'I lavoratori al centro della mission imprenditoriale'

A parlare è Antonio Boccuzzi, oggi parlamentare del Pd, e unico superstire della tragedia alla ThyssenKrupp di Torino dove nella notte tra il 5 e il 6 dicembre di 3 anni fa, 7 operai persero la vita

di Andrea Gabellone La notte tra il 5 e il 6 dicembre del 2007 si consumò, alla linea 5 dell’acciaieria ThyssenKrupp di Torino, l’incidente che meglio rappresenta il dramma delle morti bianche nel nostro Paese. Sono passati esattamente 3 anni. La cronaca di quella fatidica notte è ben nota: sette operai persero la vita investiti dalle fiamme a causa delle inadeguate misure di sicurezza di cui era dotata la fabbrica. Poco o a sarebbe venuto alla luce se, di quella squadra di lavoratori, non se ne fosse salvato uno. Antonio Boccuzzi – 37 anni, figlio di immigrati pugliesi a Torino e sindacalista della Uilm – ha lavorato tredici anni nella sede torinese acciaieria tedesca ed è l’unico testimone di quel tragico incendio nel quale persero la vita Rosario Rodinò, Rocco Marzo, Bruno Santino, Angelo Laurino, Roberto Scola, Antonio Schiavone e Giuseppe Demasi. Antonio è oggi un simbolo della lotta contro gli infortuni e le morti sul lavoro, deputato del Pd e, con ancora i segni di quella disgrazia addosso, concentra il suo impegno per risolvere “una situazione che era già grave e sta diventando gravissima”. Onorevole Boccuzzi, lei crede che con la crisi, ci sia la pericolosa tendenza ad offrire condizioni lavorative al di sotto della soglia di sicurezza consentita? Ovvero, c’è chi sta approfittando del momento per ricattare i lavoratori?. Temo che questo problema vada al di là della crisi. Esistono imprese sicuramente “virtuose”, ma ne esistono altre che non mettono i lavoratori al centro della loro “mission” imprenditoriale. Da questo punto di vista, la crisi potrebbe diventare una scusa per chiedere ai lavoratori di operare in condizioni poco sicure. Mi preoccupa anche la deriva che stanno prendendo le nuove forme di contratto, il precariato selvaggio che alimenta condizioni di ricattabilità, soprattutto per le fasce più deboli. I giovani hanno una “bomba ad orologeria” in tasca: i loro contratti a scadenza, trimestrale, semestrale, annuale. E sono persone che pur di lavorare, pur di mantenere se stessi e le loro famiglie, accettano condizioni lavorative terribili. Non hanno la forza contrattuale per chiedere che la sicurezza sia garantita sempre e comunque. Al pericolo “crisi”, si aggiunge l’operato di un Governo inconcludente e in fondo disinteressato a mettere mano a questo problema. Le morti bianche non interessano se non per la breve parentesi di triste notorietà che danno i fatti di cronaca. Lo scorso anno è stato varato un decreto correttivo della legge 81 – il Testo unico in materia di salute e sicurezza per i lavoratori – che ha praticamente dimezzato la maggior parte delle sanzioni comminabili a quegli imprenditori che violano regole e leggi e le ha aumentate invece, e senza alcun motivo, per i lavoratori. Questo spiega bene qual è la direzione sulla quale ci stiamo incamminando. In Puglia, la percentuale di “morti bianche” è sproporzionata al tasso di disoccupazione: si lavora di meno e si muore lo stesso. A cosa possiamo attribuire questo macabro dato? Lavoro irregolare, lavoratori clandestini o semplicemente mancata attuazione delle regole?. Sicuramente è un insieme di questi motivi, anche se la profonda crisi economica sta pesando di più sulle spalle dei lavoratori e lasciando briglia sciolta allo sviluppo abnorme di tutte quelle forme di lavoro che operano nell’illegalità: lavoro nero, lavoro grigio, sommerso, precario. Abbiamo da poco presentato alla Camera, dopo numerosissime audizioni, la proiezione della crescita del lavoro nero nel nostro Paese: sono davvero molto preoccupanti. E la cosa più grave è che ciò alimenta la cultura dell’illegalità anche fra i lavoratori, costretti a fare qualsiasi cosa, anche rischiare la vita, pur di guadagnarsi il salario, mentre l’imprenditore non “sente” la responsabilità di dover garantire alcuna misura di sicurezza. C’è molto da fare. Bisogna lottare e difendere i propri diritti su tutto il territorio nazionale. L’attuale campagna di sensibilizzazione per la sicurezza sul lavoro del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali recita “Sicurezza sul lavoro. La pretende chi si vuole bene”. Lei crede, come lascia intendere lo slogan, di aver mancato di attenzione nei riguardi di se stesso quando lavorava per ThyssenKruup? Su questa campagna del Ministro Sacconi, costata, tra l’altro, ben nove milioni di euro, sono già intervenuto e ho firmato un appello per il suo ritiro. La ritengo un’offesa ai lavoratori vittime di infortuni o che hanno perso la vita. Un’offesa a loro e ai loro familiari. Si lascia intendere che il lavoratore che subisce un infortunio è un lavoratore che non vuole bene a se stesso, che ha mancato in qualcosa, in attenzione o in coraggio nel chiedere che le norme venissero rispettate. Pretendere e garantire la sicurezza dovrebbe essere, in un Paese civile, un diritto sacrosanto di ogni lavoratore e un dovere di ogni istituzione e di ogni impresa, ma sappiamo bene che il sistema del nuovo mercato del lavoro, impone condizioni per le quali un lavoratore, che sia esso operaio o contadino, difficilmente può “pretendere” qualcosa.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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