Don Stefano: recapitata l'ennesima lettera anonima

Una nuova lettera anonima, dall'evidente tono offensivo, è stata recapitata al parroco di Ugento

Una nuova lettera anonima è stata recapitata lunedì mattina a don Stefano Rocca, parroco della Parrocchia San Giovanni Bosco ad Ugento e padre spirituale della piccola comunità del basso Salento da circa un decennio. Si tratta dell’ennesimo attacco compito negli ultimi due anni, dopo l’omicidio di Peppino Basile, il consigliere dell'Italia dei Valori assassinato ad Ugento la notte tra il 14 e il 15 giugno 2008, ai danni del sacerdote originario di Taurisano. Le esternazioni e la ricerca della verità sulla morte di Basile sono costate a don Stefano accuse tanto infamanti quanto false. In passato lo stesso parroco è stato descritto, sempre da fonti anonime, addirittura come spacciatore. Vi sono state poi, in questi lunghi mesi di passione, anche delle minacce: è Il 17 settembre del 2008, quando, facendo seguito ad alcune lettere minatorie, una telefonata anonima giunge al 113, minacciando di morte il sacerdote con poche parole pronunciate in dialetto: “Stasira ‘ccitimu don Stefano quiddhu ca cunta mutu”. Minacce seguite spesso agli appelli perché fosse fatta luce sull'omicidio Basile. Il 27 febbraio scorso, invece, il giorno dopo la lunga deposizione presso la Procura minorile, un plico con esplicite accuse di pedofilia è stato recapitato presso la parrocchia di San Giovanni Bosco. Accuse che hanno sollevato lo sdegno da parte della stessa comunità ecclesiastica e dei fedeli, pronti a difendere ed esprimere solidarietà nei confronti del sacerdote. Oggi, a distanza di meno di un mese dalla deposizione presso il Tribunale per i minorenni di Lecce, dove è in corso il giudizio immediato nei confronti di Vittorio Luigi Colitti, il 19enne (minorenne all'epoca dei fatti) accusato, in concorso con il nonno Vittorio, dell'omicidio di Basile, nuove offese sono state rivolte a don Stefano. Nella nuova missiva, realizzata con ritagli di giornale, alle ingiurie e agli insulti si è unito un preciso invito: “Arrivare in un momento di lucidità a prendere finalmente la decisione di andare via”. Il 23 luglio scorso era stato Vito Rizzo, presidente del comitato civico Io conto, a ricevere una telefonata anonima in cui prima lo si accusava di essere in combutta con il direttore del quotidiano “Il Tacco d’Italia”, Maria Luisa Mastrogiovanni, entrambi apostrofati in maniera offensiva, e poi: “Tu non conti un cazzo, chi ti credi di essere, te ne devi andare da Ugento”. Stessa sorte toccata poi al professor Salvatore Carluccio, colpevole di essere troppo presente nei blog e nei commenti del Tacco, oltre che di impicciarsi di affari non suoi. Minacce raccolte, come nel caso di don Stefano e Vito Rizzo, in una denuncia presentata ai carabinieri di Ugento. Il parroco di Ugento si dice rammaricato di questo nuovo attacco e punta il dito contro le istituzioni: “Sono molto dispiaciuto perché tutte queste minacce e lettere minatorie, così come le telefonate anonime giunte nei giorni scorsi a Vito Rizzo del comitato Io Conto e al professor Carluccio, sono frutto di un qualcosa che il primo cittadino di Ugento dall’inizio ha definito ragazzate. Una definizione di cui dovrebbe vergognarsi, perché se dal primo momento avesse cercato di tappare la bocca a questi diffamatori, poiché il compito di un sindaco dovrebbe essere anche quello di portare la quiete in paese, non avremmo ancora oggi episodi di questo genere a due anni dalla morte del povero Peppino. Non bisogna dimenticare che prima di essere ammazzato Basile era vittima degli stessi atti intimidatori”. “Definire questi episodi ragazzate – continua don Stefano –, è come dire che chi si diverte a compiere tali atti può tranquillamente continuare a farlo. Io mi chiedo però perché c’è gente che fa queste cose. Evidentemente il nostro continuo impegno nel ricercare verità e giustizia dà fastidio a chi nascosto nell’anonimato continua a vivere nell’illegalità. A queste persone dico che per quanto dipenderà da me, non andrò mai via da Ugento”.

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