Scusa Sara!

Rocco Boccadamo scrive in ricordo di Sarah Scazzi

Se, in quaranta e più giorni, nonostante i potenti e mirabolanti moderni mezzi a disposizione e l’encomiabile impegno delle Forze dell’ordine, degli inquirenti e dei volontari spesisi nelle ricerche, a livello di collettività, di famiglia sociale del 2010, si è primeggiato soprattutto, se non esclusivamente, sotto forma di chiacchiere, parole ripetute, congetture, sbirciate sulle pagine di un diario personale, annotazioni e commenti circa frequentazioni di pub e rientri alle prime ore del mattino e, addirittura, con la cornice finale di un programma TV, tua madre ospite, recante la comunicazione in tempo reale del tristissimo epilogo. Se, passo dopo passo, come il solito distrattamente, non si è avuta la capacità di scorgere alcun segno, nemmeno una qualunque sequenza di minuscoli sassolini in funzione di sentiero o tracce d’indirizzo utili a raggiungerti. Purtroppo, l’intuito, una volta permanentemente e normalmente all’erta in ciascuno e, sovente, maestro risolutore di dubbi, incognite e difficoltà, ha oramai finito con l’atrofizzarsi ai minimi termini, perdendo completamente efficacia. Se, tanto vano cincischiare si è posto all’antitesi, autentico pugno nello stomaco, rispetto al tuo forzoso e scomodo sonno, crudelmente indotto in una misera manciata d’attimi, per giunta per opera di una mano tanto ostile e spietata, quanto al contrario, avrebbe dovuto muoversi buona e carezzevole. E’ accaduto, Sara, come se i tuoi quindici compleanni, anziché assommare aiole di fiori di campo, boccioli promettenti, ramoscelli protesi alla crescita semplicemente sotto la spinta di una linfa naturale, abbiano vissuto e attraversato una modifica, uno stravolgimento transgenico, con il drammatico e misero sbocco in una repentina recisione, nell’appassimento della chioma verdeggiante, nell’abbassamento muto e irreversibile di due palpebre. Se l’ammissione di quel familiare è veritiera, reale e sincera, è successo, piccola, che, al culmine del caldissimo 26 agosto, ancor prima d’imboccare il tragitto verso il mare bramato e le sue onde rinfrescanti, sei finita preda di un orco, un predone, un brigante. E’ pensare che, attraverso gli schermi TV, si è assistito alla frase, non da beffa ma da Giuda: ”La considero come una mia figlietta”, accompagnata, finanche, da accenni di commozione e lacrime. Vedi, carissima Sara, l’insieme non è altro che lo specchio della miseria morale di cui è intrisa la società contemporanea. Il povero autore di queste righe, volutamente diverse, nella forma e nel contenuto, dalle paginate di giornali e dalle montagne di servizi radiotelevisivi che hanno accompagnato il tuo caso, pur vestendo i panni di nonno d’altri tempi e distante anche geograficamente, prova imbarazzo, quasi un senso di vergogna, a relazionarsi con te. Ciò, tuttavia, non gli impedisce di ritenere, di essere anzi sicuro, che, a tuo beneficio e godimento, ai tuoi occhi sorridenti e luminosi è adesso riapparso il sereno e che, ad ogni modo, nel nuovo nido lassù, sei stata affettuosamente e amorevolmente accolta e festeggiata da gruppi di tuoi coetanei con le ali. Non fare caso se non ho completato il tuo nome di battesimo con l’h finale: e, però, riportandolo all’accezione tipicamente italiana e nostrana, mi è parso, quantomeno ho provato l’illusione, di farti rinascere e rivivere su nuovi prati e a nuovi sogni. Lecce, 7 ottobre 2010 Rocco Boccadamo

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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