Come vincere la paura del nuovo/ II

Spunti per importare il modello di riforme bipartisan di Obama e far vincere agli italiani la “paura del nuovo”: basta con NIMBY, NIMTO, BANANA, e persino NIMU (Not In My University)

di Michele Ciavarella, Politecnico di Bari Nella prima parte https://www.iltaccoditalia.info/sito/index-a.asp?id=10125 data la lunghezza dell'articolo, vennero tagliati i sei paragrafi seguenti, che ora pubblichiamo. 1. Introduzione. Liberare la crescita o tornare agli anni '60? 2. La riforma Gelmini dovrebbe ripartire come “grande opera” 3. Un parallelo non voluto della Marcegaglia tra emergenza rifiuti e crisi Università e ricerca 4. Teledidattico antico e moderno low cost: web-learning, e miei esperimenti “artigianali” zero cost su Facebook 5. Effetti della crisi dell'Università e ricerca. Mondo del lavoro 6. La possibilità dell'invasione del low-cost straniero 1. INTRODUZIONE — LIBERARE LA CRESCITA O TORNARE AGLI ANNI ’60? Solo 2 anni fa quando ero in sabbatico all’Ecole Polytechnique a Parigi, si erano appena celebrate le elezioni politiche e raccoglievo in pochi giorni un entusiasmo verso il nuovo governo e il nuovo passo di innovazione che prometteva, che trasudava da contributi autorevoli di Sergio Romano (Lettere al corriere, 29Maggio 2008 sul Nucleare), il libro di Roger Abravanel « Meritocrazia », discusso alla “Bocconi” il 29 Maggio (e nella cui prefazione il noto economista Bocconiano Francesco Giavazzi consigliava categoricamente al futuro Presidente del Consiglio di tenere il libro sul comodino), con Alessandro Profumo come ospite (Sole24ore), ed anche la rubrica « Obiettivo donne ma solo a parole » di Beppe Severgnini di “Italians” (tuttavia, oltre alle parole, qualche donna peraltro giovane e' diventata Rettore in Italia, per es. la Prof. Carrozza che mi pare sia anche divenuta Responsabile del PD del settore Università). Sempre due anni fa, Nell'editoriale di Panorama in edicola il 22/5/08, M. Belpietro auspicava di “liberare la crescita” italiana, e in due sole colonne tracciava un quadro durissimo del ritardo italiano in vari settori, soffermandosi in particolare su alcuni esempi emblematici tra le almeno 200 opere pubbliche bloccate dall'effetto NIMBY (Not In My Backyard, non nel mio giardino). NIMBY si manifestava in Campania con l'emergenza rifiuti che sembrava resistere con la negazione di ogni soluzione ragionevolmente adoperata pure in molte nazioni. Oltre all'effetto NIMBY, ci permettiamo anche di segnalare gli acronimi NIMTO (Not In My Term of Office, non durante il mio mandato) e BANANA (Build Absolutely Nothing Anywhere Near Anything, Costruisci pure qualsiasi cosa purchè a vicino un qualsiasi posto!) che pare siano attualissimi. Infatti, non solo molto poco mi risulta sia stato fatto da allora nei temi più scottanti (Alta Velocità, Ponte sullo Stretto, Centrali Nucleari), ma su questi temi una parte politica ha avuto grosso imbarazzo a parlarne nelle elezioni regionali appena concluse, mentre l’altra parte politica ne ha fatto motivo di slogan esageratamente demagogici, non ragionando con serietà sulla complessità dei problemi, ad esempio che il fermo totale a queste tecnologie da un lato avvantaggia le vecchie lobbies (per es. petrolio, come è avvenuto allo stop del nucleare), e dall’altro ferma il Paese anche nel campo della conoscenza. Si legga la storia “infelice” di Felice Ippolito (Napoli, 16 novembre 1915 – Roma, 24 aprile 1997) importante geologo e ingegnere italiano, promotore dello sviluppo dell'industria nucleare negli anni '60, condannato a 11 anni di carcere per disguidi amministrativi del “caso Ippolito”, che molti ritengono una farsa per stroncare la nascente industria nucleare italiana in favore di quella petrolifera. Fatto che segue di poco (1962) lo strano incidente aereo di un altro grande ingegnere, Enrico Mattei, anch'egli di una indipendenza energetica italiana. Curiose coincidenze. Negli stessi anni per fortuna avveniva anche l’unico premio Nobel italiano sviluppato in Italia che si conosca, quello di Giulio Natta (1963) per i catalizzatori Ziegler-Natta, tenuto in estrema venerazione dal Politecnico di Milano in cui sviluppò tutta la sua esperienza a partire dalla laurea a soli 21 anni di età, fino all’invenzione del Moplen appunto, (http://www.natta.polimi.it/ ). Secondo molti, la collaborazione con la Montecatini di Natta prima, e con Ziegler e la Montedison (nata dalla fusione con Edison) che condusse nel 1954 alla realizzazione del polipropilene isottattico, fu un apice della Chimica Italiana, perchè in seguito le intraprese di Mattei con l’Eni, che portarono all’Enichem, si scontrarono con un rapido declino, anche per l'insorgere di una nuova sensibilità che scopriva i gravissimi problemi ecologici, e la incapacità tecnica di arginarli. La più importante operazione di fusione e alleanza tra la chimica pubblica, l'operazione Enimont (tra pubblico, rappresentato dall'EniChem, controllata del gruppo Eni, e privato, rappresentato dalla Montedison) ebbe però breve durata, per via dello scandalo Enimont, in cui Raul Gardini pagò tangenti ai partiti politici dell'epoca in modo da risparmiare sulle tasse sulla vendita delle attività chimiche della Montedison. Enichem diviene Syndial che detiene ancora la proprietà di numerosi stabilimenti chimici (ex EniChem) e il possesso di terreni di stabilimenti ora ceduti, numerosi processi a causa delle passate vicende di inquinamento (tra cui una multa record di 1,9 miliardi di euro per l'inquinamento da DDT del Lago Maggiore), e quindi in definitiva la Chimica Italiana non naviga più ai livelli cui aspirava negli anni ’60. 2. LA RIFORMA GELMINI DOVREBBE RIPARTIRE COME “GRANDE OPERA” Vorrei sbilanciarmi oltre. Sarà forse più facile fare l’Alta Velocità, il Ponte sullo Stretto e le Centrali Nucleari che risolvere il problema dell’Università? Comincio a pensarci seriamente. Mentre infatti per le “Grandi Opere”, si dichiarano investimenti di decine se non centinaia di miliardi di Euro, al tempo stesso si pensa di risolvere la crisi dell’Università tagliando il 20% della spesa, oggi rappresentata da soli 7 miliardi di Euro. La logica, francamente, mi sfugge. Per dare un ordine di grandezza di cosa parliamo, 7 miliardi che già sembrano pochi rispetto a quelli delle “Grandi Opere”, diventano davvero ridicoli se consideriamo che servono a far funzionare quasi 100 università statali, che coprono il 95% della classe studentesca italiana ossia ca. 1.8 milioni di persone, quasi tutti i nostri figli: ben 60 mila giovani studia all’estero è già uno sbalorditivo 3% degli studenti italiani, ma potrebbe crescere. Ma la cifra è ancora più risibile che si paragona alla sola Università di Phoenix, che meno di 35 anni fa aveva solo 8 studenti, e che per prima ha puntato su online education e per corrispondenza. Essa oggi conta oggi oltre 400 mila studenti, 12 mila persone dello staff, oltre 200 campus e soprattutto, udite udite, oltre 2.5 miliardi di dollari di fondi pubblici (http://en.wikipedia.org/wiki/University_of_Phoenix)! Ma come, si osserverà: gli USA, patria delle grandi Università Private, spendono per una sola Università tali cifre, non ci avevano spiegato che siamo noi italiani che sprechiamo soldi pubblici? Per giunta, tale università serve meno di un quarto dei nostri studenti (con rette sicuramente maggiori delle nostre da pagare), è ben più controversa per la sua aggressività nel rilasciare titoli, e ha persino fatto cambiare la regola per cui per ricevere aiuti statali. In precedenza, occorreva almeno il 50% dell’insegnamento in aula — oggi, nessuno dei suoi corsi è più bollato con la categoria infamante “per corrispondenza”. Come pensiamo di competere con il nostro sistema, dal passato millenario e che avrebbe ben altro potenziale se solo lo volesse esprimere (basti pensare al solo “logo” delle nostre grandi Università che gli americani avrebbero già valorizzato per miliardi di Dollari), ma con queste logiche? E addirittura, come possiamo fare “riforme” con queste premesse? E pensare che il Ministro Gelmini, giovane donna energica, dà veramente l’impressione di voler fare un cambiamento epocale. E ha raccolto, come una persona carismatica, divisioni tra fans e detrattori incalliti. Noi ci crediamo ancora, purchè si faccia una svolta nella direzione dell’innovazione, e nell’apertura al mondo globale, invece che nel proseguire la cavillosità dei paletti e delle regole burocratiche dei Suoi predecessori, portando queste regole al parossismo. Forse non le hanno dato le informazioni giuste, e i mezzi giusti. Forse sente solo qualche campana “bocconiana”. Ma la Bocconi, che costa un ordine di grandezza di più alle famiglie, può puntare a formare da sola l’intera classe studentesca italiana? Se si, avrà un piano per aprire altre 30-40 sedi in Italia? Non è escluso che sia un bene, purchè lo si faccia. L’immobilismo ci rovina. Senza dubbio, è una Università di prestigio, e alcune cose vanno imitate da essa: non ultima, la possibilità di nominare il Rettore anche tra docenti di altre Università, per eliminare il rischio della eccessiva continuità e contiguità con poche famiglie “baronali”, ma non arrivando agli eccessi delle nomine “politiche” tipo direttori generali ASL, che sappiamo bene dove possono portare. Per ora il dato di fatto è che la Bocconi, e alle altre poche Università Private, coprono il 5% degli studenti. Ancora meno le nostre Università di Eccellenza (Normali di Pisa, S. Anna), che formano un’elite troppo ristretta. Aveva un bel da dire Belpietro 2 anni fa, citando i movimenti di intellettuali delle commissioni bipartisan tipo la commissione Attali della Francia del Presidente Sarkozy per “liberare la crescita”. Quali “commissioni” sono state fatte in Italia? Quali logiche bipartisan? La gravità del “blocco” dei finanziamenti all’Università, o della “Deriva” (per ricordare il libro allora in uscita di GA Stella e S Rizzo, già autori del successo editoriale “La casta”) è tale che non è pensabile agire solo con azioni che rientrano nell’ambito di un'attività di governo. Nei settori strategici, grandi nazioni come USA e UK ci hanno mostrato in genere esempi di continuità di azione, indipendente dal susseguirsi dei governi, nelle scelte più importanti. Rispetto ai 500 milioni di Euro spesi per il G8 tra Maddalena e Aquila, sembrano davvero offensivi i 500 milioni di Euro che costituiscono il 7% “meritocratico” del Fondo di Funzionamento Ordinario delle università per risolvere il problema, specie considerando il taglio a regime del 20% del fondo stesso! Senza parlare delle critiche mosse alla attribuzione di questo 7% (la “classifica Gelmini”), che ora pare confluiranno in un nuovo sistema, VQR2004-2008 (da notare che se CIVR è uscito con dati vecchi di 10 anni, anche questo VQR parte perlomeno con 6 anni di ritardo), speriamo stabile in modo da permettere qualche minima azione strategica. E nemmeno lavoce.info rivista bocconiana risparmia le critiche in discussioni “accademiche” sulla valutazione (http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001454.html). Quante Università si muoveranno davvero per recuperare con criteri “meritocratici” sempre mutevoli, con l’ulteriore minaccia di operare nella direzione sbagliata? E come fare per recuperare magari sul mercato, come sembrerebbe logico, risorse che ripaghino i tagli piu’ pesanti mai fatti alle Università da 50 anni? Il governo, pur liberista, non sembra offrire i mezzi per poter operare contromisure, come è dimostrato dai sostanziali “a di fatto” da parte dei consigli di amministrazioni/senati accademici delle Università, in crisi negli ultimi mesi. 3. UN PARALLELO NON VOLUTO DELLA MARCEGAGLIA TRA EMERGENZA RIFIUTI E CRISI UNIVERSITA’ E RICERCA Chi sperabilmente vuole invertire la tendenza e trattare le questioni NIMBY, NIMTO e BANANA in modo innovativo e deciso? Vediamo di allargare l'editoriale di Belpietro sulle Grandi Opere al settore della Ricerca Scientifica (e più in generale dell'Istruzione e Università Italiana), che ovviamente lui, come altri, non riteneva di eguale importanza strategica ma noi si. Prendiamo allora la relazione sempre di 2 anni fa della Presidente di Confindustria Emma Marcegaglia all'Assemblea pubblica 2008 a Roma (prima donna a ricoprire questo incarico). Essa sintetizza i due problemi “emergenza rifiuti” e “crisi Ricerca e Università” quasi creando un parallelo tra essi (immagino non voluto!). Alcuni passaggi notevoli:- “I sistemi di gestione dei rifiuti sono vicini al collasso in molte regioni, anche perché si dice di no ai termovalorizzatori, attivi in tutti gli altri paesi. Paghiamo i costi più alti d’Europa per l’energia. Manca una strategia di investimenti per la sicurezza e la diversificazione energetica perché ci arrendiamo ai veti delle minoranze.” …“L’investimento in tecnologie può essere catalizzato da pochi grandi progetti paese: il nucleare di nuova generazione, la mobilità, il risparmio energetico, le tecnologie ambientali.” Poi: “Va cambiata la cultura che ha indebolito la scuola e l’università per un malinteso e dannoso egualitarismo. Invece di spingere i ragazzi a studiare di più, è prevalsa l’idea di promuoverli più facilmente. Si è pensato che il titolo di studio, e non la qualità dell’istruzione, fosse la chiave della promozione sociale. Invece di valorizzare i talenti, si è appiattito tutto verso il basso. …. La selezione dei docenti è spesso degenerata: autogestione sindacale nella scuola, cooptazione baronale nell’università. Si sono ridotti gli investimenti pubblici, ma si è anche sprecato a piene mani. Il finanziamento pubblico non premia le università migliori o più efficienti; quelle di bassa qualità continuano a illudere schiere di giovani con titoli di studio senza valore. E’ essenziale che la qualità dei docenti sia ricompensata con incentivi di carriera e premi economici. Va promossa l’emulazione tra le scuole. L’università ha moltiplicato le cattedre e marginalizzato la ricerca scientifica. Abbiamo 94 atenei e 2700 corsi di laurea, alcuni dei quali decisamente stravaganti, ma le imprese non trovano abbastanza giovani con specializzazioni tecnico – scientifiche. Vanno rivalutati gli istituti tecnici e professionali, devono moltiplicarsi le sinergie tra aziende e atenei per la ricerca applicata. Si può ripartire dai centri di eccellenza di alcuni politecnici per sviluppare anche la ricerca di base. Dobbiamo investire sulla qualità, valutando a livello nazionale l’apprendimento nelle materie chiave. Dobbiamo ricercare e promuovere i talenti. Mentre da noi si teorizza l’uguaglianza nella mediocrità, in Gran Bretagna si è creato – con una selezione oggettiva e trasparente – un gruppo di scuole capaci di valorizzare i più bravi e preparare le classi dirigenti del futuro. Così si costruisce il futuro sulla base del merito e non con le promozioni di massa.” Denuncia, questa, pesante, a tutto campo, ed in parte condivisibile. Sicuramente, per quanto riguarda le promozioni di massa con voti alti nel senso della « grade inflation » come la chiamano gli americani (visto che risulta enormemente aumentata la percentuale di 110 e lode, specie alle lauree specialistiche). Ma l’obiettivo di aumentare il numero di laureati era un obiettivo sacrosanto visto che abbiamo la metà della media europea di laureati e, nonostante la Riforma Berlinguer del « 3+2 », siamo fermi al livello di 10 anni fa, perchè il resto d’Europa è andato avanti della stessa misura, lasciando la distanza immutata. 4. TELEDIDATTICO ANTICO E MODERNO LOW COST — WEB-LEARNING, E MIEI ESPERIMENTI “ARTIGIANALI” ZERO COST SU FACEBOOK Ma davvero 94 atenei sono troppi? Torna d’obbligo andare di nuovo all’University of Phoenix e ai sui 200 campus, e provocatoriamente andare a Cuba della « Tercera Revolucion Educativa » di teledidattico per cui di 11 milioni di abitanti, 2,7 milioni sono studenti, ci sono 13.543 « sedi distaccate » e non solo 300 come da noi, e « Educación » costituisce il 20% del PIL (http://www.educacionenvalores.org/Revolucion-en-la-aulas-de-Cuba.html ), e non meno dell’1% italiano, disattendendo alla grande l’obiettivo di Lisbona del 3%! Di teledidattico peraltro l’Italia ha fatto tesoro con il « maestro Manzi » che, negli anni 60, ha insegnato a scrivere a milioni di italiani, come spiega il direttore di Rai Educational Gianni Minoli che lo ha rilanciato per insegnare il computer agli anziani (http://www.maitardi.rai.it/rass-panorama.asp ) «perché l'incapacità di usare internet è l'analfabetismo del 2000 ». Chissà perchè abbiamo ancora paura di affrontare questi esperimenti in massa, e abbiamo paura non solo del nuovo, ma persino di tornare al vecchio, quello buono, che avevamo già e abbiamo abbandonato! Perchè non finanziamo la Rai per fare grandi operazioni di questo tipo, invece di intasare i CdA di discussioni sull’opportunità di tali o talaltre trasmissioni. Giustamente, la Premier Inglese Margareth Tacther, quando il nostro Primo Ministro Berlusconi si lamentava che i giornali italiani dovessere essere tutti chiusi, per come parlavano male di Lui, la Tatcher rispose con perfetto stile british, « ma perchè chiuderli, Ti basta non leggerli»! Ma se anche 94 atenei fossero troppi, allora cominciamo a chiuderne uno (magari il «peggiore»), ma non facciamo l’enorme e assurdo danno di farli agonizzare tutti! Tra immobilismo, retorica, buone intenzioni, grandi contro-misure, e incapacità decisionale a tutti i livelli, rischiamo di suicidarci definitivamente. Uno scenario che ricorda il marchese del Gattopardo del perchè tutto debba cambiare, a deve cambiare. Rimanendo sul tema e passando alle tecnologie innovative, è uscito da pochi giorni su Repubblica un bellissimo articolo di Paolo Pontoniere « USA — Università come social network economica col “peer to peer” » (http://www.repubblica.it/tecnologia/2010/03/12/news/universita_social_neetwork-2604108/) ove si segnalano varie realtà che stanno emergendo , nel mondo avanzato, a partire dalla ultima « University of the People », totalmente in rete (quindi senza sedi decentrate e nemmeno centrali!!) e la quasi gratuità del servizio , che ne fanno un'esperienza unica nel panorama educativo mondiale. Infatti « anche gli atenei più ricercati – università come la Johns Hopkins, la City Univesristy of New York e la Northwestern University – offrono corsi sul web per tutte le fascie d'età. A questa pratica non si sottraggono nemmeno le blasonatissime scuole della cosiddetta Ivy League. Università come Harvard, Columbia e Brown offrono una variegatissima scelta di materiali via Internet. Già nel 2001 per esempio il MIT aveva lanciato l'Open Courseware Consortium, un network usato da università di tutto il mondo per mettere corsi in rete. Corsi che vanno da quello in “Gestione delle pecore e degli agnelli”, offerto dall'università dello Utah, a “Teoria relativistica dei quanti” offerto invece dalla Stanford University. Alcuni gratis, altri a un costo competitivo rispetto a quello di un corso condotto regolarmente in aula (ad Harvard la retta annuale supera i 30 mila dollari) sono tutti molto popolari. Sfruttando l'internet, inoltre, università for-profit come la Phoenix University e la Kaplan University che prima giocavano un ruolo solo marginale nel panorama educativo statunitense, adesso sono diventate delle vere e proprie fucine di diplomi d'istruzione universitaria. La University of Phoenix, che tra i suoi laureati conta anche la star della NBA Shaquille O'Neal, ha 200 campus sparsi per gli Stati Uniti e ogni anno solo in aiuti finanziari per i suoi studenti riceve oltre 2 miliardi di dollari dal governo federale. In Italia, E-learning è stato provato, con timidezza estrema, e oggi una speranza ci viene dalle università del Sud, tanto mortificate nella classifica Gelmini, se è vero come è vero che l’Università Federico II di Napoli dopo le grandi Università americane e inglesi, ha messo su i suoi corsi non come E-learning, ma come Web-Learning, su Itunes (http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/10_marzo_24/universita-federico-napoli-itunes_43eb813a-374d-11df-bfab-00144f02aabe.shtml). In silenzio, io da solo sto cercando di fare un passo ancora più radicale, e ho lanciato quest’anno i miei corsi su Facebook, come è stato fatto solo da corsi sporadici isolati ma non mi risulta da intere Università. Devo dire che sui blog di Harvard la mia idea ha riscosso un certo successo (My experiment of a FACEBOOK-BASED courses – “Mechanics of materials and Machine Design”, and “FEM in mechanical design”, http://imechanica.org/node/7852 ). Io lo trovo molto utile, e la produttività dei miei studenti è quest’anno schizzata, anche se faccio più fatica del solito per fare un salto di tecnologia rispetto ai colleghi, e perchè tendo ad essere sin troppo disponibile ora che mi contattano a tutte le ore del giorno, festivi inclusi. Ho proposto allora un gruppo Facebook per sollecitare i miei colleghi a fare simili esperimenti « Vogliamo i corsi dell' Università Italiana tutti su facebook! » cui i lettori sono invitati ad aderire seguendo il link : http://www.facebook.com/group.php?gid=7036945291#!/group.php?gid=104096272962096&ref=nf Secondo quanto risulta all’estero, fare teledidattica di massa (oggi meglio dire «web-learning»), non è solo per risparmiare, o per aumentare il numero di studenti. Ciò ha almeno questi grossi vantaggi: 1) le trasformazioni nei giovani sono di natura (addirittura) antropologica. Ci si deve abituare al “multitasking” degli studenti, cioè all'uso simultaneo di più strumenti elettronici, al cambiamento del loro modo di apprendere. Se gli studenti sono abituati a vivere «sempre connessi» (fare un videogioco e scambiare messaggi con un amico mentre si guarda la tv – e quindi anche mentre sono a lezione da noi), dobbiamo tenerne conto. Nell’articolo di Massimo Gaggi del Corriere del 29 Gennaio u.e., si descrive questo giovane “homo zappiens”. Se i nati nell' era digitale hanno percorsi mentali diversi (e non è detto sia un male), l'Università si deve adattare ad essi. Le Università devono sforzarsi di capire i cambiamenti in atto, senza abdicare al loro ruolo formativo. Questi nuovi comportamenti (homo zappiens) della loro “connessione” permanente ci forniscono però dei vantaggi, se li sappiamo guidare. Oggi abbiamo a disposizione su un qualsiasi IPhone, l'intero scibile umano riversato sul WEB, con la più grande enciclopedia del mondo, Wikipedia, poi YouTube, lezioni bellissime e completamente gratuite di grandi professori di MIT (MIT OPEN COURSEWARE), con oltre 1900 corsi. I corsi sono disponibili già in molte lingue, oltre ovviamente all'inglese, come cinese, francese, tedesco, vietnamita, e ucraino. Manca l'italiano, ma certo ancora per poco. Limitandoci allo spagnolo, esso si appoggia su “Universia”, un consorzio di oltre 800 università in Spagna, Portogallo, e America Latina. E-learning è un termine confuso, in parte superato da Web-Learning, e che si interseca con OpenCourseWare. In Italia si è fatto con progetti nati vecchi in partenza, con grande dispendio di soldi pubblici, lasciando l’impressione di un sistema che non funzioni — un grave errore ! In USA ormai il 50% degli studenti lo usano, con un business di 38 Miliardi di Euro, che aumenta del 12-14 % all’anno. La previsione per i prossimi 4 anni è che arriverà a coprire l’81% degli studenti USA, mentre da noi si è fermi a pochi punti percentuali. 2) Il grosso del bacino studentesco universitario non è piu’ quello dei diplomati. Lo ha anche capito Obama, che ha lanciato un piano ambizioso, raccolto ovviamente dalle università telematiche come la University of Phoenix nelle loro pagine web centrali : ogni lavoratore americano nei prossimi 10 dovrà fare almeno 1 anno di formazione. Da noi, vi sono 18 milioni di lavoratori non laureati che hanno bisogno di formazione e/o aggiornamento, il bacino è interessantissimo ! 3) Il vero rinnovamento delle Università statali probabilmente non avverrà con le riforme Gelmini, e nemmeno con quelle del prossimo Ministro anche più determinato e illuminato che si possa auspicare. Esso arriverà (i) con la concorrenza straniera in Italia, oppure con (ii) realtà italiane di giovanissimi brillanti « imprenditori » del web che nascono a basso costo. Su Campus Gennaio-Febbraio 2010. tra i 100 supertalenti che Campus ha individuato in vari settori, mi piace segnalare uno, Marco de Rossi, il cosiddetto « Rettore Bambino », che ha fondato a 14 anni Oilproject: una scuola virtuale di informatica. Oggi, a 19 anni, è ancora studente della « Bocconi », ma Oilproject, con più di 9000 studenti, è leader italiano nel campo del free e-learning, di recente di Innovazione ed approccio alla scelta. Marco secondo voi non è già Rettore prima che Dottore? Lui dice : Be Free to learn! ” e cita Robert Pirsig « La vera Università non ha un'ubicazione specifica. Non ha possedimenti, non paga stipendi e non riceve contributi materiali. La vera Università è una condizione mentale” 4) la Confindustria spinge per rinnovare gli istituti tecnici, che portano il 50% degli occupati a tempo indeterminato, mentre l’altro 50% va a laurearsi, ma poi ha più difficoltà a trovare lavoro, una volta laureato. Infatti i dati di Irene Tinagli parlano chiaro — sotto gli 800Eu ci sono il 30% tra i laureati, invece, vi è solo il 14% tra i diplomati, e il 14% tra quelli con licenza elementare! Perchè non puntare al 50% dei diplomati che trova lavoro, e fare laureare loro ? Naturalmente senza obbligo di presenza, ossia in teledidattico con centri di tutoraggio. Gli studenti si raddoppiano, le Università incassano le tasse, e aumenta la cultura tecnica del Paese. Facciamo un vero servizio al Paese ! I tutoraggi, peraltro, se fatti da dottorandi e post-dottorandi modello « College » di Oxford, sponsorizzati da grandi progetti magari Regionali, potrebbero essere interessanti e fattibili. Naturalmente la visione di Confindustria è limitata alla PMI italiana che chiede degli artigiani, o degli operai. Non stiamo parlando di formare classe dirigente a livello mondiale, come invece interessa fare ad MIT. Non vorrei che, cosi’ facendo, ci stiamo pero’ limitando, e inabissando verso la deriva del Terzo Mondo. A questo proposito torna utile parlare del mondo del lavoro italiano, prima di « lamentarsi » che l’Università non ci si è collegata. 5. EFFETTI DELLA CRISI DELL’UNIVERSITA’ E RICERCA. MONDO DEL LAVORO La crisi dell’università non la misurerei con i tagli Gelmini, nè con le classifiche Gelmini, montagne che finora hanno partirito topolini, ma con le notizie drammatiche nelle indagini statistiche riportate negli ultimi mesi dai giornali « Disoccupati ad honorem : Il paese dei laureati in fuga. Restare in Italia o andar via? Dopo la lettera di Pier Luigi Celli, eccole risposte di quanti hanno studiato e non trovano lavoro » (http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/scuola_e_universita/servizi/celli-lettera/laureati-fuga/laureati-fuga.html) oppure « Laureati-Disoccupati » in particolare in Puglia (dove 10 mila se ne vanno) su Repubblica del 5 marzo, o il mio articolo sul blog L’utopia della didattica di eccellenza nell’ università di massa tra “percorsi ad ostacoli” e “obblighi di legge” (ved http://rettorevirtuoso.blogspot.com/2010/02/lutopia-della-didattica-di-eccellenza.html) ovvero Il fallimento delle università italiane, incluse le “telematiche”, la premessa per le sedi italiane “low cost” di MIT ed Harvard, e la speranza dei Rettori Bambini Italiani, e delle proposte “zero cost”! La verità è che le riforme Gelmini sono ottime nelle intenzioni, ma risultano essere qualcosa di cosmetico nei fatti (almeno finora), di cui non si capirà nemmeno se sono buone o nocive, per quanto sono blande, e per quanto non liberalizzano anzi bloccano ulteriormente il cambiamento. Roger Abravanel, l'autore del libro “Meritocrazia”, nell’articolo di cui sopra, lo spiega così: “Qui da noi il blocco è nella leadership, sia in politica che nelle imprese. La nostra è una società immobile, che non riconosce il merito: si premia la struttura padronale, familiare, che basta a se stessa e che non si mette in competizione. E i giovani bravi o si affidano alle raccomandazioni o se ne vanno”……. Molto duro, forse persino esagerato, ma a Roger non manca certo la chiarezza! Ancora: “La meritocrazia in Italia non esiste, la selezione avviene solo sulla base del nome che porti o della famiglia a cui appartieni, mentre all'estero, ad esempio nei Paesi emergenti come la Cina, la scuola ha come obiettivo quello di azzerare i privilegi di nascita. Noi siamo vecchi, conservatori. E, se non vuoi crescere, non ti servono i giovani e nemmeno i talenti”. Cosa fa la riforma Gelmini per questo? Avrebbe creato il « fondo del merito » da 100 ml. di Euro, già da molti criticato perchè affidato ad una compagnia assicurativa? Dubito che sia utile a risolvere un problema di questa portata. Forse quando si parla di « virtuosità », andrebbe studiato a fondo il modello MIT. Un’università non molto diversa, nei numeri di studenti, da quelle nostrane, però intanto : 1) con un 50% ca. di dottorandi invece che pochi % come da noi 2) con una visione verso il « lancio » di tecnologie future, e non « l’inserimento nel mondo del lavoro », come peraltro stentiamo ancora a fare 3) la generazione di una classe dirigente che, secondo stime del Kauffmann Institute, genera in carriera un PIL-equivalente superiore a quello dell’Italia e simile a quello della Francia ! Non è difficile allora capire come MIT si mantiene, visto che qualche donazione saltuaria di una tale classe di « alumni », va tranquillamente a riempire il patrimonio di ca. 8 miliardi di dollari cui aggiungere le rette ben cospicue che tutti gli studenti, a parte i piu’ meritevoli e bisognosi, pagano. Da notare pero’ che se MIT ha una perdita in borsa, come in questi anni, agisce pesantemente e rapidamente. Si apre al mondo, puo’ aprire chiudere sedi vendere acquistare immobili, lanciarsi in nuove iniziative, senza limiti alcuni che non la saggezza dei suoi Consigli di Amministrazione. I nostri Rettori, cosa possono fare per gestire la crisi negli equilibri precari e senza poter vendere o aprire a ? 6. LA POSSIBILITA’ DELL’INVASIONE DEL LOW-COST STRANIERO La realtà è che l’Università italiana potrebbe essere presto soppiantata o «invasa» dalle Università straniere telematiche (come la University of Phoenix), o dalle grandi Università straniere che hanno preparato piattaforme Open Course Ware (MIT), a seconda della valutazione sul vuoto di mercato che esiste oggi, dove un certo argine lo fa solamente il valore legale del titolo di studio. La sua abolizione viene tanto richiesta dai liberisti, eppure non è stata fatta. Ma se anche non verrà fatta, io sono certo che di fronte ad una grande Università che chiede di aprire una « sede distaccata » in Italia, il Ministro Gelmini che, come i ministri precedenti, hanno autorizzato sedi telematiche e università abbastanza discutibili (e comunque lontana anni-luce dalla serietà di Harvard o dell’MIT, ma anche di University of Phoenix), non potrà dire di no. Forse sarà un bene, un pò come quando Alitalia è stata costretta a riformarsi, dopo l’invasione delle Low-Cost RyanAir e simili. Invece di operare su tutto questo, la Riforma Gelmini si inserisce a pieno titolo nella variegata attività di riforme dell’università italiana degli ultimi 20 anni (Riforma Berlinguer, L.509, 270, 271), che ha via via messo in luce l’utopia degli anni ‘50 (ved. i famosi discorsi di Piero Calamandrei, citati ancora oggi, per es. nell’ ultimo libro di Margherita Hack) della Scuola e dell’Università “aperta a tutti” prioritaria rispetto a quella dei “capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi” (art.34 Costituzione). La Nota 160 della Gelmini secondo alcuni rasenta il delirio normativo, con “circa 500 nuove norme che vanno in gran parte ad aggiungersi ad un apparato normativo già elefantiaco” come dice Walter Tocci del PD, in « Quale Riforma per l’Università. » Secondo altri, la riforma Gelmini è la migliore riforma degli ultimi 150 anni. Aldilà degli schieramenti, non si può pensare di avere così tanta difformità di valutazione, se non prendendo le cose poco seriamente, come se fosse una partita della squadra di calcio del cuore. Ma mentre i tanti paletti faranno scervellare le nostri migliori menti, già sfiancate, in soluzioni barocche e bizantine per aggirarli, la normativa definisce questa presunta razionalizzazione dell’offerta formativa e i tagli ai presunti “sprechi” come attività di semplificazione, forse comicamente persino oggetto di futura valutazione ai fini del finanziamento. La politica ha dimenticato di non aver mai fatto piani strategici per l’Università dal dopoguerra ad oggi, per seguire il boom studentesco, come è stato ammesso da Giulio Andreotti in « Intervista a DeGasperi ». Ha assunto per risolvere la disoccupazione nel mezzogiorno, e ora parla di “sprechi”, tagliando risorse selvaggiamente, senza permettere una strategia di salvataggio. La riforma Gelmini rischia di non essere la soluzione intelligente alla crisi, ma paradossalmente accelerarla! Il mondo ringrazia, e guarda con interesse all’entrata nel « mercato » italiano. I liberisti italiani sono legati forse agli alberi maestri delle navi come Ulisse, e sordi alle sirene che arrivano dagli USA. Cosa ha fatto il Ministro Gelmini per incentivarci a recuperare il gap con i processi in corso negli USA ? PROPOSTE CONCLUSIVE Probabilmente è possibile sintetizzare una serie di problemi dell'Università e della Ricerca Italiana proprio con il parallelo “non voluto” della Presidente Confindustria Marcegaglia tra l'emergenza rifiuti e crisi Istruzione Università e Ricerca. Parlando degli effetti NIMBY, NIMTO e BANANA. E magari aggiungendo un nuovo acronimo. NIMU – cioè Not In My University! In altre parole: 1) così come per risolvere il problema della “monnezza di Napoli” occorre costruire “termovalorizzatori”, cosi' per arrestare “la deriva” dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca occorre costruire dei “termovalorizzatori” della ricerca (grandi Istituti retti da veri talenti, italiani o stranieri che siano, senza limitarci all’esperienza di IIT) ovvero dell'Istruzione (ripristinare grandi scuole tecniche che possano formare leve specialistiche per l'industria, nuovi istituti concepiti con moderna impostazione, o fatti da giovani su internet, o importati dall’estero) 2) così come il Nucleare rappresentano una possibilità per arginare il problema energetico ma che va fatta insieme alle energie alternative e alla ricerca su entrambe le cose (come ha fatto il Ministro dell’Energia di Obama nonché premio Nobel Stephen Chu). Il principale problema nella ricerca è la poca presenza di grandi talenti (vedasi www.isihighlycited.com ), che sono solo 81 in Italia, contro 84 nella sola Harvard, o 95 a Caltech, o un totale di 4014 in USA. Non potremo muoverci da queste sabbie mobili finchè non saremo noi altamente citati, e per farlo, occorre seminare qualcosa subito. Soprattutto perché non si capisce come mai in IIT non sia entrato nessun “highlycited”, nemmeno uno!) Tuttavia, nella ricerca come nella “monnezza”, c'e' un grande effetto NIMU, nessuno vuole Professori esterni (specie se premi Nobel) in casa sua cosiccome nessuno vuole il termovalorizzatore (o la centrale Nucleare) nel suo giardino (NIMBY). Come ricorda “La deriva” e vari recenti commentatori, in Italia sono stati messi in cattedra persone senza vero concorso (16000 associati passati “ope legis” con le 3 ondate della legge 381 del 1982), che probabilmente oggi sono in gran parte nei posti chiave dell'Università e “paradossalmente” si oppongono all'entrata di nuove leve ottenute per meritocrazia. Grande fermento sta suscitando una nuova “ope legis”, quella proposta da Marco Merafina per promuovere i ricercatori, che da anni lamentano di fare didattica senza averne il dovere. Chi vivrà vedrà come andrà a finire. Mi pare quindi di poter tranquillamente spingere il parallelo emergenza rifiuti — emergenza ricerca e università, ancora oltre. Non sono forse quelle che la Marcegaglia chiama le baronie Universitarie Italiane, quelle che hanno tenuto il livello di stranieri nell’Università Italiana all'incredibilmente basso valore dell'1%, mentre nei paesi evoluti il livello degli stranieri è molto piu' alto, con punta del 64% a Singapore (vedi libro “deriva” pag.202)? Non e' questa una politica NIMU da parte dei baroni: “fate ricerca di eccellenza a tutti i costi, ma purche' con i miei allievi e comunque Not In My Backyard”? Non sarà NIMU anche il non riuscire a stabilizzare i 460 ricercatori rientrati dall’estero con il progetto noto come “rientro dei cervelli”. Di questi, nonostante lo Stato direttamente si faceva carico del 95% dello stipendio (legge del '99), non si è trovato spazio nell’Università. Quale industria non farebbe salti di gioia per vedere un gran manager pagato al 95% dallo Stato per far ripartire la propria azienda? Oggi non si premiano né si attirano i talenti, e meno ancora i “grandi talenti”; il sistema di reclutamento funziona ad ondate “tsunami” di chiusura-apertura. Non esiste la valutazione ex-post (cosa che in Italia non pare sia stata mai fatta). Nel settore creditizio, mi pare si usi verificare se uno è cattivo pagatore. Perchè non verificare allora se uno è cattivo esecutore di progetti di ricerca? Prof. Ing. Michele Ciavarella Politecnico di BARI, Delegato del Rettore ai Rapporti con il CNR Editor, www.sciencedebate.it web page: http://poliba.academia.edu/micheleciavarella blogs http://rettorevirtuoso.blogspot.com/

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