Come tante Giovanna d’Arco

Lecce. Un pomeriggio nel carcere di Borgo San Nicola, a festeggiare con le detenute la festa delle donne. Storie di libertà e di liberazione, nonostante tutto

LECCE – “Per camminare sempre con la testa alta”. Simona (il nome è di fantasia) muove i passi incerti sul tavolaccio del proscenio e ride, ride, rossa in volto. E poi piange. Ride e piange per le risate. E non capisci più. La sua è già una vittoria. Con lei altre dieci detenute nel carcere borgo San Nicola mettono in scena una farsa ispirata alla storia di Giovanna D’Arco, che è la storia di tutte le donne, che vogliono compiere imprese impossibili e che per farlo devono affrontare l’impresa più impegnativa di tutte: affrontare gli sguardi di scherno e di compassione, poi di disapprovazione e poi di riprovazione, fino alla condanna. Uomini contro donne e donne contro uomini e poi contro tutti. Ma soprattutto contro il lato oscuro di sé, da capire, con cui convivere, da dominare, ‘per camminare sempre con la testa alta’. Lucia, dopo aver declamato questa frase, lancia sul pubblico, folto, della sala teatro del carcere Borgo San Nicola, un mazzetto di fiori gialli. Nelle ultime file, le loro compagne di cella si lasciano andare ad un applauso scrosciante: grida di incitamento e lacrime di commozione. Libere, per poco, sul palco e in platea. Poi si lasciano andare alla musica: canti e balli. Si scatenano e un po’ sono compiaciute dal sapere che ci sono gli spettatori, noi, tante donne, operatrici sociali, avvocate, anche la sostituta procuratrice Cristina Maria Rizzo, l’assessora alle pari opportunità della provincia di Lecce Filomena D’antini Solero, la vicepresidente della regione Puglia Loredana Capone, noi, che sorridiamo che le guardiamo come pesci fuori d’acqua. I pesci fuor d’acqua siamo noi. Per poche ore, però, ieri pomeriggio, l’acquario di Borgo San Nicola si è riempito di orgoglio, rosso, come il vestito di Teresa che faceva la ruota sul palco e i suoi capelli ricci, neri, lunghissimi, diventavano un’aureola tutt’intorno, fieri. O come Maria, che cantava le canzoni napoletane con una voce tuonante e profonda, di pancia, a darci un pugno nello stomaco, arrivando dentro, dove l’immaginazione finora non era arrivata. Sorride la direttrice Anna Rosaria Piccini: non tralascia di ricordare che si fa tutto in economia, perché i soldi son sempre meno e i detenuti sempre più. Le volontarie e le loro mani tese fanno il resto, che poi è il tutto. Alla fine il trenino e la torta mimosa. La più dolce, la più amara. Ci regalano le ‘presine’ realizzate dal laboratorio ‘Made in carcere’, diretto dalla travolgente ‘ape regina’ Luciana Delle Donne. Andiamo via, a mani piene. ‘Sciamune a casa noscia’. Lo sento dire da più donne. E la sensazione è proprio quella, per tutte. La consapevolezza che torniamo a casa dopo essere state a casa, da amiche. Solo più sfortunate. E questo lo vedo su tutte le facce. Ed è rimasto lì un pezzo dei miei pensieri, stanotte. Articolo correlato: Le donne 'oltre i fornelli'. Storie di successo e di possibilità (7 marzo 2011)

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