Intervento A.M. Spagnolo al congresso PD

Il tentativo di Franceschini di reggere le sorti di questo nostro partito in una fase difficilissima è apparso totalmente inadeguato alla radicalità della nostra crisi

Care amiche e cari amici, credo veramente che questo nostro dibattito congressuale debba avvertire tutta la gravità della fase che stiamo attraversando e il peso della responsabilità che oggi siamo chiamati ad assumere. Da più parti si afferma che questa scadenza rappresenta forse l’ultima occasione perché nasca in Italia un grande partito riformista a vocazione maggioritaria. E tuttavia è bene ribadire che non partiamo da a. Noi rappresentiamo la generazione che si è formata nell’esperienza dell’Ulivo; figlia cioè del primo progetto politico capace di andare oltre le macerie della prima repubblica senza disperdere le culture,le ispirazioni valoriali e i progetti più innovativi. Questo filo ideale che ha riguardato circa un decennio della storia del nostro Paese non deve essere mai smarrito nella nostra discussione. Altrimenti si corre il rischio di azzerare una comune identità di tanti nostri elettori che hanno contribuito per ben due volte a sconfiggere il partito di Berlusconi e concorso al governo di gran parte delle regioni, delle province e dei comuni del nostro paese. Ragioniamo di noi, quindi, dentro una storia maggioritaria. Non come fossimo una variabile marginale di un tempo cupo segnato unicamente dal potere berlusconiano. E’ questo, quello del governo, il livello della nostra riflessione tanto più quando il quadro generale appare così fosco da invitare i più pessimisti ad un arroccamento e tutto sommato ad una testimonianza nobilmente valoriale. Ma il clima intorno a noi resta pesante. In primo luogo perché le recenti vicende politiche nazionali e regionali che hanno riguardato il nostro partito, accentuano un evidente senso di sfiducia da parte di quel popolo democratico che aveva guardato con speranza al progetto dell’Ulivo prima e al Pd dopo. E’ capitato a tutti noi in questi mesi di avvertire un certo scetticismo circa la possibilità di un “nuovo inizio” , di una rifondazione del principale partito di opposizione italiano. Indubbiamente pesano su ciò le dimissioni di Veltroni, le sconfitte elettorali che hanno visto in pochi anni il progressivo ridursi del consenso elettorale che aveva consentito a Prodi e al centro- sinistra di battere per la seconda volta Berlusconi. Ma principalmente questo disagio nasce dalla constatazione che la felice intuizione di dar vita al Partito Democratico, fondandolo sulle culture del riformismo italiano di sinistra e sul cattolicesimo democratico, non ha prodotto quel polo di riferimento capace di contrastare il governo di centro- destra e di aggregare un blocco sociale diffuso legittimato a candidarsi al governo del Paese. Per molti mesi il nostro partito è apparso senza parole. Le parole capaci di mobilitare milioni di democratici, contrastare i progetti reazionari di questo governo e al contempo indicare soluzioni credibili ai tanti settori sociali colpiti dalla crisi in atto. Un partito che è sembrato impreparato alla sfida dell’opposizione, privo di una comune cultura politica capace di incalzare il governo di centro destra. E purtroppo il cambio del segretario non ha risolto il problema di fondo del nostro partito. Per molti commentatori e anche per molti iscritti e militanti del partito il “problema di fondo “ per il PD sarebbe consistito nell’appannamento del suo carattere di sinistra. La stessa unificazione tra DS e Margherita alla prova dell’opposizione avrebbe messo in evidenza tali e tante disomogeneità culturali da trascinare il corpo del partito nella paralisi più totale. Ritorna la domanda: le culture fondamentali della democrazia italiana possono fondersi per dare vita a qualcosa di nuovo che sia capace di superare le stesse e cogliere nuove sfide e aprire nuove stagioni politiche? Non è un caso che lo stesso risultato elettorale delle elezioni politiche e più ancora quello delle europee indicano senza alcun dubbio che sempre più l’area elettorale del Pd va coincidendo con un elettorato orientato a sinistra ed al contempo appare evidente che pezzi consistenti dell’elettorato che proveniva dalla Margherita e dal Partito Popolare si spostano verso i partiti di centro o lo stesso Pdl. Non è un caso che in Puglia nel voto europeo il PD si aggiri intorno al 21,7% incapace sia di confermare un elettorato più radicale che premierà l’Italia dei Valori e per certi versi Sinistra e Libertà, sia di contrastare l’emorragia di un elettorato più moderato verso l’UDC. Se ricordiamo che appena un anno prima proprio in Puglia il PD raggiungeva alle elezioni politiche il 31% dei voti avremo l’amara constatazione che in pochi mesi abbiamo perduto circa il 10% (quasi un elettore su tre non ci ha più votato). Ecco perche ritengo che il pur generoso tentativo di Franceschini di reggere le sorti di questo nostro partito in una fase difficilissima è apparso totalmente inadeguato alla radicalità della nostra crisi. Che fare, cosa serve in primo luogo al nostro paese come soggetto politico organizzato? E’ inutile nascondere, se vogliamo finalmente fare chiarezza tra di noi, che si va accentuando anche tra i gruppi dirigenti l’idea che il progetto del Pd per essere rilanciato debba liberarsi delle culture politiche che non sono profondamente omogenee a quelle storiche della sinistra italiana. Non a caso è uno dei temi più discussi anche in questi giorni sui giornali nazionali. Come se una semplificazione delle radici del Pd potesse rappresentare la condizione necessaria a rilanciarne il ruolo e il consenso. Ma proprio per richiamarci alla storia che lega questo nostro comune progetto e che ribadisco è quella dell’Ulivo, questa tentazione di semplificare i caratteri culturali fondativi del nostro partito ne rappresenterebbero anche la inevitabile morte. L’Italia non ha bisogno di un nuovo partito comunista, non a caso coloro che nella sinistra più radicale hanno tentato questa strada sono certo quasi completamente scomparsi. L’Italia ha bisogno di un moderno partito riformatore che abbia radici profonde ma che non dimentichi che il PD nasce con lo scopo di superare proprio quelle culture fondative dei partiti della prima repubblica. Nasce dalla comprensione che solo un superamento di quegli angusti ambiti culturali potevano metterci al riparo dal rischio di marginalità e di scomparsa come è avvenuto per altre formazioni politiche. Tuttavia è fuori di dubbio che l’incontro tra democratici di sinistra e margherita non ha prodotto quella sintesi avanzata capace di nuove e feconde aggregazioni. E su questo punto io credo che misuriamo le responsabilità di tutti noi. Di quanti hanno creduto che un nuovo partito poteva nascere privo di una comune ricerca di cultura politica, ma affastellando i gruppi dirigenti e affidando ai gazebo la politica della decisione. Comprendo bene che dopo l’ennesimo fallimento della prova di Governo dell’Ulivo la suggestione di semplificare la coalizione delineando un ruolo auto referente per il partito fosse l’unica strada percorribile. Ma questo ha finito con il rimuovere il nodo politico che ogni gruppo dirigente si è trovato affrontare. Come superare gli steccati culturali che ciascuno si portava dietro? Come aprire lealmente tra di noi un nuovo terreno di approfondimento comune che richiedeva però nuovi approcci innovativi e non arroccamenti culturali? Anche qui, nella nostra città credo, per responsabilità di tutti noi, si è sottovalutato il fatto che lo sforzo per far nascere un nuovo gruppo dirigente non prigioniero di antiche appartenenze ma capace di arricchire nuovi orizzonti culturali con effettivo radicamento territoriale, doveva essere il principale impegno di questi mesi per la costruzione del partito . Mentre una parte di noi, assorbita nell’attività istituzionale, finiva con il privilegiare la dialettica tra le forze politiche in Consiglio, i giovani quadri impegnati nella direzione dei circoli rimanevano privi di un costante orientamento politico, incapaci di dare vita ad un autonoma agenda di lavoro, al più utilizzati a sostegno delle iniziative del gruppo consiliare. Anche io sono convinta che una nuova fase del partito democratico si fonda sul rilancio dei circoli. Ma per evitare che questa rappresenti l’ennesima affermazione demagogica che ripetiamo dopo ogni sconfitta elettorale dobbiamo meglio precisare cosa concretamente significa. In primo luogo deve significare spostare la sovranità delle decisioni che caratterizzano la politica cittadina del Pd più sui circoli che sul gruppo consiliare. Questo naturalmente significa che occorre amalgamare nuovi quadri chiamati a ruoli di direzione politica sul territorio con quelli di maggiore esperienza e che allo stesso livello sono chiamati a legittimarsi come quadri dirigenti di un nuovo Partito Abbiamo bisogno cioè di organismi dirigenti forti, capaci di interpretare i bisogni della città e fissare l’agenda politica dei prossimi mesi, e non invece semplice manovalanza per dare corpo alle iniziative decise dal gruppo consiliare. Io immagino un gruppo dirigente cittadino che sappia cogliere le contraddizioni presenti nel centro- destra, sappia recuperare quel forte consenso elettorale che nelle ultime provinciali ha portato Loredana a battere Gabellone al ballottaggio nella città di Lecce e questo attraverso una campagna di iniziative organizzate sul territorio, che diano finalmente consistenza e radicamento al nuovo partito. Abbiamo bisogno di un gruppo dirigente che senta la responsabilità di rappresentare più del 50% dei cittadini leccesi e che sposti sempre più verso il partito le sedi della decisione politica sulle questioni caratterizzanti il futuro della nostra città. Stiamo attenti amiche e amici, proprio l’indebolimento del partito nel mezzogiorno ha finito con il produrre pericolose derive personalistiche e spesso poco trasparenti. Il risultato è stato che le decisioni sono state progressivamente sottratte alle sedi proprie e appaltate a lobby di potere che hanno finito con il condizionare le attività assessorili. E’ inutile nasconderci che dopo le derive fallimentari del partito in Campania, Abruzzo e Calabria siamo sottoposti anche in Puglia ad un’offensiva giuridica sempre più incalzante sulla questione della Sanità. Non voglio entrare nel merito dei singoli aspetti che sembrano coinvolgere responsabilità anche penali di amministratori regionali e dirigenti della sanità. Certo non possiamo nascondere che in questi mesi siamo rimasti attoniti di fronte al susseguirsi di filoni d’inchiesta che hanno messo a nudo un sistema opaco e percorso da torbidi interessi. E’ questo proprio sul quel terreno, la sanità, su cui il centro- sinistra aveva sconfitto in Puglia Raffaele Fitto e su cui le speranze di cambiamento dei cittadini pugliesi si erano maggiormente manifestate. Non nego che in diverse situazioni grazie all’attività di tanti generosi operatori del settore la situazione sia migliorata quel che è certo e che mai in questi anni il Pd né in Puglia né nel Salento ha saputo prospettare un proprio piano sulla sanità. Un’idea forte che non fosse la semplice riproposizione di quanto l’assessore aveva già deciso o il pretesto per rafforzare legami con questo o quell’altro settore della sanità salvo poi alla resa elettorale verificare che il consenso spostato era ben poca cosa. Proprio nel Mezzogiorno in presenza di una società civile sempre più debole la sfida di governo che ha riguardato tante regioni ha visto accentuarsi la divaricazione tra il partito degli assessori, sempre più forte, e il partito degli iscritti. Quest’ultimo ha finito con il contare sempre meno; estraneo agli indirizzi e alle decisioni più importanti, alla fine è rimasto spettatore passivo prima attonito poi sgomento di fronte al resoconto giornalistico della politica sanitaria. Care amiche io credo che proprio le donne avvertono la maggiore necessità di un partito che riacquisti la sovranità della decisione, che rivendichi il ruolo d’ indirizzo rispetto a chi è chiamato ad esperienze di governo che fissi l’agenda politica delle priorità in Puglia. Io mi domando dove era il partito quando alla provincia di Taranto si decideva di costituire una giunta di 10 assessori ignorando scientemente la rappresentanza femminile? E al contempo credo che la storia di questi anni di battaglie che ci hanno viste protagoniste e che sono state decisive per segnare nuovi diritti e ristabilire nuovi rapporti tra i sessi; queste battaglie che hanno riguardato anche una nuova etica tra i rapporti tra uomo e donna, credo che faremmo bene a rimetterle al centro del comune sentire del nostro partito ed assumerle come criterio base per la nostra identità. E principalmente come criterio di selezione di una nuova classe dirigente.

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