“Vi presento l'Uomo nero”

Intervista all'attore e regista Sergio Rubini. Ieri sera, al multisala Massimo di Lecce, ha presentato il suo ultimo film, “L'uomo nero”

“Sono molto fiero di questo film perché metto in scena il mio alter ego bambino. Mi fa sentire più giovane – io ho 50 anni – e poi quando il punto di vista è quello di un bimbo, improvvisamente le cose sono più in ordine e ciò che ti fa paura è solo l’Uomo nero, ciò che non ha ancora un volto. Tutto il resto è al proprio posto, non esiste cattiveria, intolleranza, solo grazia. Mi piace per questo, il film è intriso di tanta dolcezza, commuove ma dà anche gioia”. Sergio Rubini non ha dubbi sulla sua nuova commedia, “L’uomo nero”, di cui è regista e protagonista: “È una ciambella riuscita col buco, spero che vi piaccia”, ha esordito ieri sera durante la presentazione-lampo al multisala Massimo di Lecce. Al suo fianco, nella sala gremita di gente, anche gli attori baresi Vito Signorile e Mariolina De Fano. Sorride Rubini quando racconta del nuovo lavoro (nel cast anche Riccardo Scamarcio, Valeria Golino e Margherita Buy), una favola contro i pregiudizi che ci catapulta negli anni Sessanta, in un paesino di provincia dalle mura bianche, dove chi sale in auto per andare a Bari sembra che prenda l’aereo per l’America. “Volevo fare una commedia nella sua accezione balzachiana – spiega – con al centro lo sguardo di un bambino che osserva le avventure e disavventure della sua famiglia attraversata dall’amatorialità del padre. È una storia che racconta la Puglia che non c’è più, dove i sogni di un uomo qualunque vengono trattenuti e spezzati dall’immobilismo della cultura di provincia”. Ancora una volta la Puglia dei suoi ricordi, quindi? “Sono andato via da Grumo Appula quando avevo 18 anni e tutti i film che ho fatto finora nascono in qualche modo da questo strappo. La mia Puglia, lo ripeto spesso ormai, è uno spazio mentale non geografico”. È un guardarsi indietro più che declinare l’oggi. “Sì è vero, continuo ad andare indietro, sarà che sto invecchiando…Ho cercato di girare una commedia dei sensi per decifrare la figura paterna. Sono partito dalla voglia di raccontare una vecchia storia, quella di un macchinista che lanciava caramelle ad un orfanotrofio. Ernesto, il mio protagonista, è un capostazione che fa il pittore, ma resta dilettante, perché i suoi concittadini ne mortificano le aspirazioni artistiche, per invidia e per la difesa di casta”. Chi è l’uomo nero? “È il fantasma dell’uomo cattivo che si materializza nell'immaginario del figlio di Ernesto, il piccolo Gabriele, ora nelle vesti di un padre disattento ora nelle vesti del barbone o di un prezzolato critico d'arte”. Dopo La stazione, L'amore ritorna e Tutto l'amore che c'è, torna a toccare temi autobiografici. “Anche Sergio Leone, quando faceva mettere il sigaro in bocca a Clint (Eastwood, ndr) parlava della sua vita. Guardare al passato è l’unica maniera per riuscire ad avere una prospettiva”. LA TRAMA Gabriele Rossetti torna in un paesino della Puglia per l'estremo saluto al padre morente, Ernesto. Le ultime parole dell'anziano risvegliano in lui il ricordo di un espisodio lontano nel tempo, di quando era bambino negli anni Sessanta e viveva con il padre, capostazione della ferrovia locale con aspierazioni artistiche, la madre Franca, insegnante, e lo zio Pinuccio, giovane fratello di Franca.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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