Lirica. Don Pasquale, l’inesorabile scorrere del tempo

GUARDA I VIDEO. Uno strepitoso “Don Pasquale” per la 42esima Stagione Lirica della Provincia di Lecce. Che si dimostra degna d’aver dato i natali a Tito Schipa

di Fernando Greco video di Daria Ricci foto di Claudio Longo LECCE – Tra schiette risate e fugaci lacrime, si può affermare con soddisfazione che per una volta Lecce si sia dimostrata pienamente degna di esser la città natale di Tito Schipa, artista di fama immortale del cui nome troppo spesso ci si riempie la bocca a sproposito. E invece il bellissimo “Don Pasquale” allestito in seno alla 42° Stagione Lirica sarebbe di certo piaciuto a colui che di quest’opera fece uno dei suoi cavalli di battaglia, poiché lo spettacolo andato in scena il 4 febbraio scorso si è rivelato sotto ogni aspetto all’altezza di tanto passato. Parlando di Schipa non si può non partire dall’analisi del tenore, ovvero Mario Zeffiri, approdato sul palcoscenico del Politeama dopo aver inaugurato la Stagione 2011 del Maggio Musicale Fiorentino interpretando il medesimo ruolo di Ernesto. A Lecce il cantante è stato una vera delizia per l’udito: se il suo timbro vellutato può valergli la definizione di “tenore di grazia”, la sua formidabile tecnica gli ha consentito di spingersi con sicurezza nella zona acuta, garantendogli un volume che riempiva il teatro anche nei pianissimi. Senza dimenticare la sua tenera presenza scenica, complice l’intelligente regia che ha fatto di Ernesto un pittore svagato e sognatore, rendendo del tutto credibile l’innamoramento di Norina. Veniamo così ad occuparci della regia di Francesco Bellotto, che ha dato senso ad ogni momento della commedia senza mai risultare banalmente didascalica. Se Donizetti pretese per il debutto un’ambientazione a lui contemporanea (1843), Bellotto ha ambientato la vicenda all’epoca dei suoi nonni, ossia nel primo Novecento, avvalendosi dei bei costumi di Cristina Aceti. Deliziose alcune presenze insolite, come quella del cugino Carlotto, finto notaro, interpretato efficacemente da Giorgio Schipa, che per tutta l’opera si gingilla con una macchina fotografica, o quella del maggiordomo e delle due cameriere, che all’inizio del secondo atto danno l’addio ad Ernesto facendo il funerale al pesce rosso regalatogli da Norina e sadicamente ucciso da Don Pasquale. Le scene di Angelo Sala hanno un impianto girevole che dall’alto ricorda un orologio, e come un orologio scandiscono l’inesorabile flusso del tempo per il settantenne Don Pasquale, che dopo l’illusione di una nuova giovinezza viene riportato alla sua realtà di vecchio decrepito da un sonoro ceffone, mentre fa capolino una lugubre sedia a rotelle spinta da un’infermiera altrettanto spettrale. Nel ruolo del titolo Lecce ha avuto l’onore di ospitare il basso Simone Alaimo, di certo il più famoso Don Pasquale attualmente in circolazione, con alle spalle quasi quattrocento recite di quest’opera effettuate in tutto il mondo. Il grande cantante siciliano non ha deluso le aspettative nemmeno stavolta, galvanizzando l’attenzione del pubblico grazie ad una prova magistrale come sempre. Di Alaimo si può semplicemente confermare che ora più che mai egli “è” Don Pasquale, e non soltanto per il suo aspetto fisico reso oggi più credibile da qualche chilo in più e dai capelli bianchi: attualmente il cantante ha raggiunto in questo ruolo una maturità interpretativa senza pari, che gli permette una perfetta aderenza psicologica ai turbamenti che investono colui che prende consapevolezza della propria impotenza dinanzi all’inesorabile scorrere del tempo. Se a ciò aggiungiamo il fatto che la sua voce sia ancora intatta, potente e precisa, non rimane che augurargli altri trent’anni di carriera costellati da altri quattrocento Don Pasquale. Nei panni di Norina, il soprano Roberta Canzian ha aggiunto un nuovo cammeo accanto ai numerosi ruoli interpretati a Lecce negli ultimi dieci anni, per i quali il pubblico ha imparato a conoscerla ed amarla. Scenicamente irresistibile e dotata di un timbro vocale baciato dalla natura e ancora freschissimo, con gli anni la cantante ha imparato a gestire la propria vocalità con lodevole intelligenza: se da un lato la sua interpretazione ha valorizzato la bellezza dei momenti più apertamente lirici, dall’altro ha evitato eccessive frequentazioni delle zone più acute del pentagramma, risultando sempre omogenea e gradevole. Nel ruolo dell’intraprendente Dottor Malatesta ha debuttato a Lecce il baritono Vittorio Prato: forte della sua esperienza nell’ambito della musica antica e barocca, il giovane cantante di origine leccese ha approcciato il belcanto con spavalderia, esibendo agilità vocali sempre precise, in parallelo con il giusto phisique du role ed una notevole vis comica. Molto frizzanti e piacevoli dal punto di vista scenico e vocale gli interventi del Coro Lirico di Lecce, istruito da Francesco Pareti. La bacchetta di Alfonso Scarano ha ottenuto dall’Orchestra “Tito Schipa” di Lecce momenti di insolita morbidezza alternati a sonorità talora eccessive che sovrastavano le voci.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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