Vedere cammello pagare moneta

 

Eccolo lo scotto da pagare per continuare a tenere in piedi il servizio sanitario regionale e in generale la Regione Puglia. Il braccio di ferro tra Governo e Regione si è concluso con la firma del Piano di rientro da 500milioni da parte dei ministri Tremonti e Fazio e la conseguente firma dell’accordo tra Puglia e Campania per il ritiro da parte della prima di una vagonata di rifiuti napoletani da smaltire nelle discariche pugliesi. Puglia e Campania sono formalmente fuori dall’emergenza rifiuti, durata 16 anni, a partire dal 1994. Ma nell’emergenza ci siamo fino al collo. Prima dell’estate, e anche dopo, da Gallipoli a Lecce si sono bruciati i cassonetti in mezzo alla strada perché a più riprese c’è stato il blocco del servizio di raccolta, che continua ad essere effettuata a corrente alternata per vari motivi: dallo sciopero dei netturbini non pagati alla saturazione delle discariche. La monnezza è un colossale business per le aziende di raccolta e smaltimento e per i gestori delle discariche. In tutta la filiera che va dalla pattumiera di casa nostra alla discarica o all’inceneritore, la Direzione investigativa antimafia ha riscontrato in Campania e in alcuni casi anche in Puglia, infiltrazioni mafiose nelle aziende. Che la Puglia accolga e anche bruci rifiuti campani non è una novità: per almeno un decennio nel Salento (a Maglie, paese del ministro Fitto) sono stati bruciati dalla Copersalento i rifiuti della Campania, provenienti da ditte su cui pendono processi per smaltimento illegale di rifiuti pericolosi. Adesso, finita la stagione dell’emergenza e degli inceneritori, si passa a quella della ‘gestione’ delle emergenze e dei termovalorizzatori, ossia inceneritori ‘moderni’. In Puglia il business è in mano alla Marcegaglia, che su 4 se ne è aggiudicati tre, quando era presidente Fitto. I termovalorizzatori stanno per essere ultimati e dovranno cominciare a funzionare. Con che cosa? Beh, i rifiuti campani capitano a puntino. Non si smaltiscono in Campania a minor costo, ma si caricano sui camion e si portano lontano, in un territorio che non ha a da perdere ormai, il tarantino, già asfissiato dalla diossina, e si smaltiscono con costi che, a causa del trasporto, lievitano anche del 50%. Chi garantirà che in quei camion non ci saranno rifiuti pericolosi, mescolati con la normale monnezza? Chi saranno le ditte che trasporteranno i rifiuti? Chi li accoglierà in discarica? Chi li brucerà appena possibile? Nelle risposte a queste domande ci potrebbe essere la traccia delle future infiltrazioni mafiose nel business campano e pugliese dei rifiuti. L’ultima relazione della Dia lo dice chiaro: in Puglia la mafia va ricercata negli appalti pubblici, che sono, oltre all’edilizia, la sanità, i rifiuti e, ultima frontiera, le energie rinnovabili. E come dimostrano diverse inchieste, più volte in Puglia la magistratura ha dimostrato le infiltrazioni mafiose nell’affare rifiuti. Insomma, un bel risultato per il ministro Fitto, che ha tirato la corda fin quasi al commissariamento della Puglia (che sarebbe scattato dopo il 15 dicembre, data ultima per la firma del Piano di rientro) dando una gatta da pelare in più per Vendola, per frenare la sua corsa alle politiche e creare scontento tra quei cittadini che avevano esultato per la legge sull’abbattimento della diossina. Messi di fronte alla scelta: per farsi curare (dallo Stato) devono farsi prima intossicare (dai rifiuti). Una coperta sempre più corta per Nichi e le sue ‘fabbriche’ di entusiasmo.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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