L’auto della strage di Via Capaci in esposizione a Galatina

La Fiat Croma bianca su cui viaggiavano Falcone e la moglie il giorno dell’attentato al Security Expo dopo il restauro

Benedetta Rizzo è una giovane studentessa del liceo Classico di Casarano. Non ha ancora 16 anni. Ecco il racconto appassionato di quello che ha provato di fronte all’orrore di un reperto “speciale” quale la macchina su cui viaggiava Falcone. Dice Benedetta: “E senti la rabbia esploderti dentro, al solo pensiero che, tra i giovani, c’è chi aspira a diventare mafioso, anche qui nel Salento. Purtroppo è una realtà non ancora cancellata”. Grazie, Benedetta. Perché queste parole, dette da una futura donna quale tu sei, danno il senso al nostro lavoro di lotta quotidiana all’illegalità, attraverso un’informazione onesta e sempre al servizio dei lettori. M.L.M — Entrando nel padiglione blu del quartiere fieristico di Galatina, in cui si svolge il Security Expo dal 23 al 26 settembre, ti ritrovi davanti ad una macchina di colore bianco, con la parte anteriore completamente accartocciata, che riporta evidenti segni di un incidente sul resto della carrozzeria. Ma, dopo aver visto la didascalia messa ai piedi dell’auto, capisci che non è una semplice auto: è la Fiat Croma di Giovanni Falcone, e l’incidente di cui è “vittima” è la strage di mafia di Via Capaci. È la vettura su cui viaggiavano il giudice e la moglie Francesca Morvillo, che in quel fatidico 23 maggio del 1992, persero la vita, insieme ai tre uomini della sua scorta Vito Schifani, Antonio Montanari e Rocco Dicillo, a causa dell’esplosione di una tonnellata di tritolo. Ventiquattro ergastoli, tra esecutori e mandanti: Pietro Aglieri, Leoluca Bacarella, Giovanni Battaglia, Salvatore Biondo, Salvatore Biondino, Bernardo Brusca, Giuseppe Calò, Raffaele e Domenico Ganci, Antonino Geraci, Filippo e Giuseppe Graviano, Carlo Greco, Michelangelo La Barbera, Giuseppe Molonia, Salvatore e Giuseppe Montalto, Matteo Motisi, Bernardo Porvenzano, Pietro Rampulla, Salvatore Riina, Benedetto Santapaola, Benedetto Spera, Antonino Troia. L’auto, acquisita e sottoposta a restauro conservativo dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, è esposta al pubblico per la seconda volta: era già stato messa in mostra nel dicembre dello scorso anno a Rimini. Ma non è solo l’insieme di lamiere a raccontare il fatto. Intorno all’autovettura, quattro didascalie per ricordare quel terribile giorno e il giudice Falcone, che aveva ideato un nuovo metodo di indagine per le inchieste di mafia: creare un pool di magistrati che si occupasse solo di reati di mafia, in modo da avere un quadro più organico e meno dispersivo di quelli che sono i processi contro Cosa Nostra. Il metodo Falcone portò alla conclusione del più grande processo mafioso, fatto fino ad allora: il processo 1817/ 85, che fece crollare la convinzione dell’inarrestabilità di cosa Nostra. Perché – come egli stesso affermava – “la mafia è una vicenda umana come tutte le altre. Ha un inizio, uno sviluppo, può benissimo avere una fine”. Ritrovarsi davanti ad un pezzo della più nera storia italiana è da far venire i brividi. Rimani lì, immobile davanti a quell’autovettura, quasi trascurando le altri interessanti attività del Security Expo, se pensi che quella macchina è la testimonianza del sacrificio di un uomo che voleva rendere migliore la sua terra, la sua nazione, per dare semplicemente un futuro più sereno a noi, nuove generazioni. Senza dimenticare Paolo Borsellino, ucciso anche lui dalla mafia dopo 58 giorni di distanza dal suo collega e amico. E senti la rabbia esploderti dentro, al solo pensiero che, tra i giovani, c’è chi aspira a diventare mafioso, anche qui nel Salento. Purtroppo è una realtà non ancora cancellata. “Che le cose siano cosi – diceva ancora Falcone – non vuol dire che debbano andare così. Solo che quando si tratta di rimboccarsi le maniche e incominciare a cambiare, vi è un prezzo da pagare. Ed è allora che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi, piuttosto che fare”. E lui, che ha speso la sua vita per cambiare un sistema che non andava, sapeva benissimo quale sarebbe stato il prezzo da pagare.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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