Omicidio Giannone. Un collaboratore di giustizia: avvisai delle intenzioni dell'assassino

Lecce. Per Antonio Vinciguerra, ex affiliato dei Casalesi, le sue dichiarazioni sarebbero state raccolte in alcune deposizioni e verbalizzate, ma mai trasmesse alla Direzione distrettuale antimafia del capoluogo salentino

L’omicidio di Antonio Giannone, il venticinquenne ucciso con due colpi alla testa il 6 aprile del 2009 nei pressi dell'appartamento della sua compagna, poteva e doveva essere evitato. Ad affermarlo è Antonio Vinciguerra, ex affiliato al clan dei Casalesi oggi collaboratore di giustizia. Il pentito di origine campane è stato ascoltato come teste nel processo a carico di Franco Ventura, l’uomo accusato di concorso in omicidio per aver procurato l’arma del delitto e aver offerto protezione durante la latitanza a Gianpaolo Monaco, 34enne leccese detto “coda”, reo confesso dell’omicidio Giannone e già condannato all’ergastolo a seguito di giudizio abbreviato. Ai giudici della Corte d’Assise di Lecce, Vinciguerra ha raccontato, in videoconferenza dalla località segreta in cui si trova, che fu proprio Monaco a contattarlo un mese prima dell’omicidio chiedendogli un’arma con cui avrebbe dovuto ammazzare un tale Giannone di Lecce. Il collaboratore di giustizia ha spiegato che a seguito di tale richiesta, avvisò immediatamente gli uomini del Servizio centrale di protezione (un organo speciale del Ministero dell’interno che provvede all'attuazione dei programmi di protezione e di assistenza dei collaboratori di giustizia), in particolare un maresciallo e un tenente dei carabinieri. Le dichiarazioni di Vinciguerra sarebbero state raccolte in alcune deposizioni e verbalizzate, allegando anche la copia dei messaggi che Monaco aveva inviato all’ex affiliato dei casalesi. A Vinciguerra, gli uomini dell’Arma avrebbero detto di distruggere la scheda su cui l’ex killer, uomo vicino al clan Cerfeda e ritenuto da fonti investigative uno degli elementi più pericolosi della Sacra Corona Unita, lo aveva contattato. Pochi giorni dopo Vinciguerra sarebbe stato prelevato dagli uomini del Servizio centrale di protezione durante la notte e trasferito in una nuova località protetta. Le dichiarazioni shock del collaboratore di giustizia hanno provocato la reazione dei genitori di Antonio Giannone, presenti anche oggi in aula. Dichiarazioni che, una volta verificate, potrebbero scatenare una serie di interrogativi e sviluppi investigativi. Resta da capire, infatti, come mai i verbali delle dichiarazioni di Vinciguerra non sarebbero mai stati trasmessi alla Direzione distrettuale antimafia di Lecce e perché i controlli su Giampaolo Monaco, che all’epoca era un collaboratore di giustizia, non sarebbero mai stati rafforzati, permettendogli così di evadere, qualche giorno prima dell'omicidio, dalla località segreta in cui risiedeva. Dopo aver contattato Vinciguerra, infatti, “Gianni coda” avrebbe chiesto l’arma per compiere la propria vendetta prima ad un'altra persona e poi a Franco Ventura, conosciuto tempo addietro nel carcere di Ferrara. Una tesi, quest’ultima, che saranno i giudici a dover accertare. Sul banco dei testimoni, nel corso dell’udienza, è salita anche l’ex compagna di Giannone. I due si trovavano assieme, nell’abitazione della donna in via Terni, nel popolare quartiere della 167 leccese, quella tragica sera di inizio aprile. L’ex compagna della vittima ha ricostruito con voce ferma e sicura quei drammatici momenti. Ai giudici la donna ha raccontato che ad agire, contrariamente a quanto raccontato da Monaco, sarebbero state due persone. A sparare, dopo che Giannone aveva aperto la porta di casa, sarebbe stato proprio l’ex killer dei Cerfeda, che avrebbe esploso due colpi all’indirizzo del venticinquenne. Dopo l’omicidio Monaco si sarebbe allontanato a piedi, senza alcuna fretta. Il presunto complice, che la donna ha affermato di non aver riconosciuto anche perché indossava una specie di cappuccio, si sarebbe, invece, dato a una fuga precipitosa. Dichiarazioni dunque in aperto contrasto con quanto affermato da Gianpaolo Monaco nella scorsa udienza, in cui raccontò che sera del 6 aprile si sarebbe recato da solo, con la macchina della sorella, a casa della compagna di Giannone, indicatagli dal fratello. La sua, secondo la fredda logica delle leggi criminali, sarebbe stata una vendetta terribile e spietata: “Ho ucciso Antonio Giannone perché non accettavo che se la prendessero con la mia famiglia a causa della mia collaborazione con la giustizia – ha dichiarato Monaco in quella circostanza –. Temevo per la loro incolumità e ho agito da solo”. Articolo correlato Il terribile racconto del killer: così ho ucciso Giannone (19 novembre 2010)

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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