Don Stefano: “Mi pedinano”

di Maria Luisa Mastrogiovanni

Prete da 13 anni, di cui dieci passati ad Ugento. Conosce profondamente la realtà cittadina, il “prete forestiero”, così lo chiamano ad Ugento perché originario della confinante Taurisano. All’ingresso del suo oratorio campeggiano due striscioni: uno con la scritta “Qui le menzogne non entrano”, squarciato da vandali in una notte del gennaio scorso, e l’altro, “L’oratorio non si tocca”. L’oratorio accoglie non solo gruppi di bambini festanti che frequentano il catechismo, ma anche gli attivisti del comitato “Io conto”, presieduto da Vito Rizzo. Lì si discute di politica e di come cambiare “il sistema”. Una spinta verso la legalità che ha trovato il suo propulsore nello shock provocato in tutta la comunità dall’omicidio di Peppino Basile, il consigliere dell’Italia dei valori trucidato con 50 coltellate di cui 19 mortali nella notte tra il 14 e il 15 giugno dello scorso anno. Da allora, don Stefano Rocca, 39 anni, ha sempre invitato gli ugentini a rompere il muro di omertà, a non aver paura, a parlare. Ma delle intimidazioni che ogni giorno subisce, di quelle non ha mai parlato. Fino ad oggi. Così come non aveva mai dichiarato senza mezzi termini che in confessione ha ricevuto rivelazioni sull’omicidio. Segreti che rimarranno tali, tutelati dal voto sacerdotale e dal codice civile dello Stato italiano. Perciò al magistrato non potrà dire a e il magistrato non potrà chiederglielo. Però oggi ha deciso di raccontare delle intimidazioni che lo riguardano, delle “ronde” all’esterno dell’oratorio, persone che sul marciapiede «vanno e vengono e si danno il cambio», pedinamenti a distanza. C’è sempre qualcuno che lo osserva e che osserva chi si avvicina a parlargli, in questo modo intimidendoli e facendo il vuoto attorno al sacerdote. Don Stefano ha anche ricevuto due lettere anonime, consegnate al pm Giovanni De Palma, contenenti rivelazioni sul mandante dell’omicidio. Con lui facciamo la conta degli atti intimidatori che si sono registrati in paese negli ultimi mesi: una bomba carta di fronte al palazzo comunale, due macchine bruciate al sindaco, una macchina danneggiata al consigliere d’opposizione (Comunisti italiani) Angelo Minenna, 27 anni. Ora un’altra macchina danneggiata, un altro ragazzo, Simone Colitti, 25 anni, che ha deciso di impegnarsi in politica, iscrivendosi all’Italia dei valori.

Don Stefano, ad Ugento ha avuto luogo l’ennesimo atto intimidatorio. La posizione ufficiale del Comune in questi ultimi mesi è stata quella di minimizzare, ad ogni nuovo caso, l’accaduto. Ciò anche in occasione dei due episodi che si sono consumati ai danni del sindaco e della bomba carta al Comune. Come parroco lei quali impressioni raccoglie dai cittadini? «E’ vero; ad Ugento si tende a nascondere, a non dire, a minimizzare. L’ultimo grave fatto ai danni del giovane Simone colpisce l’intera collettività più che la singola persona. Ci dobbiamo sentire tutti offesi per ciò che è accaduto, al di là del movente. I cittadini cercano di ostentare indifferenza, come se ciò che accade intorno a loro non li possa toccare».
Ma lei crede che si tratti di un atteggiamento di indifferenza o di paura? «Si è detto tante volte che l’atteggiamento dei cittadini è omertoso perché hanno paura. Ma io credo che vi sia anche un’indifferenza determinata dal non volersi immischiare. Le faccio un esempio: giorni fa mi trovavo in piazza, quando uscì il mensile ‘Il tacco d’Italia’ con l’inchiesta su “l’affare rifiuti”; ho potuto notare che in molti l’hanno acquistato e che tutti sono usciti dall’edicola tentando di nasconderlo in mezzo ad altri giornali, come se ci fosse qualcuno che li stesse controllando. Quando, alcuni mesi fa, rilasciai un’intervista al giornale ‘L’Unità’, alcuni signori fecero le fotocopie dell’articolo e andarono in giro tentando di screditarmi dicendo: ‘Ecco, vedete che razza di prete avete, un prete di sinistra, che scrive sui giornali come L’Unità».
Quindi il suo non è un impegno politico? «Dipende da che cosa si intende per impegno politico. La politica è occuparsi del bene comune, del bene pubblico, della polis. Il mio è un impegno politico nel vero senso della parola, un impegno politico non alla maniera ugentina, dove c’è la tendenza a schedare le persone. Se sei della loro parte, puoi vivere nella loro città; altrimenti è bene che non ti impicci di a o verrai screditato e messo alla berlina».
Quanto ha a che vedere questo tipo di atteggiamento con la mafia, secondo lei? «Molto. L’atteggiamento del mafioso è proprio questo: intimidire, poi crearti il vuoto attorno, poi arrivare all’omicidio».
Lei collega l’omicidio di Peppino Basile con la mafia? «Si. Quando parliamo di mafia, in genere, intendiamo solo la “cupola”. Ma la mafia è anche chi ti impedisce di parlare, chi crea quel clima di terrore tanto da impedirti di compiere le normali azioni quotidiane».
Recentemente lei ha ricevuto minacce? «Ultimamente no. Minacce scritte o verbali, no. Gesti, segnali, sguardi minacciosi sì».
A che cosa si riferisce? «Alle ronde che mi tengono sotto controllo. Mi seguono in parrocchia, in oratorio, in piazza, in ogni spostamento. Continuamente mi trovo qualcuno che mi ronza intorno. E loro si danno anche il cambio, per essere aggiornati in ogni momento della giornata su si avvicina a parlarmi».
Chi sono loro? «Loro, chi fa parte del “sistema”».
Il “sistema” di cui parlava Peppino Basile? «E’ l’unica definizione appropriata. Il sistema che tiene a bada i cittadini».
Non ha pensato di denunciare questa forma di pedinamento? «L’ho fatto presente pubblicamente più volte, ma non l’ho mai denunciato. Che cosa avrei dovuto denunciare? Come si fa a denunciare il “sistema”? E’ difficile. Si rischia che la denuncia venga anche presa sotto gamba. Un mese fa sporto denuncia contro ignoti perché hanno strappato con dei coltelli lo striscione appeso alla porta dell’oratorio in occasione della manifestazione dell’8 novembre con la scritta ‘Le menzogne qui non entrano’. Li ho visti mentre lo tagliavano. Non posso dire chi è stato, perché era mezzanotte. Ma li ho visti. Avevo in mano un fatto concreto: lo striscione tagliato. Ma come posso denunciare la sensazione di essere pedinato? Non ho in mano elementi concreti. Ma gli amici che con me si stanno battendo per la legalità mi dicono: ‘ Dobbiamo stare attenti perché tra un po’ toccherà anche a noi’. Cosa molto probabile, perché se hanno preso di mira un giovane che sta cominciando ad interessarsi al valore della legalità in paese, noi che ci stiamo dentro da mesi dobbiamo stare attenti. Non possiamo stare tranquilli. Ma nessuno in paese dovrebbe riuscire a dormire sonni tranquilli. Perché tutto ciò che scrive il Tacco d’Italia, l’inchiesta condotta dal giornale negli ultimi mesi, non è una invenzione. I miei possono essere pensieri, opinioni mie personali, di uno che soffre di manie di protagonismo. Ma l’inchiesta del Tacco d’Italia è corredata da documenti, e dunque da fatti. Come possono i cittadini di Ugento dormire sonni tranquilli»?
Il suo impegno deriva solo dall’amore della verità, scatenato dall’omicidio Basile, o ha avuto notizie, in confessione, che non può rivelare perché legate al segreto? «Sicuramente nutro amore per la verità. Un pastore deve amare la sua terra e la sua gente; se non la ama è un mercenario. C’è una parabola molto bella nel Vangelo che narra del pastore e del mercenario. Quando si trova in difficoltà, il mercenario abbandona le pecore e scappa; il pastore mette prima in salvo le sue pecore e poi se stesso. Io non voglio essere un eroe, forse non sarò un gran pastore; ma non voglio essere un mercenario. Se, dopo un fatto grave come l’omicidio di Basile, avessi fatto l’indifferente non ritenendo mio compito collaborare con la magistratura, non sarei più riuscito a salire sul pulpito e a predicare».
Ma ha ricevuto in confessione notizie certe sull’omicidio, sui mandanti e gli esecutori? «Si, per questo insisto a dire: “Chi sappia parli”. E mi dispiace quando il sindaco dice che è dovere di chiunque sappia qualcosa, riferirla alla magistratura; dovrebbe sapere che il sacerdote ha anche il segreto confessionale che lo stesso Stato italiano riconosce nel Codice civile. L’appello a parlare alla magistratura dovrebbe accoglierlo qualche suo assessore che con troppa facilità nei comizi, in questi ultimi mesi, ha incitato la gente a parlare. Se sanno qualcosa, loro hanno il dovere di dirla. Se arrivano a dire che quello di Basile è stato un delitto passionale, vuol dire che ne hanno le prove. Allora, le portino alla magistratura».
Si è sentito attaccato dai politici nella sua azione di sensibilizzazione alla legalità? «Mi dispiace che alcuni assessori perdano tempo a fare comizi su di me; vuol dire che non hanno altri passatempi se non quello di attaccare un prete. Perché, mi chiedo, fare un comizio a Gemini con quattro gatti, quando nel pubblico c’erano solo loro? Le cose che hanno declamato i piazza non potevano dirsele tra di loro? Quella sera a Gemini non c’era nessuno ad ascoltarli. L’assessore Scarcia ha ugualmente tenuto un comizio intero sul prete. Io lo ringrazio perché vuol dire che mi pensa sempre. Anche il sindaco mi pensa sempre: mi hanno detto che alla cerimonia di inaugurazione della fontana, ha passato la parola al parroco della cattedrale, chiamandolo col mio nome. In quel comizio, a Gemini, l’assessore Scarcia, un avvocato, ha detto di aver saputo per vie traverse, ovvero dalle voci della gente, che nelle lettere anonime da me ricevute c’è anche il suo nome. Bene, io vorrei sapere dall’avvocato Scarcia chi gli ha dato queste informazioni se io alla stampa ho solo detto di aver ricevuto le lettere ma non ne ho mai menzionato il contenuto, se non alla magistratura. Provo rabbia dinanzi all’atteggiamento di colpevolizzare chi chiede che sia fatta verità. A volte mi sento colpevole perché da quando ho cominciato ad invitare a parlare si sono susseguiti gli episodi di violenza. Bisogna evitare l’indifferenza sociale. Alle vicine di casa di Peppino, che un tempo erano mie parrocchiane e poi hanno cambiato chiesa, io vorrei far notare che il Padreterno che giudica è sempre lo stesso. Anche nell’altra chiesa. Se non vengono più alla mia messa, significa che quando mi vedono, la loro coscienza le interpella e ciò mi basta. Evitiamo l’indifferenza perché l’indifferenza è la malattia del secolo. In un brano dell’Apocalisse, all’indifferente Dio dice “Non sei né caldo né freddo; sto per vomitarti dalla mia bocca”».

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Info sull'autore

Marilù Mastrogiovanni

Faccio la giornalista d'inchiesta investigativa e spero di non smettere mai. O di smettere in tempo http://www.marilumastrogiovanni.it/chi-sono-2/

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