L’idea di riaprire la pagina del tema nasce dagli ennesimi sviluppi giudiziari, chissà se di carattere definitivo, di questi giorni. Nel fondo degli occhi e in seno all’immaginario d’un terrone ragazzo di ieri e, più in generale, nella semplice e schietta visione e suggestione della gente del Tacco, Avetrana è sempre apparsa alla stregua di sito lontano, méta misteriosa, posto estraneo e avulso rispetto alle naturali e familiari luci e ombre fra mattino, giorno e notte, allo stesso scorrere del calendario e delle stagioni. Intanto, un paese fuori provincia, prima tappa, è vero, del confinante ambito territoriale tarantino e, però, distante un abisso, quasi un’eternità di spazio e di tempo, dall’ultimo avamposto leccese, ossia Nardò. Due centri, collegati sì, l’uno all’altro, dalla statale “Salentina”, ma separati da un nastro d’asfalto di ben trentadue chilometri. In mezzo, fino agli anni cinquanta/sessanta, il latifondo disabitato e, soprattutto, la “macchia d’Avetrana”, estensione vegetativa del genere sotto bosco, fitta, una volta parzialmente inesplorata, non a caso eletta a nascondiglio e rifugio da parte di loschi interpreti del malaffare, rapine, aggressioni. Solo in un secondo tempo, grazie alla riforma fondiaria, quelle plaghe hanno gradualmente preso a popolarsi, dapprima con case coloniche spuntate e disseminate sui singoli poderi della piccola proprietà contadina, poi attraverso un vero e proprio agglomerato paesano, Boncore. Tuttavia, continuava a sembrare interminabile il percorso delle mitiche autovetture Fiat 1400, cariche di poveri “ppoppiti” (abitanti del Capo di Leuca) migranti verso il Metapontino, per lunghi periodi di duro lavoro nella coltivazione del tabacco. Così, essenzialmente, si fissava ed era recepita l’identità di Avetrana. A titolo di cornice, in concomitanza con i primi tempi dell’impiego di chi scrive nel capoluogo ionico, un fortuito tassello di riferimento correlato: l’assunzione di un giovane collega di Soleto (Lecce), il cui fratello maggiore, qualche anno prima, aveva, a sua volta, lasciato il paese natio, trasferendosi, guarda caso, ad Avetrana, per assumere l’incarico di direttore della locale banca. E il giorno d’oggi, cos’è, come si pone Avetrana? Beh, pur con i cambiamenti intervenuti negli ultimi decenni e tranne qualche saltuario intermezzo di discorsi, congetture, ipotesi e para progetti che vorrebbero la realizzazione, sul suo territorio, di una centrale nucleare, nella sostanza, lo scenario della località non si presenta granché rivoluzionato. Come dire, “permangono” tutti i trentadue chilometri di distanza sopra accennati, sebbene, ora, occorra decisamente meno tempo per coprirli. Sennonché, purtroppo, fulmine a ciel sereno, nel pieno dell’ultima torrida estate, si è consumata la tragedia, la misera fine della quindicenne Sarah, evento che, a causa della bulimia e invasività dei moderni media, ha finito col fare di Avetrana un macabro palcoscenico di spettacolo e di coinvolgimento collettivo senza confini. Laddove, clamore e commenti a parte, nella fattispecie, esiste un unico, vero motivo per riflettere: la fine della ragazzina dal volto tenero è stata segnata in un degrado, anzi sconvolgimento, di relazioni addirittura familiari, dietro la molla del dualismo, di contrasti, della gelosia, al cospetto e/o prospettiva di un abbrivio affettivo, per la vittima, verosimilmente, appena sbocciato. Amaramente, nella veste di “esecutori”, sembrano in gioco alcune persone vicinissime, giovani e non, della piccola sventurata. Una trama che, anche in situazioni di menti e cuori disincantati e disillusi, non può non portarsi dietro, obiettivamente, un alone di sgomento e iniettare flussi di sconforto e mestizia. Si permetta, altro che mela di Elena, fra Menelao e Paride, qui, senza interi eserciti di caduti e immolati, ma, alla luce dei tanti, ormai quotidiani casi di azioni ed eventi criminosi e spietati, si è di fronte ad una immane strage di valori e di civiltà. Bisogna ammetterlo con forza e soffrirne dentro. Lecce, 25 febbraio 2011 Rocco Boccadamo
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