Sanità pubblica e privata: rischio corto circuito per il sistema pugliese

 

Modificati con delibera regionale i criteri di assegnazione dei fondi alla strutture private. Non tagli, ma redistribuzione con tetto di spesa spostato da un laboratorio a un altro. Gli operatori del settore, riuniti in un Comitato, denunciano depotenziamento delle strutture e danni per i pazienti. Intanto, la Asl di Lecce si fa carico delle liste di prenotazione per esami radiologici dei privati, come se la sanità pubblica fosse in grado di sostenere il sistema

Risanare o anche solo riorganizzare la sanità pare essere impresa titanica. E dopo le tribolazioni per il piano di rientro spesa e i contrasti tra Regione e Governo (Tremonti), si apre in Puglia il capitolo della sanità privata. Sono stati infatti modificati criteri di assegnazione dei fondi alla strutture private accreditate. Non si tratta di tagli, ma di perequazione: una delibera regionale ridistribuisce il budget assegnato alle strutture specialistiche sul territorio, senza aumentare il tetto di spesa globale per ciascuna branca. Intanto, gli operatori del settore, che parlano di violazione della libertà sul “come curarsi”, si sono costituiti in un “Comitato per la libera scelta del cittadino in sanità”. “Questo settore – fanno sapere dal Comitato – incide per meno del 3% sulla spesa sanitaria totale pur incidendo molto di più in termini di prestazioni erogate, e tuttavia rappresenta da sempre un esempio di efficienza, impegno ed economia, largamente apprezzato dai cittadini che ad esso si rivolgono quotidianamente con fiducia e che si muove correttamente nella direzione, da tutti auspicata: di spostamento della Medicina sul territorio con riduzione della spesa ospedaliera. La Regione ha iniziato da strutture e professionisti che da più tempo operano sul territorio e che, riscuotendo in virtù della loro riconosciuta professionalità ed eccellenza il maggior consenso da parte di medici e pazienti, hanno raggiunto livelli rilevanti in termini di dimensioni, attrezzature, personale ovvero di complessità di prestazioni. Finora, il settore della medicina specialistica accreditata (ex convenzionata) è stato governato economicamente a livello regionale dai cosiddetti “tetti di spesa”. Si tratta di uno strumento di programmazione sanitaria che prevede il budget massimo annuale da assegnare a ciascuna struttura, superato il quale le prestazioni non vengono più retribuite e il cittadino, non potendosi più servire della struttura di fiducia è costretto a rivolgersi altrove. La giunta regionale, dopo aver accreditato numerose nuove strutture senza reali giustificazioni di necessità, ha deliberato (Delibera N 1500 del 26-06-2010) – unica tra tutte le Regioni italiane – di ridistribuire le già insufficienti risorse in modo medio uniforme, con un meccanismo che comprime indebitamente la produttività e la riconosciuta professionalità di alcune strutture già operanti sul territorio, applicando a esse dei tagli di budget di circa il 50 – 80% e riversando le somme così ottenute su una miriade di piccole strutture di nuovo accreditamento o già esistenti che non raggiungono la dimensione critica per assicurare la qualità della prestazione secondo quanto indicato dalla letteratura internazionale e le linee guida del Ministero. Tale operazione è solo una ridistribuzione di budget e non prevede alcun risparmio per la Regione. Si tratta di una decisione assunta senza la preventiva concertazione con i sindacati, che, se non modificata con urgenza, metterà la sanità ambulatoriale pugliese in una situazione senza precedenti di assoluta emergenza provocando: 1) un inevitabile disagio per i cittadini bisognosi di cure 2) una grave crisi occupazionale 3) una decisa riduzione della qualità, provocata da un meccanismo che di fatto ingessa ogni possibilità di crescita e di libera concorrenza 4) una dispersione di un patrimonio di conoscenze e di professionalità di assoluta eccellenza accumulato negli anni”. Il Comitato chiede pertanto che venga rispettato il diritto del cittadino alla scelta del luogo di cura (nel limite delle risorse disponibili) e i diritto alla continuità assistenziale per l’intero anno, presso la stessa struttura o professionista di fiducia. A tal fine, il Commitato ha proposto, “senza aver ottenuto una risposta motivata”, un meccanismo che garantisce la libera scelta del cittadino nell’ambito della Asl o della Regione; garantisce la continuità assistenziale fino alla fine dell’anno; instaura un meccanismo virtuoso di competizione sulla qualità; permette a tutti di crescere e di affermarsi senza ingessature territoriali nell’ambito delle disponibilità economiche; non comporta nessun aumento di nemmeno un euro delle risorse economiche programmate (tetti di spesa). Soprattutto, però la richiesta è che la Delibera regionale (N. 1500 del 26-06-2010) venga ritirata e ripensata. La situazione, alla luce delle nuove regole, è questa: a fronte di migliaia di esami, prenotati sulla base del vecchio budget o “budget storico” (sino a giugno 2011), le prestazioni, con il nuovo contratto, non si possono più eseguire. In seguito, come si legge nella relazione di Adusbef, gli studi radiologici, per esempio, hanno inviato numerose raccomandate alla Asl, alla Regione, al Prefetto, allertando e sollecitando la emanazione di direttive per cercare di ridurre, per quanto possibile, i disagi ai pazienti. La risposta da parte dell’Asl è la richiesta di consegnare le liste di prenotazione dei pazienti fino al 31 dicembre 2010. In una situazione già al collasso, appare paradossale quanto inverosimile la possibilità che una struttura pubblica già intasata, dove le liste d’attesa sono interminabli, riesca a soddisfare richieste aggiuntive. In allegato la relazione Adusbef sulle conseguenze dei nuovi criteri di assegnazione del budget annuale alle strutture convenzionate di branca ambulatoriale. 7 ottobre 2010 – Sanità privata, fra scarsità di fondi e allarme occupazione “Le scelte della Regione Puglia in tema di remunerazione delle prestazioni erogate dalle strutture sanitarie private accreditate determinerà una serie di conseguenze piuttosto pesanti”. A parlare è il sindaco di Lecce Paolo Perrone che lancia l’allarme. “Diversi responsabili di laboratori privati a Lecce – afferma il primo cittadino – mi hanno presentato una situazione allarmante. Con il nuovo criterio di distribuzione territoriale alle strutture dei fondi regionali, infatti, al distretto leccese viene attribuita una quota di risorse che risulta essere chiaramente insufficiente rispetto al totale delle prestazioni da effettuarsi in regime di convenzione. Molte strutture, quelle a maggiore complessità, che si vedono ridurre il fondo a disposizione anche del 50%, hanno già esaurito il budget e gradualmente, a turno, non potranno più effettuare le prestazioni con lo stesso regime. Peraltro, gli stessi criteri di distribuzione delle risorse sono assolutamente discutibili e inadeguati rispetto alla realtà esistente”. La reazione dei rappresentanti dei laboratori salentini non si è fatta attendere: si è deciso di presentare un ricorso al Tar per chiedere di sospendere gli effetti della delibera “per danno grave e irreparabile”. Effetti che già si fanno sentire perchè i laboratori non erogano prestazioni o richiedono il simbolico pagamento del ticket. “Questo determina, di conseguenza – dice Perrone – una penalizzazione dei pazienti-utenti, che saranno costretti a prestazioni a pagamento oppure nelle strutture ospedaliere pubbliche (favorendo fisiologicamente il già preoccupante fenomeno delle liste d’attesa) e perdendo, soprattutto, quella continuità assistenziale in termini di omogeneità di controlli e di cure che è fondamentale”. Intanto, gli operatori del settore, che parlano di violazione della libertà sul “come curarsi”, si sono costituiti in un “Comitato per la libera scelta del cittadino in sanità” a cui hanno aderito anche altre strutture regionali. Ma le preoccupazioni riguardano anche l’aspetto occupazionale della vicenda che potrebbe implicare una drastica riduzione di personale. “La penalizzazione – sostiene il sindaco – non può che riguardare anche alcune strutture, che potrebbero non riuscire a dare lavoro allo stesso numero di unità impiegate oggi, a causa dei dimezzati pagamenti a favore della Asl, e che potrebbero non erogare più prestazioni anche molto particolari. Quindi il pretesto della distribuzione uniforme del budget sul territorio regionale diventa una occasione per alimentare iniquità e problemi”. Il disegno perverso del Governo regionale – conclude Perrone – si è completato poi con l’approvazione della Legge n. 12 di qualche giorno fa, che vieta la remunerazione di prestazioni sanitarie effettuate fuori dai tetti di spesa. Ciò incide a Lecce come nelle altre province e rende sempre più fosco il quadro della sanità vendoliana”.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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