I no del comitato contro le biomasse

Giuseppe Serravezza, presidente della Lilt Lecce, attraverso un’attenta analisi dei danni provocati dalla produzione di biocarburanti motiva le scelte del comitato “No centrale

Ultimamente l’argomento all’ordine del giorno a Casarano e nei paesi limitrofi è il tema dei biocarburanti. Il dottor Giuseppe Serravezza, presidente della Lega Tumori della provincia di Lecce, a tal proposito intende motivare la posizione presa dal comitato “No centrale” illustrando le proprietà dei biocarburanti, dannosi a suo avviso non solo dal punto di vista ambientale e medico, ma anche da quello socio-economico. È necessario, innanzitutto, fare una precisa distinzione tra il biodiesel e il bio-etanolo, prodotti derivanti da colture differenti e destinati a tipologie di carburante diverse. Il primo, il biodiesel, è prodotto da piante quali i semi di soia, colza, girasole. Una volta prodotto, esso può essere aggiunto al carburante diesel tradizionale per autotrazione, riscaldamento, per produrre elettricità oppure utilizzato come olio combustibile per produrre solo energia. Il bio-etanolo, invece, è una sostanza prodotta principalmente tramite un processo di fermentazione della canna da zucchero, della barbabietola e del mais e può essere mescolato, fino a una certa percentuale, alle benzine tradizionali. Fra gli aspetti negativi della produzione di biocarburanti vi è il sovra utilizzo della terra per consumi non alimentari, entrando in diretta competizione con la produzione di cibo utile alla sussistenza di tutti gli esseri umani, provocando così forti ripercussioni in termini monetari sui prezzi degli alimenti e sull’accesso alla terra e alle acque. A livello mondiale ne è scaturita una forte competizione con vertiginosa crescita dei prezzi dei grani agricoli e a causa della sempre maggiore richiesta di biocarburanti, all’interno del mercato si è verificata una scissione delle destinazioni, indecisi se dedicarle all'alimentazione o ai biocarburanti. La crisi alimentare del 2007 e del 2008 ha fatto affiorare dubbi sulle politiche favorevoli a questa “nuova” fonte energetica, tanto che la FAO, in occasione del rapporto annuale SOFA 2008, ha espresso forti perplessità sull’uso dei biocarburanti, poiché mettono a rischio l’obiettivo della sicurezza alimentare mondiale, la protezione dei contadini poveri, la promozione del generale sviluppo rurale e la sostenibilità ambientale. La Fao attribuisce allo sviluppo del mercato dei biocarburanti e alla conseguente pressione esercitata su tutta la filiera produttiva le principali cause della crisi dei prezzi dei prodotti alimentari che si è abbattuta sui mercati internazionali tra il 2007 e il 2008 e che ha determinato a far crescere il numero di persone che non hanno accesso al cibo. Secondo la FAO, le persone colpite da insicurezza alimentare sono cresciute da 854 milioni nel 2006 a oltre un miliardo all’inizio del 2009. Purtroppo, nonostante quest'accurata analisi e le raccomandazioni della FAO, le politiche sui biocarburanti promosse dai Paesi più industrializzati risentono degli interessi delle lobby industriali che in questo settore hanno effettuato forti investimenti e oggi premono perché il consumo dei biocarburanti si espanda ulteriormente. Spesso le multinazionali del settore operano in paesi governati da regimi non democratici che, per fare spazio alle piantagioni, espropriano terreni senza consultare le parti in causa. In tali contesti il rispetto dei diritti umani spesso manca, la corruzione è ampiamente diffusa e i proventi derivanti dallo sfruttamento delle risorse naturali locali vanno a beneficio di ristretti gruppi di interesse. Anche sul fronte ambientale i biocarburanti non rappresentano un’alternativa concreta ai carburanti fossili, poiché in termini di riduzione delle emissioni, i presunti vantaggi di tali carburanti vengono vanificati dalle emissioni generate lungo la filiera produttiva, soprattutto se il prodotto agricolo destinato alla produzione di biocarburanti è coltivato con macchinari agricoli che fanno uso di carburanti di origine fossile o se la sua coltivazione implica un cambiamento di destinazione d’uso dei terreni. In realtà quando si parla di biocarburanti sembra sempre più evidente che creare perturbazioni dei mercati agricoli non solo genera un problema di stabilità economica, ma anche problemi di più ampia portata, che possono minare i delicati equilibri sociali e ambientali dell’intero pianeta. Concludendo, è bene ricordare che qualsiasi utilizzo della terra diverso dal consumo alimentare finisce comunque per competere con la produzione di cibo e di conseguenza a incrementare il numero di persone che soffrono la fame.

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