Ambulatori privati. In Puglia è caos

DAL SOLE 24 ORE SUD. La Regione Puglia rivoluziona i criteri per l'assegnazione del budget annuale alle strutture private convenzionate ambulatoriali

BARI – In pieno marasma “piano di rientro da 500 milioni” l’assessorato alla Salute della Regione Puglia rivoluziona i criteri per l'assegnazione del budget annuale alle strutture private convenzionate ambulatoriali (Dgr 1500 del 25 giugno 2010). La ragione deriva da una segnalazione dell'Autorità garante della concorrenza che risale al 2008 in cui si rimproverava alla Regione di utilizzare un sistema di ripartizione dei fondi “cristallizzando le posizioni storiche degli operatori, producendo ingiustificate alterazioni delle dinamiche di mercato”. L’Antitrust concludeva auspicando “l’instaurarsi di condizioni concorrenziali”. La Regione ha inteso quindi agevolare la libera concorrenza attraverso una “perequazione” dei budget assegnati, con un trasferimento di risorse da strutture di dimensioni maggiori verso operatori più piccoli. Senza quindi un reale riconoscimento della qualità e del livello tecnologico delle aziende e delle ricadute occupazionali che in alcuni casi hanno già prodotto cassa integrazione e licenziamenti. L’obiettivo è avvicinare i servizi sanitari convenzionati ai cittadini. Tommaso Fiore, assessore regionale alla Sanità, fa sapere che i ricorsi al Tar sono già una trentina e che sono destinati ad aumentare. I tagli sulle spese totali non superano il 2%, mentre l’effetto per le singole imprese – fa sapere il neo costituito Comitato per la libera scelta in sanità, che annovera una cinquantina di strutture convenzionate – è devastante, con alcuni casi limite in cui si registrano per i “piccoli” aumenti del tetto di quindici volte e per i “grandi” abbattimenti dell’80%. Il criterio con cui si sono ridistribuiti i tetti di spesa è la mera posizione geografica, cercando di ‘spalmare’ il budget sull’intero territorio, evitando posizioni forti. Ma che i piccoli non siano in grado di spendere l’improvviso portafoglio a disposizione, lo dimostra il fatto che oggi su un tetto annuo di 82 milioni, il 16% risulta ancora non impiegato. Tredici milioni su base regionale che i “piccoli” non hanno ancora speso, mentre i “grandi” hanno già esaurito in funzione della libera scelta del paziente. Il provvedimento regionale è stato poi recepito da ciascuna Asl in modo diverso. Brindisi è l’unica a non aver dato immediata esecuzione per l’anno in corso, pianificando però sin d’ora i programmi di attività 2011. Bari e Taranto lo hanno interpretato nella maniera più traumatica – prova ne è che le liste d’attesa sono aumentate – valutando la retroattività del provvedimento per le prestazioni già erogate nei mesi di gennaio-settembre 2010. L’Asl di Lecce, temendo di perdere gli inevitabili ricorsi (lo ha scritto nero su bianco nella delibera correttiva) ha ritirato il principio di retroattività, applicando i nuovi tetti a partire dall’ultimo trimestre dell’anno. (pubblicato sul Sole 24 ore Sud del 17 novembre 2010, in allegato)

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