Donizettismo bovariano

Quando Madame Bovary incontrò Lucia di Lammermoor

Emma Bovary, già sposa disillusa, già adultera tradita, va una sera a teatro col marito: danno “Lucia di Lammermoor”. È spettatrice competente, di quelle che hanno già letto il romanzo. D’altronde con Walter Scott gioca in casa, è risaputo che i libri dello scozzese stanno a Emma come i romanzi di cavalleria a don Chisciotte. Con la musica l’immedesimazione raddoppia. Il grigiore borghese cerca di idealizzare le sue pene meschine, spiegano i dotti. Infatti il marito è di quelli che sgomitano e sussurrano domande. A onor del vero va detto che, malgrado la bêtise, anche lui rivela una personale visione dell’amore: “Chi è quello? Perché la perseguita?” “Zitto, scemo! Non lo vedi che si amano?” Emma, con uno così in casa, sogna ali per volare, ma poi nell’intervallo incontra una vecchia fiamma ed è pronta a ricadere su un materasso. Come Paolo e Francesca smettono di leggere di Lancillotto e Ginevra, anche lei, al rientro dal foyer, di Lucia non ne vuol più sapere. Nella scena della fonte, che tanto l’aveva commossa, fra arpe e flauti a imitare il gorgoglio delle acque, quella prevede solo sciagure, Emma invece è di nuovo convinta di esser votata a ben altri destini. Sappiamo come finirà.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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