Un lavoro da morire

Il 31 dicembre moriva Matteo Miotto, alpino di 24 anni, freddato da un cecchino mentre era di guardia nella base italiana del Gulistan. Con lui, i morti nella missione “di pace” in Afghanistan sono 35; è la tredicesima vittima nel solo 2010

di Andrea Gabellone Io e Antonio siamo nati nello stesso paesino: un piccolo agglomerato di anime nel Sud del Sud; lì dove il sole scava solchi, come rughe, tra la terra rossa e il bianco delle case. Nati entrambi durante la torrida estate del 1987, siamo praticamente cresciuti insieme. Stessa scuola, stesso oratorio, ma comitive diverse. Non ci siamo mai frequentati tanto per via dei nostri caratteri differenti già da bambini: io un chiacchierone, lui più schivo. Il nostro rapporto è stato, comunque, sempre cordiale. Ricordo che una volta, da piccoli, Antonio mi aiutò a rialzarmi da una caduta in bicicletta, mentre anche i miei amici ridacchiavano. Sempre stato gentile lui. Le nostre famiglie sono figlie di quella cultura che affonda le radici nella terra dei campi. Famiglie unite. Babbo di mani ruvide e terra sotto le unghie e mamma sempre tra chiesa e cucina. Abbiamo iniziato a lavorare presto, io e Antonio, ché la scuola non ci andava proprio a genio. Giù da noi lo fanno in tanti e poi bisognava dare una mano in casa. Il sacrificio lo abbiamo ereditato come i capelli neri. Così, siamo partiti, perché una cosa è certa: la nostra terra è prospera di lavoratori, ma quasi mai di lavoro. E, per certi mestieri, sembra quasi che aspettino noi, dal Sud del Sud. Non avevamo finito ancora di giocare a pallone sull'asfalto della piazzetta assolata, che ci siamo trovati, di colpo, a scandire le nostre giornate con il suono molesto della sveglia alle sei di mattina. Antonio è partito un po' prima di me e a casa non è tornato quasi mai. Io ogni tanto prendevo un treno per rivedere i miei, ma Tonio, come lo chiamavamo, non l'ho più rivisto. Lavoro duro per entrambi, ma qualcuno doveva pur farlo. “Chissà perché tocca sempre a noi…” pensavo. I nostri vent'anni erano intrisi di disciplina e di rinunce. Il senso del dovere lo abbiamo ereditato come gli occhi verdi. Poi, improvvisamente, durante un autunno uggioso, a casa ci siamo tornati entrambi. Prima lui, poi, dopo quasi un mese, io. Ricordo che del ritorno di Antonio ne parlavano ovunque, perfino in Tv. Era diventato famoso; il suo nome era sulla bocca di tutti. Le personalità politiche si erano scomodate per riceverlo e i giornali lo definivano “un eroe”. Io lo so: ad Antonio sicuramente non sarà piaciuta tutta quella caciara. Lui che era un tipo riservato, un figlio esemplare, un lavoratore come me. Io, invece, sono tornato quasi di nascosto. Sembrava che non volessero farlo sapere in giro. E così, sono stato accolto dalla mia famiglia, da qualche amico e da un silenzio surreale. Lo stesso silenzio che, da quel giorno, alberga tra le pareti di casa mia. Un'ultima cosa abbiamo ereditato io e Antonio: il destino. Siamo morti lavorando e, clamore o no, a ci sarà mai restituito. E nel rimpianto di una vita regalata, non abbiamo niente da invidiare l'uno all'altro perché, come diceva Totò: “sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive, nuje simmo serie… appartenimmo à morte”.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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