“101 allegorie per rappresentare il mondo”

La mostra d'arte contemporane su pittura, installazione, fotografia e tecniche miste, si svolge a Lecce, presso “Primo Piano LivinGallery”

Si proroga sino a venerdì 13 agosto (dal lun/ven: 10/19) la mostra d’arte contemporanea di Primo Piano LivinGallery dal titolo “101 allegorie per rappresentare il mondo” curata da Dores Sacquegna. La mostra di pittura, installazione, fotografia e tecniche miste, nasce come un melodramma, tra le cui righe e immagini, si amalgamano le visioni dettate da un modello narrativo cinematografico e letterario, che gioca sulla visionarietà del film “100 Allegorie per rappresentare il mondo” del regista Peter Greenway, uno dei più significativi cineasti della cinematografia britannica contemporanea, e su alcune frasi del libro “Psiche e Techne” del celebre filosofo Umberto Galimberti . Artisti invitati: Carlos Anzola (Venezuela), Peter De Boer (Olanda), Fernando De Filippi, Monica Branchetti, Paolo di Giosia, Donato Bruno Leo, Margherita Levo Rosengerg, Dario Manco, Vito Sardano (Italia), Motohiko Hasui (Giappone), Pam Longobardi, Elisabeth Louy (Usa), Matt Bed (Belgio), Gabriela Morawetz, Olga Suarez, Nine Rolland (Francia), Marnie Pitts, Helen Saunder(UK), Pinar Selimoglu (Turchia), Yu Zhao Yang (Cina).

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Tra i concetti di Galimberti, la curatrice ha scelto 101 frasi, invitando gli artisti a rappresentarle in maniera visuale. E come nei giochi dadaisti gli artisti hanno attinto da questo straordinario dizionario simbolico con una varietà di concetti e forme linguistiche.

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L’americana Pam Longobardi denuncia la società di consumo, intesa come vuota di valori con i suoi “specchi non specchianti di Saffo” realizzati in plastica nera recuperata sulle spiagge del mondo. Fernando De Filippi, leccese, che vive ed opera tra Verona e Milano, si ispira al “tempo della natura” con le opere “ I miei rami sono la dimora degli spiriti dell’aria”. Kenosis e follia nel simbolismo informale del brindisino Donato Bruno Leo, nella sua recente serie dell’isola degli sguardi, e la realtà surreale nelle “Metropolis” del cinese Yu Zhao Yang, nel costante desiderio dell’invalicabilità del limite. Questa mostra si propone di rivedere i concetti di individuo e identità, attraverso allegorie e parole che rappresentano il disincanto del nuovo mondo. Su “la tecnica è il nostro mondo” e “la memoria dell’eterno presente”, le fotografie del belga Matt Bed, con “l’uomo abita la differenza” la drag queen che simboleggia la lussuria (serie peccati capitali) del salentino Dario Manco. La concezione della natura come terra da abitare e la mutazione tecnologica nei paesaggi artefatti della giovane inglese Helen Saunders, mentre “sulla cultura come condizione fisica dell’esistenza” le fotografie del giapponese Motohiko Hasui. Riflettendo sulla memoria e sulla sua perdita e sulla cultura come condizione fisica dell’esistenza, il dizionario allegorico della genovese Margherita Levo Rosenberg con “Memoria lacunare 1” che rappresenta l’interezza della vita e la presenza mnesica. Sul destino e la casualità il “Kismet” (una sorta di finestra sul mondo musulmano) l’opera dell’americana Elisabeth Louy, che riflette anche sul concetto dell’abisso della follia (con Ode a Ceres) e sulle etnie rituali Masai del corpo come rappresentazione dell’anima. L’io e il mondo nelle fotografie su seta “Almost in the dark” della polacca Gabriela Morawetz, mentre sull’associazione tra spreco e conservazione le “macchinazioni” del barese Vito Sardano, che si basano sul principio della differenza tra l’uomo e il simbolo e sul simbolismo della percezione. Sul linguaggio come orientamento delle pulsioni e come cura, le opere pittoriche dell’artista turca Pinar Selimoglu. Verità mitica ed efficacia rituale nell’opera “Fiumi di sangue” della francese Nine Rolland. Sulla nascita della psicologia della mente, le opere dell’Inglese Marnie Pitts. Più ironica la ricerca della francese Olga Suarez e dell’olandese Peter De Boer, sul paradosso della guerra ed il primato della cosmografia sulla storia. Identità e riconoscimento nelle fotografie in bianco e nero dell’abruzzese Paolo Di Giosia. Ed ancora, con la nostalgia della primitiva innocenza e i “primi giochi di spiaggia” nelle opere pittoriche della fiorentina Monica Branchetti, ed infine sul calvario dello spirito, sull’istinto come legge e il feticismo del sistema, l’opera del venezuelano Carlos Anzola con “Cruz”, realizzata con fotografie di uomini e donne abbandonate ad un destino fatale di morte e dolore. E per restare in tema filosofico-concettuale, si conclude con una frase di Galimberti: “Da questo paesaggio insolito, si annuncia una libertà diversa, non più quella del sovrano che domina il suo regno, ma quella del viandante che paradossalmente non domina neanche la sua vita”. La mostra ha visto anche la partecipazione durante l’opening del performer Massimiliano Manieri. È possibile vedere la sua azione nell’archivio fotografico del sito della galleria a questo indirizzo http://www.primopianogallery.com/photogalleryevento.asp?ID=159

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