Il viaggio di Dr. Frankenstein a Teheran

Franco Ungaro ci regala questo splendido diario del viaggio in Iran della compagnia teatrale dei Cantieri Koreja

IL VIAGGIO DI DR.FRANKENSTEIN A TEHERAN Con tanti dubbi, domande e preoccupazioni dentro ciascuno di noi, finalmente si parte per Teheran, accompagnati non di meno da rassicurazioni e consigli di amici. Qualcuno ci dice persino 'Ma quanto siete fortunati!Perchè perdere questa occasione?'. Comunque sia avvertiamo tutti un po’ di paura e di nervosismo. Tutti sentiamo che non è la solita tournèe. L'ultimo freno alla partenza è rappresentato dalle primarie per le elezioni regionali. Ce le perderemo, purtroppo. L'aereo è prenotato per le 7 di domenica 24 gennaio da Brindisi. Alle 5 siamo già pronti nel cortile dei Cantieri Koreja e l'aereo decolla puntualissimo. Ci attendono a Teheran alle 3,30 della notte ora locale, incluse due ore e mezza di cambio di fuso orario. Vivo con non poca tensione il viaggio e le lunghe soste negli aeroporti di Roma e di Istanbul. Tre grandi valigioni contengono gli oggetti di scena e il testone di cartapesta del nostro Dr.Frankenstein per la sua prima uscita fuori dai confini provinciali e nazionali. Le scenografie e le attrezzature più importanti dello spettacolo dovremmo trovarle pronte sul posto, abbiamo mandato da tempo specifiche e prospetti tecnici. Teheran è una nebulosa, lontana e minacciosa appena rischiarata dalle notizie che i media ci propagano e dalle informazioni della Lonely Planet. A Fiumicino ci dicono che la pista di Istanbul è innevata e l'aereo accumula il primo ritardo. Per scaramanzia non diamo peso alcuno a questo ritardo. Ma abbiamo fatto bene o male ad accettare l'invito del Festival Fadjr? Come sarà Teheran? E l'Iran? A Istanbul le piste d'atterraggio sono libere ma continua a nevicare. Le lancette dell'orologio e quelle del cellulare si spostano in avanti di una ora. L'aeroporto è un lungo vialone affiancato dai soliti negozi delle solite griffe. Ci rifugiamo in quello di cd e videocassette, quasi a volerci preparare a un rito di passaggio tra Occidente e Oriente. Costa di più un caffè che un cd. Qualcuno si butta sulle musiche sufi, qualcuno altro sulla world di Burhan Ochal, altri sul melodico al femminile. Suoni e atmosfere che iniziano a scaldare cuore e anima. E' passata mezzanotte quando decolliamo per l'ultima tratta, l'aereo è pienissimo ma sembra un volo come tanti. Le tre ragazze sedute nella fila affianco alla mia sono particolarmente allegre, chiacchierano per tutto il tempo, consumano con voracità il vassoio servito dalle hostess. Teheran si avvicina quando tra di loro all'improvviso si fanno cenno, iniziano all'unisono un lungo trattamento di creme e profumi sul volto e sul corpo e indossano il velo sul capo. Manca un'ora circa all'atterraggio, capisco che siamo in territorio iraniano, sorvoliamo montagne rese ancora più bianche da un cielo pulito e stellato. Anche per Francesca e Laura, le nostre due uniche donne che ci accompagnano, è il segnale che devono iniziare a coprirsi il capo. Dal finestrino dell'aereo fa impressione l'interminabile strettissima serpentina di luci che termina poco prima della piana di Teheran sulla quale atterra l'aereo. I controlli d'obbligo sono veloci e senza ostacoli e all'uscita ci attendono due addetti dell'organizzazione del Festival Fadjr. Sul pulmino di servizio capisco che quella interminabile serpentina è proprio la strada che ci porterà nel centro di Teheran, città anch'essa interminabile,immensa. Sessanta chilometri da un capo all’altro della città. Quindici,forse venti milioni di abitanti, non si sa. Le montagne a vista sempre illuminate. Prima di arrivare all'Hotel Ferdosi attraversiamo Piazza Kohmeini nella parte più vecchia della città a ridosso dell'antico Bazar. Abbiamo alle spalle ventiquattro ore di viaggi e soste e non troviamo tutte disponibili le camere richieste. E’ lunedì. Sono le quattro e mezza di mattino. Sui cellulari arrivano sms con Vendola vittorioso alle primarie e Palese candidato Pdl. Abbiamo solo tre camere per sette persone.. Notte agitata e insonne per il rumore e il traffico che arriva sin dentro la camera. Ma non solo per questo. Alle 11 c’è Parvin nella hall, che ci accompagnerà per tutto il nostro soggiorno a Teheran. Parla un italiano fin troppo colto ed entriamo subito in sintonia. Siamo lì pronti per salutarla stringendole la mano ma ci blocca con un sorriso e un ‘Mi dispiace ma in Iran è vietato toccarsi in pubblico fra maschi e femmine’. Nel sacchetto di carta per gli ospiti troviamo il programma del Festival, comprese le foto di Imam Khomeini, dell'ayatollah Khamene'ee e del Presidente Ahmadinezhad. Tantissimi gli spettacoli provenienti da Cina, Corea, Russia, Polonia, Germania, Azerbajigian, Venezuela, Brasile in quindici dei quaranta teatri della città. Molti spettacoli partecipano a un concorso internazionale compreso il nostro Dr.Frankstein. L’Hotel Ferdosi è stracolmo di giovani artisti e operatori. In programma anche un ‘Market’ con workshop di presentazione delle compagnie iraniane. Parvin ci conduce al laboratorio dove hanno costruito parte delle scene del Dr.Frankestein e per la prima volta attraversiamo una città che si svela nella sua quotidianità e normalità. Gente per strada che fa acquisti, che va o torna dal lavoro. Tante le donne con lo chador nero ma tantissime quelle con un semplice velo o un fazzoletto sul capo. Non c’è polizia e non ci sono manifestazioni di protesta per strada. Ci sono solo in occasioni di ricorrenze religiose importanti, ci dicono. L’11 febbraio ne è prevista una. Nel laboratorio tanti tecnici lavorano per le nostre scene ma anche per quelle delle altre compagnie. Mario il nostro responsabile tecnico trova un perfetta intesa con loro, anche se il grande cerchio di metallo non è finito e il tavolo del dottore non ancora avviato. Il laboratorio fa parte del Ferdossi Theater che è la sede dell’ Opera delle Marionette. In ottobre sono stati al Teatro Quirino e al Teatro Argentina di Roma. Impressionano le animatrici tutte col capo avvolto dal velo viola e lo spolverino nero. Riusciamo a vedere mezz'ora dello spettacolo di marionette straordinario per le immagini ma soprattutto canti e suoni che raccontano la storia e l’epica dell'Iran. Ci avviamo al City Theatre, un grande complesso circolare a più piani con gli uffici dell'Academic Art Centre che organizza il festival, sale per esposizioni, laboratori, prove e cinque teatri di diverse dimensioni. Riesco a vedere lo spettacolo Zero 'O Clock dell'iraniano Attila Pesyani mentre gli altri compagni prendono accordi per il montaggio. Mancano ancora le attrezzature richieste ma ci saranno dal giorno dopo, ci dicono. Fa notte molto presto a Teheran e il sonno fa fatica ad arrivare. Martedì 24 gennaio è giorno di montaggio e di spettacolo. I tecnici del teatro sono generosissimi e disponibili ma si lavora con i loro tempi, rovinati più dalla burocrazia e dall’autorità che dalle capacità, che sono notevoli e apprezzabili. Uno di loro, viene dall'Azerbajgian, ci invita in una pausa nella sua stanza per bere il tè e ci sorprende quando inizia a recitare poesie d'amore. Lo fanno tutti in Iran, dappertutto e in qualunque momento. Noi e loro ci diamo dentro comunque, noi un po’ schizzati, loro un po’ flemmatici ma con una bel mood. Noi siamo anche preoccupati perché alle tre arriverà il funzionario della censura per il rilascio del a osta. In Iran: pubblicamente è vietato danzare, è vietato il nudo, è vietato toccarsi fra maschi e femmine, anche solo per darsi la mano. Superiamo qualsiasi scoglio perchè Dr.Frankenstein ha solo due interpreti maschili in scena e perché accettiamo di coprire il busto di Fabrizio Pugliese con una canottiera che Parvin ci procura. Il mixer luci non funziona bene. Quello buon arriverà solo un’ora prima dell’inizio dello spettacolo. Il proiettore per i sottotitoli non c’è. Arriverà un quarto d’ora prima dell’inizio dello spettacolo Siamo comunque in ritardo e in tensione. Sentiamo le voci di un pubblico vociante e numeroso. D’improvviso la sala di duecento posti si riempie fino all'inverosimile, con tantissimi giovani e donne seduti su poltrone, gradini, cuscini, persino una improbabile galleria improvvisata. Si va in scena con i sottotitoli in inglese. Fra attori e pubblico un unico respiro. Di minuto in minuto cresce l’emozione e la commozione, fino agli applausi, forti e prolungati. Fabrizio Saccomanno e Fabrizio Pugliese sono sorpresi e storditi. Anziché guadagnare velocemente l'uscita e mettere in una urna il fogliettino con il voto dello spettacolo (ottimo, buono o sufficiente), il pubblico tarda ad uscire dalla sala, non vuole staccarsi dagli attori e qualche ragazza osa dare loro persino la mano. Ancora sms con tre candidati a governatore: Vendola-Palese-Poli. Il dopospettacolo siamo invitati a casa di Carlo Cereti tra i pochi esperti di cultura iraniana in Italia e di sua moglie Tiziana. Abita a Teheran Nord e per arrivarci facciamo non meno di 30 chilometri . La casa è piena di iraniani che hanno studiato in Italia o che parlano benissimo l'italiano. Tenco, Modugno, Giorgio Gaber, Carmelo Bene sono vivi insieme a noi. E' di nuovo notte inoltrata. Il freddo punge. Si corre in albergo. Non si dorme ancora. Troppa elettricità. Mercoledì 27 facciamo colazione in un albergo pieno di artisti polacchi, russi, svizzeri, cechi, colombiani, cinesi, coreani, turchi, venezuelani. Dalle 10 alle 13 è previsto al City Theatre il nostro workshop con attori iraniani. Abbiamo ottenuto di poterlo fare con maschi e femmine insieme. La stanza non c'è e neanche il lettore cd. Arriverà ci dicono. Intanto arriva gente dai 16 ai 30 anni, una ventina in tutto, le ragazze con i capelli coperti dal velo. Abbiamo anche la sala. Ci si presenta e via con gli esercizi proposti da Salvatore e dai due Fabrizi. Poi arriverà anche il cd. Esercizi sconosciuti a loro, devono mettere in gioco soprattutto le loro capacità di reazione e di relazione, le possibilità diverse nell'uso del proprio corpo, gesti che diventano sequenza, movimenti che diventano danza, azioni che si trasformano in puro ritmo. Esercizi che riescono loro facili, a guardare dalla velocità, l'intensità e l'applicazione con cui riescono a eseguirli. Fa spicco per la sua gigantesca stazza e per il fatto che studia fisica un ragazzo che abita a cinquanta chilometri da Teheran e gli piace il teatro. L'aria è pregna di sudore ma c'è una bellissima atmosfera. Qualcuna spruzza un po’di profumo sul proprio corpo. Al pomeriggio il magazine del festival riporta la notizia che Dr. Frankestein è lo spettacolo più gradito del pubblico del festival seguito da uno polacco. Qualcuno mi dice che il motivo è da ricercare nel 'messaggio' dello spettacolo. La bestia, creatura artificiale dell'onnipotente Dr.Frankestein e simbolo della diversità e dell'alterità, si ribella e si vendica del suo creatore, costringendolo a porre e a porsi domande sul significato della vita, dell'amore, di Dio. Capisco che lo spettacolo ha dispiegato un potere metaforico ancora più alto e più ampio mettendo a nudo contraddizioni forti della coscienza civile di quel paese. Più volte e più persone mi hanno chiesto 'Cosa ne pensi dell'Iran?' Più volte e a più persone ho fatto la stessa domanda. Domanda che crea sottile imbarazzo a me e a loro, sapendo entrambi che è in atto un cambiamento politico e sociale dagli esiti incerti, che le forme del controllo sociale si evidenziano anche attraverso la paura di esprimere pareri espliciti, che il sentimento religioso della colpa e della punizione pesa come un macigno sulla rivendicazione di qualcosa che ha a che fare con i diritti e la libertà. Forse sono proprio alcuni gesti delle donne le spie del bisogno di cambiamento, la lentezza leggermente infastidita con cui raccolgono un velo che cade dalla testa o l'allungare e ritirare improvvisamente la mano per salutarti o un gesto che viene criticato perché troppo sensuale. Non risposte alla domanda ma indizi di una distanza dal fanatismo e dall'oscurantismo, parametri con i quali invece siamo abituati a immaginare e giudicare questo popolo che mostra invece un potenziale invidiabile di cultura, di vitalità, di forte attaccamento ai valori dell'amicizia, della solidarietà. Comunque il pomeriggio scorre veloce, avevamo previsto con Mousavi un giro nell'antico bazar ma c'è poco tempo e ci limitiamo a visitare qualche negozio di tappeti. Nel pulmino di servizio la radio è accesa e per qualche minuto l'umore dei nostri accompagnatori cambia improvvisamente. Sospettiamo che sia successo qualcosa di grave. Si va subito in teatro. Ancora tantissimo pubblico. Ci chiedono di mettere in conto una terza replica non programmata. Non succederà perché dopo di noi è già pronta la compagnia che viene dal Brasile. Sul magazine del festival, Dr.Frankestein mantiene la stessa posizione del giorno precedente. Si smontano e si invaligiano i pochi oggetti di scena e via in albergo per la cena. Abbiamo la disponibilità di una camera in più ma di notte sui sogni prevalgono ancora i pensieri e le domande. Una soprattutto, 'cosa ne pensi dell'Iran?' Non si dorme. Giovedì 28 seconda giornata di workshop. Arrivo più tardi degli altri, dopo il bazar e la marea nera di chador, i tanti fuochi accesi per riscaldarsi le mani lungo la strada che fiancheggia il mercato, le bambine in nero che giocano, quelli che cambiano i soldi e quelli che chiedono soldi, i ricchi che non vendono tappeti ai pochi turisti, i poveri che vendono miseria ai poveri. E' la Teheran più popolare. Dicono che qui si decidono le sorti della politica iraniana. Intanto nella sala del workshop l'entusiasmo è cresciuto. Ci si capisce ormai senza difficoltà alcuna e si lavora con grande generosità e sincerità. Il più delle volte queste esperienze si concludono con abbracci e qualche lacrimuccia. A Teheran ci si congeda guardandosi intensamente negli occhi. Le ragazze vorrebbero studiare e fare in teatro in Italia. Ci scambiamo gli indirizzi mail e la promessa di incontrarci al più presto. Mousavi ha preso l'impegno di portarci a mangiare in un ristorante con cucina tradizionale dove yogurt, gelato e carne mista a pane e verdure cucinata lentamente per un intera giornata in terracotta fa strabuzzare gli occhi. Nel bel mezzo del pranzo Mousavi dice che dobbiamo correre dal direttore artistico del festival Hossein Parsaei che vuole parlarci. Salta la visita al museo che custodisce i tesori più preziosi dell'impero persiano 'Molta gente parla bene del vostro Dr.Frankestein- ci dice il direttore ordinando per noi tè e pasticcini- tanti non hanno potuto vederlo e vorrebbero vederlo. Gli attori che hanno seguito il workshop vorrebbero avervi ancora qui. Diteci le date libere dopo il 21 di marzo. Ci piacerebbe presentare anche gli altri vostri spettacoli'. A noi non sembra vero e prendiamo naturalmente tempo. Poi iniziamo a fantasticare sui luoghi più affascinanti dell'Iran, Persepoli, Shiraz, Isfahan dove portare Paladini di Francia e La Passione delle Troiane. Ma il direttore insiste su Teheran. Intanto qualcosa di importante viene comunicato sullo schermo del televisore, lui esce preoccupato dalla stanza, ci lascia soli con Mousavi per cinque minuti, al rientro è più rasserenato Manderemo presto un progetto, gli diciamo, e decidiamo. Usciamo, tempo di comprare in fretta qualche regalo, passare dieci minuti in albergo e ci aspetta la cena a casa di Heydari. Anche l'autista ha fretta, passa in un attimo secondo da una corsia all'altra della strada, da una direzione di marcia all'altra, sorpassa facendo il filo alle macchine che supera, strombazza ai pedoni che attraversano la strada bloccandoli a metà delle strisce pedonali e ci lascia senza fiato. Così fan tutti a Teheran. Bella, moderna e accogliente la casa di Heydari. Suo figlio è fissato con Ronaldino. Solo Parvin mantiene il velo in testa. Mossavi ci spinge a discutere della condizione delle donne e di matrimonio in Iran e in Italia, la situazione sembra avere molti aspetti comuni anche se le leggi hanno fondamenti diversi e la moglie di Heydari ha idee molto chiare sul loro percorso di emancipazione. La moglie di Hastane invece ha preparato un piatto fantastico di melanzane spezzettate e macerate nell'aglio che continua a effondere la sua miracolosa potenza. Sono quasi le ventitre e fra un'ora ci aspetta il pulmino che ci accompagnerà all'aeroporto. Salutiamo a malincuore gli amici che ci hanno ospitato. Il cuore strizza a tutti. Dobbiamo staccarci anche da Parvin. ‘Pregate per i nostri giovani’, è l’ultimo suo messaggio. Carichiamo le valige. Capita di sedermi a fianco di Cusmina Aljena del Pejo's Wandering Dolls di San Pietroburgo, parliamo di teatro di marionette e di Commedia dell'Arte, l'estate scorsa la compagnia è stata a Ceglie Messapica e Alberobello con lo spettacolo, anche loro hanno ne hanno uno sui Paladini di Francia. Scendiamo, la saluto e ci avviamo ai soliti controlli. Ci addormentiamo sfiniti sulle poltrone delle lounge rooms svegliati due ore dopo dalla chiamata all'imbarco. Alle quattro precise l'aereo decolla. Il viaggio di ritorno dura solo dieci ore. Insieme alla stanchezza avvertiamo tutti un senso di maggiore leggerezza e fiducia. Possiamo lavorare con queste persone dall'umanità straordinaria. Ne sentiamo più noi il bisogno che loro. Anche se nel teatro che vogliamo fare mancherà sempre qualcosa, una camera, un mixer, un appuntamento importante ne vale proprio la pena di mettersi in cammino sin qui. Serve per capire noi stessi, per conoscere gli altri, le diversità, le differenze, per costruire la nostra identità. Le strade sono un collante straordinario per unire popoli e culture diverse. E il teatro ci sembra al momento quella migliore. Più di Internet certamente. Franco Ungaro

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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