Concorso in omicidio. Il processo all'ex poliziotto non sarà ricelebrato

Lecce. La Corte d'appello ha rigettato la richiesta di revisione della sentenza del Tribunale di Bari. Antonio Carrozzo, ex sovrintendente di polizia, ha comunque già scontato la condanna a 23 anni

LECCE – Il processo d’appello ad Antonio Carrozzo, l’ex poliziotto in servizio presso la questura di Bari condannato a 23 anni di reclusione per il reato di “concorso in duplice omicidio”, non sarà celebrato di nuovo. La Corte d’appello di Lecce, infatti, ha rigettato l’istanza di revisione del processo avanzata dall’ex sovrintendente di polizia originario di Carmiano, oggi quarantottenne. Cala dunque, almeno per il momento, il sipario su una lunga vicenda giudiziaria che ha avuto inizio quasi vent’anni fa. E’ la sera del 2 ottobre del 1992 quando una pattuglia della Sezione Volanti della questura di Bari, composta da Carrozzo e dall’agente Carlo Aleardi, col pretesto di compiere degli accertamenti, ferma Maurizio Manzari e Domenico Casadibari, di 20 e 23 anni, e li conduce in questura. Subito dopo, però, anziché riportarli a casa, i due li accompagnano in via del Barraccone (nella zona di “Bari-Palese” a ridosso di un distributore di carburante) e li consegnano ai sicari del clan rivale. Secondo gli inquirenti, Manzari e Casadibari vengono “giustiziati” per punizione dopo la gambizzazione di Vito Capodiferro. Lo stesso Aleardi accusa Carrozzo di essersi accordato con il clan Montani, per cui era al servizio in cambio di denaro, e di averlo poi coinvolto nel delitto contro la sua volontà. Il sottufficiale di polizia viene arrestato la sera del 6 novembre 1992. Secondo l’accusa Carrozzo è un poliziotto corrotto al soldo dei clan. Il 4 ottobre 1994 presso la Corte di Assise di Bari ha inizio il processo di primo grado, che si conclude il 18 maggio 1995 con una sentenza di condanna a 30 anni di reclusione per il reato di concorso in duplice omicidio. Nel corso del processo viene assolto, per non aver commesso il fatto, Domenico Capodiferro, accusato di essere l’esecutore materiale degli omicidi. I giudici assolvono Carrozzo dai reati di associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti e di armi, estorsione ed omicidio, escludendo anche l’aggravante specifica della premeditazione. L’ex poliziotto è dunque ritenuto colpevole del concorso nel duplice omicidio con la motivazione del dolo eventuale. Il primo aprile 1996 ha inizio, presso la Corte d’assise d’appello di Bari, il processo di secondo grado, che si conclude il 27 novembre 1997 con la condanna di Antonio Carrozzo, in parziale riforma alla sentenza di primo grado, a 23 anni di reclusione. In appello viene confermata l’assoluzione per non aver commesso il fatto di Domenico Capodiferro. Il 21 maggio 1999, presso la Corte di Cassazione, ha luogo il terzo grado di giudizio. La Suprema corte conferma la sentenza della Corte d’appello di Bari. Carrozzo ha comunque richiesto la revisione della sentenza alla Corte d'appello di Lecce, competente per territorio, sulla base di nuovi elementi di prova. Si tratta delle foto segnaletiche della notte del delitto e una consulenza che avrebbe dovuto dimostrare che il tempo necessario per giungere sul luogo del delitto era superiore a quello considerato dall'accusa: dieci minuti. In quel tratto di strada, secondo quanto anche certificato dall’Anas, c'erano dei lavori in corso. Nella richiesta di revisione la difesa, rappresentata dall'avvocato Francesca Conte, ha puntato anche sulle dichiarazione di un pentito, Giuseppe Calabrese, che avrebbe dovuto scagionarlo. Nel corso del dibattimento il collaboratore di giustizia avrebbe fornito versioni discordanti. Il rigetto dell’istanza di revisione è stato pronunciato nelle scorse ore dal collegio della Corte d'appello, presieduto dal giudice Roberto Tanisi. In tutti questi anni, pur avendo già scontato la propria pena, Antonio Carrozzo ha continuato a professare la propria innocenza, anche dalle pagine di un blog dal titolo inequivocabile: “Come in un brutto sogno. La storia di un ex ispettore di polizia di Stato condannato a 23 anni di reclusione per non aver commesso il fatto”.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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