il tessuto imprenditoriale al Sud si tinge di rosa più che nel resto d’Italia: al Centro il tasso di femminilizzazione è del 23,8%, mentre al Nord Ovest si ferma al 21,6% ed al Nord Est addirittura al 21,2%. Intanto in Puglia la Consigliera di parità regionale Serenella Molendini ha avviato una campagna di sensibilizzazione perché le aziende sottoscrivano la “La Carta per le pari opportunità e l’uguaglianza sul lavoro”: si tratta di una dichiarazione di intenti per la diffusione di una cultura aziendale e di politiche delle risorse umane libere da discriminazioni e pregiudizi. “Ma la strada della parità nei luoghi di lavoro è ancora molto difficile – dice Serenella Molendini. Basti pensare allo stop che il Senato ha imposto al Ddl Golfo (PDL) – Mosca (PD) sulle quote di genere, che avrebbe riservato alle donne il 30% dei posti nei Consigli di Amministrazione e nei Collegi sindacali di società quotate e municipalizzate. Sappiamo che i dubbi sono stati espressi da grandi associazioni come Confindustria, Abi e Ania, ma credo che non ci siano valide motivazioni di principio. La verità è che qualora fosse approvata nel testo originario, questa legge farebbe entrare nell'arco di tre mandati 752 donne nei cda delle quotate e oltre 3000 nelle partecipate. Un vero balzo in avanti per la democrazia”. (articolo pubblicato sul Sole 24 Ore Sud del 23 marzo 2011)

Articoli correlati

Leave a Comment