Copertino. La canzone beat di Nanda

Racconti e canzoni per rendere omaggio alla grande Fernanda Pivano e alla sua passione per la beat generation. Ieri alle ore 19,30, presso il castello Angioino, a Copertino, Giulio Casale, scrittore, autore e cantautore amico di Nanda, ha messo in scena il mondo raccontato con gli occhi della scrittrice scomparsa lo scorso 18 agosto

Una serata in onore di Fernanda Pivano, scrittrice e traduttrice del contemporaneo panorama culturale italiano. Giulio Casale, scrittore, autore e cantautore amico di Nanda, ha messo in scena il mondo raccontato con gli occhi della scrittrice scomparsa lo scorso 18 agosto. Un modo per renderle omaggio, un atto di ossequio nei confronti dei suoi settanta anni di carriera, trascorsi scrivendo esclusivamente in onore e in amore della non violenza. L'evento si è svolto ieri sera presso il castello Angioino di Copertino (seconda tappa pugliese, la prima si era svolta a Galatina), intorno alle 19.30, con l’organizzazione del Comune di Copertino, Union3, Regione Puglia, Provincia di Lecce e con il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Lo spettacolo ha ripercorso i momenti salienti di un'avventura lunga quasi un secolo attraverso i Diari 1917-1973 (opera pubblicata da Bompiani) adattati a una nuova forma: il teatro, sotto la direzione di Gabriele Vacis e con la scenografia e l’elaborazione delle immagini curata da Lucio Diana, apprezzato ed eclettico artista multimediale della scena italiana. Giulio Casale ha aperto lo spettacolo proprio con i Diari, l’”avventura” americana della giovane studiosa che negli anni cinquanta/sessanta partì alla ricerca delle origini di quel movimento culturale che rivoluzionerà tradizioni e costumi: la beat generation. A lei il merito di aver tramandato con il suo intenso lavoro di osservatrice e traduttrice, i tabù e i pregiudizi di un’America troppo borghese e puritana che manifestava i propri istinti repressi in una sorta di consumismo compulsivo. E in questo viaggio Nanda incontra Normanna Mailer, Hemingwai e Ginsberg, Kerouac, Gregory Corso, Ferlinghetti, i capisaldi della beat generation, tra monologhi, momenti musicali e raid nel mondo degli scrittori che, grazie a lei, hanno avuto popolarità in Italia. Casale, il “cantattore” ha dialogato con Nanda, facendosi suo portavoce e ha poi trasposto drammaturgicamente i suoi testi, le sue parole, nella forma di narrazione e di teatro canzone. Ottimi i risultati raggiunti, si viene catapultati nella magia di quegli anni, nella lotta agli ideali, nella delusione per le utopie, per l’irrealizzabilità di alcuni sogni rimasti chiusi nel cassetto, le contraddizioni, gli errori. Un coinvolgente desiderio di libertà permea tutto lo spettacolo, trasgressione, voglia di essere se stessi, di esserci, di contare qualcosa, essere protagonisti nella costruzione del proprio futuro. Tanti i temi affrontati: razzismo, immigrazione, guerre, valori etici e spirituali, omosessualità, per un’ora e mezza in cui la vibrazione emotiva non cala mai di tono. Negli anni Cinquanta in America i giovani prendono il posto delle vecchie e sagge generazioni, diventano i nuovi protagonisti di una scena dove il mercato impone leggi e abitudini precise: la coca cola, la televisione e le cose alla moda da comprare. Ma non solo giovani consumisti, anche e soprattutto giovani sovvertitori: James Dean, Jim Morrison, Janis Joplin fino ad arrivare a Tim Buckley e a Kurt Cobain, “angeli dalla pelle troppo fragile” per sopravvivere alla “grace under pression”. Casale con una nota di polemica sottolinea le differenze tra quella generazione di sognatori e la nostra, fatta di “tronisti” e “veline”. Colonna sonora dei racconti di Giulio Casale, sempre e solo la sua voce. Il cantattore imbraccia la chitarra e ci regala la musica di quegli anni, a farla da padrona le note di Bob Dylan, The times they are a-changing, American pie di Don McLean fino alla Preghiera in gennaio di De Andrè, poeti che Fernanda Pivano ha conosciuto e amato. Sua, infatti, è la frase con cui ha consegnato, nel 1997, il Premio Tenco a De Andrè: Sarebbe necessario che invece di dire che Fabrizio De André è il Bob Dylan italiano si dicesse che Bob Dylan è il Fabrizio De André americano. Un plauso al cantattore. Una voce autorevole, calda, che si erge a graffiare e a scuotere la sensibilità dei presenti, regalando emozioni vere e coinvolgenti. E alla fine Giulio Casale ha dovuto concedere il bis.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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