Quel mitico deschetto del calzolaio

Rocco Boccadamo ricorda i maestri calzolai di una volta, ormai scomparsi

Mesciu T., mesciu R., mesciu L. Sino alla metà del ventesimo secolo, nel paesello di appena duemila anime, tenevano bottega ben tre maestri calzolai o ciabattini, in dialetto scarpari. In apertura di queste note, ne ho indicato i nomi di battesimo con le iniziali e non per intero: ciò, per un senso di rispetto nel ricordo delle persone, sebbene le medesime, ormai da decenni, indossino i loro grembiuloni incerati e unti e maneggino martello, chiodi, spago, colle, piedi di ferro e forme, lassù, ai piani alti, dove, per la verità, così risulta al cronista, si vive e ci si muove esclusivamente a piedi scalzi. Quaggiù, invece, una volta le cose erano diverse. Nel novero degli effetti, meglio anzi dire dei beni, personali, le scarpe, sembra incredibile, si collocavano, quanto a valore e preziosità, ai primi posti. Accadeva, infatti, che, specialmente nei piccoli centri, se ne facesse addirittura a meno nella maggior parte dell’anno, le piante degli arti inferiori, dai primi passi dei più piccoli a quelli lenti degli anziani, in un certo senso si solidificavano a prova di nuda ruvida terra, senza differenza alcuna fra selciato, sterrato, solchi e superfici erbose dei campi. Non è esagerato rievocare che, nell’arco dell’intera esistenza, si arrivava ad avere a disposizione e a indossare, al massimo, due o tre paia di calzature, di cui uno, peraltro, doveva servire e rimaneva riservato per gli eventi solenni, ossia matrimoni e…funerali. Mancavano del tutto, ovviamente, nelle località di provincia, negozi di vendita al dettaglio, si ricorreva, quando era possibile spostarsi, alle baracche ambulanti delle fiere e dei mercati periodici nei centri principali, le scarpe erano, nella quasi totalità, confezionate su misura dai calzolai del posto: zoccoli, sandali, mocassini, scarpini, scarpe alte, modelli con o senza tacchi per signore e signorine. Punto e basta. E poi, in base all’uso – geloso, parsimonioso e prolungato in anni e decenni – che si faceva dell’importante accessorio, quando era indispensabile si ricorreva, anche per ripetute volte, alle riparazioni o risolature a cura dei medesimi artigiani. A questo punto, sembra però doveroso sottolineare che ciascun calzolaio, oltre che risultare benemerito per via della preziosa opera svolta a contatto di piedi con i compaesani, rappresentava anche una sorta d’istituzione, di punto d’incontro, di raccolta fra persone, vuoi per scambi di notizie sull’andamento delle annate agricole, di confidenze sui rispettivi menage familiari oppure, semplicemente, per accenni di chiacchiere, alla stregua, volendo usare un’accezione moderna, di una sorta di gossip, innocuo, mai cattivo. Intorno al deschetto o tavolino da lavoro del maestro scarparo, si accomodavano, anche per lunghe ore, tre o quattro “avventori” per volta, intessendo, principalmente fra loro e con limitato coinvolgimento del padrone di casa che non doveva essere distratto più di tanto dal suo lavoro, conversazioni e discorsi su comuni ma svariati argomenti. Durante i periodi dell’anno caratterizzati da clima mite, il deschetto trovava posto all’esterno della bottega, sempre con il medesimo contorno di astanti. Quest’ultima collocazione, arricchiva ovviamente il menù con lo spettacolo offerto dai compaesani che transitavano lungo la strada, la qual cosa dava talvolta luogo ad ulteriori intrecci di commenti, e però mai di tono offensivo o malevole. Il rito della seduta dal calzolaio era molto sentito e diffuso fra la popolazione in genere, a prescindere dal censo e dall’età, gli si conferiva apprezzamento alla stregua di un utile e gratuito veicolo di contatto e socializzazione. Al punto, da divenire quasi irrinunciabile e insostituibile, come è confermato da una certa osservazione, rimasta famosa, uscita dalla bocca di un affezionato e arguto cliente ultra novantenne, il quale, in un tiepido pomeriggio primaverile, nel mentre il ciabattino era rientrato nella bottega per prelevare del materiale, così si esprimeva all’indirizzo dei colleghi di seduta: ”Cari amici, come faremo quando mesciu L. (nota dell’autore: di poco sopra la cinquantina) non lavorerà più, sarà morto?”. Da precisare che, colmo dei colmi, fu profeta inappuntabile il quasi centenario commentatore, giacché il povero artigiano, nonostante la notevole differenza d’età, finì realmente col precederlo nella trasferta verso l’aldilà. Oggi, al paese, di calzolai non ne è rimasto manco uno, non si fanno più scarpe a mano, le stesse riparazioni sono rare. Conseguentemente, i deschetti raduna persone sono scomparsi. Peccato, giacché in chi scrive, destavano simpatia, innocente interesse e curiosità, altro che il parterre o arena degli attuali talk show o le soste, con o senza carte da gioco in mano, ai tavoli all’aperto dei bar: sui citati palchi, virtuali e di ritrovo moderno, allignano spesso pettegolezzi e critiche, per non andare oltre, di segno e contenuto che lasciano a desiderare. Lecce, 17 settembre 2010 Rocco Boccadamo

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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