L’oro nero dell’Italia: l’effimera quanto salvifica bellezza

Per un Paese come l’Italia da sempre deficitario di risorse energetiche, puntare sul suo giacimento più importante fatto di arte, storia, tradizioni, cultura materiale e immateriale, dovrebbe essere semplicemente ovvio, eppure…

L’Italia, con il più ampio patrimonio culturale del mondo, è praticamente un “museo a cielo aperto”: su 878 siti Unesco, il più alto numero, pari a 44, è in territorio nazionale, così come i musei (4.739), i parchi nazionali (23), gli eventi dello spettacolo dal vivo (81.500). Eppure Palazzo degli Uffizi a Firenze registra 1.5 milioni di visitatori e Palazzo Ducale a Venezia 1.3 milioni. Nulla a confronto degli 8.5 milioni di visitatori del Louvre, dei 5.9 del British Museum e dei quasi 5 milioni del Tate Modern. Esiste un divario stridente tra la ricchezza del patrimonio artistico e culturale italiano e la sua capacità di attrazione e fruizione. Come invertire questa tendenza? Come rendere coscienti del potenziale inespresso di questa nostra risorsa strategica? E' possibile pensare alla Cultura come il volano dello sviluppo economico e sociale del nostro Paese?

Nello scenario contemporaneo, nel quale si fronteggiano due spinte apparentemente divergenti “globale-omologante” e “locale-autoreferenziale” si va affermando, anche se con molta difficoltà e lentezza, una terza via legata a quella che viene definita economia della cultura. Sebbene per molto tempo cultura ed economia siano state considerate due realtà ben distinte, oggi finalmente la cultura va assumendo un peso crescente nelle economie contemporanee in quanto rappresenta, a tutti gli effetti, una risorsa fondamentale per la crescita sociale ed economica. Secondo un’ indagine promossa dalla Commissione Europea il contributo della cultura all’economia e allo sviluppo sociale ha un valore doppio rispetto a quello apportato da altri settori come quello automobilistico, delle costruzioni o dell’ITC. Un settore ad un alto valore aggiunto che è cresciuto negli ultimi dieci anni in Europea ad un ritmo superiore al 5% annuo, ma che vede l’Italia molto indietro rispetto ad altri paesi in termini di investimenti pubblici e privati. La contraddizione è abbastanza stridente soprattutto se si pensa che in Italia, è proprio la cultura la risorsa più capillare e importante, un patrimonio fatto di arte, storia, archeologia, tradizione, folclore, antichi mestieri, che lo rendono un potenziale museo a cielo aperto. Non è un caso che attualmente l'Italia sia la nazione a detenere il maggior numero di siti inclusi nella lista dei patrimoni dell'umanità (44 siti), seguita dalla Spagna (42 siti) e dalla Cina (40 siti). Ebbene nonostante questo dato di assoluto primato a livello mondiale, il RAC, ossia l’indice che analizza il ritorno economico degli asset culturali sui siti Unesco, mostra come gli Stati Uniti, con la metà dei siti rispetto all’Italia, hanno un ritorno commerciale pari a 16 volte quello italiano, Francia e del Regno Unito hanno rispettivamente tra 4 e 7 volte quello italiano. I ricavi complessivi da bookshop per i musei statali italiani ad esempio sono pari al 38% del solo Metropolitan Museum, di dimensioni simili al solo Louvre (poco più di 20 milioni di euro annui). Eppure l’effetto moltiplicatore indotto dall’investimento in cultura così come hanno dimostrato molti studi è di tutto rispetto: ogni 100 euro di investimenti nel settore culturale si attivano 249 euro di PIL nel sistema economico, mentre per quanto riguarda l’occupazione ogni 2 unità di lavoro nel settore culturale generano 3 unità di lavoro nel sistema economico. Di fronte alle enormi potenzialità di crescita non ancora valorizzate dall'Italia perché non puntare verso un modello di sviluppo basato sull’economia della cultura? Perché non valorizzare a pieno i nostri asset fondamentali, cultura e turismo? Certo, il periodo di crisi e la concomitanza di tante emergenze occupazionali, sociali e ambientali non facilita il percorso. Ma la risposta non può essere affidata a dei semplici “tagli orizzontali”. Occorre fare delle scelte, definire delle priorità. E dunque, investire nella cultura, mettere a sistema le risorse, riordinare le funzioni di coordinamento, facilitare e valorizzare l’apporto dei privati può rappresentare, proprio in un momento di crisi come questo, la svolta in grado di avviare la ripresa e migliorare la competitività dell'intero sistema Paese. «La bellezza salverà il mondo» faceva dire Dostoevskij al Principe Myskin. Purtroppo la storia ci insegna che la bellezza di un’opera d’arte, di una tradizione o di una cultura non può da sola ergersi a baluardo contro la barbarie e l’incuria. Perciò affinché l’affermazione utopistica possa trasformarsi in progetto concreto è necessario porre le giuste premesse: educare alla bellezza è il più importante degli investimenti che si possa fare oggi. Un investimento di lungo periodo senz’altro, una sfida che va oltre l’orizzonte temporale di una politica sempre di più breve respiro. E’ questa scommessa la Puglia pare l’abbia accettata. Diversamente da chi crede che la “cultura non dà da mangiare”, con il progetto Puglia Sounds finanziato dal Fondo Europeo per lo Sviluppo Regionale, la Regione Puglia punta a creare un polo d’attrazione per l’allestimento e la realizzazione di grandi produzioni musicali in grado di attivare un circuito virtuoso di sviluppo ed occupazione. E’ solo un esempio, ma al tempo stesso, un passo in avanti concreto per tutti coloro che pensano che la cultura possa rappresentare un antidoto alla crisi e al declino.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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