Mediterraneo in fiamme: 'Europa timida'

Bari. Dal Bureau politico della Commissione Intermediterranea della Conferenza delle regioni periferiche marittime, riunitosi nel capoluogo, parte un appello per la mobilitazione delle Regioni

Il Mediterraneo sta vivendo gravi problematiche politiche, umane, economiche e sociali con le rivolte che affliggono Tunisia, Egitto e Libia. L'Europa, incapace di parlare con una sola voce, appare defilata. Sono le regioni, con il loro ruolo decisivo, a dover creare integrazione. La coesione territoriale è, infatti, un principio politico fondato sulla cooperazione e sulla solidarietà tra i diversi territori su diversi livelli di intervento, ma è anche un obiettivo operativo che si concretizza attraverso l’operato strategico delle regioni. “Siamo di fronte ad un cambio d’epoca. Il vecchio mappamondo non esiste più. Sono i ragazzi della generazione di internet che da Tunisi a Marrakesh, da Tripoli a Il Cairo stanno cambiando la storia del mondo. Noi dobbiamo camminare verso un nuovo continente Euromediterraneo”. Lo ha detto il presidente della regione Puglia Nichi Vendola intervenendo questa mattina al Bureau “Per una strategia mediterranea integrata” organizzato a Bari dalla Commissione Intermediterranea della CRPM alla presenza dei rappresentanti della Commissione Europea e del Governo centrale. “Penso che oggi vada rifondata l’idea di europeismo alla luce del dialogo delle civiltà e delle culture – ha aggiunto Vendola – il vecchio europeismo si è spento nella sua prosopopea monetaria. L’Europa dovrebbe ripensare se stessa, dovrebbe accelerare il processo di autoriforma. Forse la si dovrebbe immaginare come sistema di welfare unitario, come sistema fiscale unitario, come modello di difesa unitario, come un’Europa federalista così com’era nel manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli. L’Europa dovrebbe smettere di atteggiarsi con venalità nei confronti di quei popoli che legittimamente fanno parte integrante della nostra storia e della nostra cultura. I Balcani occidentali e la Turchia possono essere una chance per restituire vitalità e anima a un continente talvolta spento”. Vendola immagina anche un’Europa più coraggiosa nei confronti di tutti i paesi del Mediterraneo. “Credo che associando all’Unione Europa per esempio Israele e la Palestina si possa dare un contributo alla ripresa del dialogo di pace”. E poi ancora “occorrerebbe essere più caldi nei confronti delle battaglie di libertà che oggi sono concentrate nella martoriata terra della Libia”. Un’Europa così disegnata per il presidente Vendola “può tornare al centro della scena del mondo” “Il Mediterraneo – ha concluso il Presidente – sta tornando dal punto di vista economico e commerciale al centro della scena del mondo, così l’Europa può essere il luogo i cui i diritti individuali, i diritti sociali, i diritti umani si coniugano rendendo, per questo, bello e buono questo continente”. Per l'assessore al Mediterraneo, Silvia Godelli, ciò che maggiormente allarma, “è la divaricazione che si sta creando tra un’opinione pubblica allarmata in modo del tutto ingiustificato, e il tentativo dietro le quinte di organizzare interessi forti camuffati da una petizione di democrazia; per montare a cavallo di eventuali nuovi organismi di governo nei Paesi in crisi ed essere pronti a siglare nuovi accordi”. “Quello che non si percepisce ancora – ha proseguito la Godelli – a livello di politiche dei Paesi che compongono l’Unione europea, e che sono invece aspetti molto chiari nella consapevolezza delle Regioni, è che si tratta di un processo strutturale non soltanto legato ai Paesi in cui sono in movimento segmenti larghi di popolo, ma legati ancora di più a nuovi rapporti che si vanno a creare in aerea mediterranea”. “Se si pensa di intervenire – ha concluso la Godelli – soltanto con i richiami ai bisogni di tutela dei diritti umani, o con i meri richiami che mettano in discussione, ovviamente, la violenza nelle risposte (soprattutto per quanto riguarda la Libia), vuol dire che i Paesi che intervengono sono ancora di gran lunga al di sotto della consapevolezza di quello che sta succedendo. Questa è la maniera in cui un pezzo di mondo, centrale peraltro nelle visioni politiche, risponde alla crisi della globalizzazione. È una risposta che va misurata in termini di politiche globali e regionali, non in termini di appelli alla democrazia o di raccomandazioni alla misericordia. Questo è ciò che più ci allarma in questa fase: la sottovalutazione di quello che sta accadendo”.

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