La Politica, l’Antipolitica e la Volontà Popolare

Casarano e le Gattopardesche visioni di Tomasi di Lampedusa

Concludendo i miei ragionamenti del 5 dicembre scorso mi domandavo, in uno slancio di entusiasmo, se si può trasformare questa grande e straordinaria zona del Salento, con epicentro Casarano, in una nuova terra promessa della ricerca avanzata

Concludendo i miei ragionamenti del 5 dicembre scorso (a proposito: un articolo troppo lungo, scusate) mi domandavo, in uno slancio di entusiasmo, se si può trasformare questa grande e straordinaria zona del Salento, con epicentro Casarano, in una nuova terra promessa della ricerca avanzata. Avendo a che fare per lavoro con questa materia, specialmente quella orientata all’energia da fonti rinnovabili, ho risposto senza esitazioni a me stesso: secondo me si può. Motivando concretamente questa visione con il vantaggio generazionale che permette a me di identificare nel lavorare insieme, fare gruppo, aiutarsi per un obiettivo comune, il formidabile valore aggiunto di ogni progetto, sia privato come è un’azienda, sia pubblico come è un ente territoriale chiamato ad amministrare la cosa pubblica. Quelle conclusioni, lette in filigrana, sono l’introduzione dell’argomento di questo appuntamento, che è l’ombelico di tutti i discorsi che sto e, grazie alla rete, state facendo in tantissimi. La politica. Avrei la tentazione, immediatamente, di affrontare di petto una piccola serie di fastidiose, reiterate provocazioni personali, ma voglio mantenere il livello sul quale ho impostato fin dall’inizio questo rapporto che si basa solo sul ragionamento, l’esposizione di opinioni e opzioni, il confronto democratico. Alla fine forse non resisterò a togliermi qualche sassolino dalla scarpa. Un amico, alla fine di un mio monologo appassionato sul come intendo la politica del secondo decennio del 2000, è sbottato e mi ha detto di iscrivermi al “partito” dell’antipolitica di Beppe Grillo. Neanche per sogno. L’antipolitica rappresentata in teatro sotto forma di spettacolo comico-satirico è stata inventata in America mezzo secolo fa da un geniale attore cui, forse, il Grillo nostrano si è ispirato (anche se non l’ho mai letto da nessuna parte), l’attore Bruce Lenny, il quale per restare coerente ai suoi principi finì in carcere più volte. Non mi entusiasma l’antipolitica come modo surrettizio di fare politica, anche se alcuni elementi di rottura con il passato sono apprezzabili; mi riferisco al linguaggio e ai mezzi di comunicazione: le riprese personalizzate della tv che segue Grillo, il web e le sue dirette in rete, il blog che è uno dei più seguiti al mondo. Ma non condivido l’espressione che i partiti sono morti, perché dopo la morte non c’è a, a meno di essere credenti (e io lo sono), però con la sola spiritualità non si amministra la cosa pubblica, o almeno non basta! L’esperienza dei cattolici in politica ci ha dimostrato che molti credenti sono stati dei grandi politici; gente come La Pira, Moro o Fanfani aveva però, oltre che una fede autentica, anche un senso dello Stato inattaccabile. I partiti devono cambiare, questo sì, ed adeguarsi ai tempi, rendersi conto davvero di quello che sta succedendo oggi. Quando perfino D’Alema dice che il Pd è “un’accozzaglia mal riuscita”, il segnale è chiaro e diretto. Molti partiti si stanno rinnovando, sia pure a fatica, altri avevano da riconvertirsi, come il Msi-An il cui passaggio finale nel grande contenitore del Partito delle libertà voluto da Berlusconi è problematico e non risulterà indolore. Tutti, insomma, stanno lavorando per raggiungere un sistema partitico fortemente bipolare, come in tutte le altre grandi democrazie, nelle quali permangono, come è giusto, che sia, anche movimenti minori. Ma non mi nascondo che nelle pieghe di queste buone intenzioni si annidi la tentazione di qualcuno (persona o gruppo di potere consolidato) che lavora per un proprio riposizionamento, facendo correre il rischio al sistema di apparire cambiato alla maniera del “Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa. La gente si deve riappropriare della politica e la politica deve andare verso la gente, uscire dai palazzi e dai salotti televisivi. Il fenomeno pugliese di Nichi Vendola va studiato, approfondito, analizzato dagli esperti della scienza politica, perché questa bella persona appare proprio come è, umile e disposta ad ogni confronto e la gente vuole sentirla parlare, la vuole vedere, la vuole toccare perché Vendola è lui stesso uno che vuole parlare al cuore, stare tra i suoi simili. Ha rotto gli eterni schemi, parla con la semplicità delle gente della strada e non con la prosopopea delle convention, pur essendo un autentico intellettuale e, trattandosi di un politico, uomo di parte, senza tentennamenti ideali. Non potendo cambiare il partito, Vendola costringe il partito e i suoi elettori (moltissimi di più, evidentemente) a misurarsi sulla sua lunghezza d’onda, su cui è sintonizzata sempre più gente. Il concetto cardine sul quale ruota la mia visione della politica è vecchio di migliaia d’anni, e dice che la volontà popolare deve essere sovrana, su tutti gli altri soggetti. Sono un uomo di principi e di democrazia “senza se e senza ma”, come si dice oggi. Ne discende che un programma non può nascere se non c’è il coinvolgimento della gente. Ad un programma ci si deve arrivare, non può essere imposto senza che si tenti di recepire le esigenze delle persone, non possiamo avere una città ideale a dispetto dei suoi cittadini, ma dobbiamo arrivare con loro a progettare una città ideale. Come? Nel modo più semplice e diretto che esista: stare con le persone ed ascoltarle. Perché la gente non si è disamorata della politica, ma del modo di fare di questa politica. Se, come ho accennato il mese scorso, crediamo nella possibilità di realizzare un nuovo Umanesimo, dobbiamo essere coerenti ponendo in essere le modalità per conseguirlo. Anche e soprattutto partendo dalla periferia, dai quartieri della città dove immagino centri di dibattito affollati di persone che vogliono essere sentite, ma anche pronte a starti a sentire. Se inizierà un confronto e se questo darà i buoni frutti sperati, il cammino verso la città ideale sarà stato per la gran parte compiuto. E’ antipolitica questa o politica intesa in un modo nuovo e basta? Dobbiamo creare la condizione perché ogni grande decisione sia partecipata, il singolo si deve sentire protagonista partecipe di un processo, al centro dell’interesse finale di quel processo. La dimensione di cui abbiamo parlato prima è una rivoluzione culturale che non si può fare con la bacchetta magica ma se non iniziamo con il credere che ce la possiamo fare, è inutile ogni altro approccio. Facciamo l’esempio di Brindisi e del progetto per la costruzione di un rigassificatore. Tre istituzioni territoriali – Comune, Provincia e Regione – hanno detto no. Pur appartenendo a schieramenti politici diversi hanno tenuto fede agli impegni preelettorali, ostili all’impianto della British Gas. Quindi penso che bisogna seguire la volontà popolare. Certo, il problema dei costi dell’approvvigionamento del gas per il Paese è reale ma anche io penso che quel posto a Brindisi non è il luogo migliore. Bastava spostarlo dentro il Petrolchimico oppure farlo da un’altra parte. Nel porto di Taranto per esempio, anche perché l’energia prodotta servirebbe in parte alle industrie della zona ed in parte sulla rotta delle industrie del nordovest. E poi un rigassificatore scarica in mare acqua fredda che a Taranto con l’Ilva che ne emette di calda contribuirebbe a non innalzare la temperatura del mare. Ma non è mia materia tecnica, questa. Quello che conta è ribadire che se gli abitanti di un territorio non accettano l’implementazione di una struttura, devono essere rispettati. Così come accade per gli impianti a biomasse, che tanto stanno facendo discutere. Mi dispiace che vi siano concittadini che stanno coniugando l’ipotesi di una mia candidatura a sindaco con la realizzazione di questa struttura. Preciso: mi dispiace che si dica che Ivan De Masi vuol fare il sindaco della città per costruirvi l’impianto a biomasse. Altro che conflitto di interessi! Allora mettiamo un po’di punti fermi, per chiarezza con tutti. Primo. Questo è un progetto condiviso unanimemente dalle istituzioni pubbliche (Regione, Provincia e Comuni di Lecce e Casarano) e dalle associazioni di categoria (Confindustria e Coldiretti) diversi anni addietro. Italgest è un’azienda capace di realizzarlo e gestirlo. Aggiungo con orgoglio di casaranese che la nostra è un’azienda fra le più qualificate e attrezzate per poterlo realizzare e garantirne il funzionamento negli standars imposti dalla legge. Secondo. Se ci fosse il tempo, io farei un referendum – e non è detto che non si possa fare – per vedere chi vuole gli impianti e chi no! Chi vuole che si riconverta a Casarano parte dell’economia del paese verso la sostenibilità, e chi no! Da fervente suddito del principio di democrazia aggiungo e dico che se l’interesse aziendale non incontrerà l’opinione maggioritaria dei cittadini, la riconversione di quella parte degli stabilimenti Filanto non si farà. Punto. Ciò detto, bisogna fare attenzione alla manipolazione dei fatti che possono determinare volontà popolari distorte. Vi sono personaggi che continuano a straparlare fornendo statistiche terrorizzanti che poi vengono ridimensionate, quando non smentite nettamente, da agenzie ufficiali. Veniamo ai sassolini anche in politica. C’è chi usa ancora l’ormai patetico metodo d’altri tempi (e d’altri regimi) di spargere in giro una voce e poi prenderla a pretesto per sparare bordate di palle incatenate ad alzo zero, e senza contraddittorio, solo per ribadire a se stessi di esistere, nonostante i numeri. Che in democrazia contano e si contano, per fortuna. Vagheggiamenti come quelli apparsi sulla stampa e sui muri di recente contribuiscono a dare un’altra definizione della politica: l’esatto opposto! Metodi retorici che pochi capiscono sia nel linguaggio che nei contenuti e che ormai sono ancorati a ideologie sorpassate sia dalla storia che dagli elettori. Dichiarazioni di principio mediate nelle segreterie politiche per finalità personali, del do ut des a prescindere dall’interesse collettivo. Ho già espresso il mio punto di vista, che spero sia stato chiaro, su uno dei temi cruciali sul quale si sta sviluppando il dibattito a Casarano. Continuano ad essere espressi attacchi personali, processi alla intenzioni, meschinità di infimo livello. Non mi sento maestro di comportamenti, ma nessuno può accusarmi di avere insultato qualcuno tra i politici di casa nostra. Le “voci” arrivano a tutte le orecchie. Sarei poco serio se denunciassi le manovre che si starebbero compiendo per “scongiurare” la mia candidatura, l’affannarsi di qualche importante esponente del centrosinistra, tra i principali fondatori del Pd, che starebbe trattando la fuoriuscita dal partito di cui è stato attore della costituente, gli interessi privati che stanno lievitando all’ombra di un possibile assessorato eccetera. Ho già detto che essere nato in provincia, viverci e lavorarci non implica essere provinciale. Non mi sento condizionato dal provincialismo di alcuni personaggi della mia Casarano e me ne vanto! Ritengo che bisogna avere una visione diversa, battersi per un processo culturale che deve innescare le qualità migliori di ciascuno di noi, rompere le modalità che ingessano perfino il coraggio di pensare liberamente. Si deve partire da questi presupposti e prendere coscienza che chi si candida ad una responsabilità così importante deve poter correre i suoi rischi, solo e senza ipoteche. Chi, ad esempio, farà il sindaco sceglierà la sua squadra di governo, non saranno certo i partiti che hanno contribuito alla sua elezione a condizionarlo. Sarà sua capacità individuarne le eccellenze, di prenderle dai partiti se ci sono o da fuori. Servono i migliori per gestire la cosa pubblica. Chi si sente all’altezza si canditi e chieda il voto agli elettori, senza sgambetti o attacchi agli avversari. Se vale veramente, non ha bisogno di attivare scorrettezze per arrivare alla meta! Io il mio futuro lo deciderò incontrando tanta gente già nei prossimi giorni. Il 5 febbraio vi dirò come è andata e quale strada avremo deciso di percorrere insieme.

Sostieni il Tacco d’Italia!

Abbiamo bisogno dei nostri lettori per continuare a pubblicare le inchieste.

Le inchieste giornalistiche costano.
Occorre molto tempo per indagare, per crearsi una rete di fonti autorevoli, per verificare documenti e testimonianze, per scrivere e riscrivere gli articoli.
E quando si pubblica, si perdono inserzionisti invece che acquistarne e, troppo spesso, ci si deve difendere da querele temerarie e intimidazioni di ogni genere.
Per questo, cara lettrice, caro lettore, mi rivolgo a te e ti chiedo di sostenere il Tacco d’Italia!
Vogliamo continuare a offrire un’informazione indipendente che, ora più che mai, è necessaria come l’ossigeno. In questo periodo di crisi globale abbiamo infatti deciso di non retrocedere e di non sospendere la nostra attività di indagine, continuando a svolgere un servizio pubblico sicuramente scomodo ma necessario per il bene comune.

Grazie
Marilù Mastrogiovanni

SOSTIENICI ADESSO CON PAYPAL

------

O TRAMITE L'IBAN

IT43I0526204000CC0021181120

------

Oppure aderisci al nostro crowdfunding

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Info sull'autore

Avatar

Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

Articoli correlati

NON seguire questo link o sarai bannato dal sito!