Droga tra prevenzione, cura e riabilitazione

Un convegno a Tricase

Si è svolto sabato scorso, nei locali della Biblioteca Comunale di Tricase, un affollato convegno multidisciplinare, intitolato “Droga – Tra prevenzione, cura e riabilitazione”, incentrato sulla questione delle tossicodipendenze, in vista dell’imminente apertura di un Centro d’Ascolto locale, presso la Parrocchia di Sant'Eufemia

L’iniziativa, organizzata dal Centro Studi Terra d’Otranto, ha segnato l’apertura di un tavolo di lavoro orientato a focalizzare varie forme di devianza, connesse al complesso tema del disagio giovanile, per elaborare – attraverso il contributo di esperti provenienti da vari settori della società civile – le migliori strategie di impegno cooperativo. Erano presenti, tra i relatori, Don Mimmo Ozza con i giovani della Comunità San Francesco di Gemini, Ruggero De Vitis (psichiatra), Maria Assunta Panico (promotrice dell’iniziativa e coordinatrice del Centro Studi Terra d’Otranto), Gianfranco Esposito (sociologo), Pompilio Urso (dirigente SERT), Agnese Buonanno(psicologa), nonché l’Assessore Provinciale Mario Pendinelli ed il Capitano Nicola Candido (Comandante Compagnia Carabinieri Tricase). Il percorso dei lavori ha inizialmente interpetrato, in termini storico-sociologici, il fenomeno europeo delle tossicodipendenze, facendo poi il punto sullo stato attuale della questione, a livello nazionale e territoriale. Il monitoraggio si è incentrato sulla crisi degli anni Novanta, riflettente l?esiguità di strutture e servizi integrati, in presenza di scarsi presidi istituzionali, in cui gli operatori sono stati chiamati a lottare in opposizione ad un mercato ostile, in un background che – tra diffidenze e pregiudizi – ha tentato di identificare come malattia individuale ciò che in realtà ha da sempre costituito un fenomeno sociale di gruppo. Il trend coinvolge attualmente un nutrito popolo di preadolescenti, negli anni-ponte compresi tra la scuola secondaria di primo e secondo grado; a ciò si associa una larga diffusione di fumo e alcool – nuove forme di dipendenza nell’ambito delle varie categorie sociali e fasce d’età, in sintonia con uno pseudo-paradigma che colloca nella normalità situazioni devianti. La percentuale di droga che viene sequestrata e successivamente distrutta – ha dichiarato il Capitano Nicola Candido – risulta minima rispetto alle quantità che circolano nel nostro Paese. Nonostante specifiche organizzazioni internazionali cerchino di disincentivare la coltivazione di piante da cui si ricavano gli stupefacenti, i risultati sono sempre limitati, poiché queste ultime piantagioni risultano più redditizie in termini di profitto, con una organizzazione ramificata operante nel campo dello spaccio e facente capo a reti internazionali di trafficanti, anche collegate alle associazioni criminali italiane. Il Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri, tra l’altro, ha stipulato un protocollo collaborativo col Ministero della Pubblica Istruzione, che consente alle Forze dell’Ordine di coniugare la funzione repressiva con quella preventiva, mediante un’efficace azione informativa che gli operatori di settore sono chiamati ad espletare all’interno delle Istituzioni Scolastiche. Un ruolo rilevante nei processi di uscita dal tunnel delle dipendenze – ha sostenuto Don Mimmo Ozza – è svolto dalle comunità terapeutiche in cui molteplici specialisti, nelle dinamiche dei processi relazionali di gruppo, aiutano i giovani a ritornare alla vita piena, per lasciare lo stato larvale in cui si sono ridotti. In tale scenario è opportuno fare riferimento alla crisi della famiglia, molto spesso impotente, passiva e rassegnata di fronte al fenomeno dilagante: il nostro mondo – ha aggiunto il responsabile del Centro di Gemini è caratterizzato da forme di assuefazione riferite non solo alla droga in sè, ma anche all’interrelazione che in questi ambiti si genera tra padri e figli tossicodipendenti. Serpeggia nella nostra realtà l’indisponibilità a spendersi per i grandi problemi reali, nella spasmodica ricerca di risultati immediati e facilmente raggiungibili, senza dispendio di energie. Molti genitori, infatti, pur di non combattere, si lasciano incantare da teorie letali che giustificano tutto, attendendo come una liberazione la diagnosi che giudichi un proprio familiare malato, quindi bisognoso di cure mediche, esclusivamente per liberarsi dalla vergogna di avere un parente drogato. In tal senso, la comunità diventa il luogo di cura, riabilitazione e quotidiana lotta, che cerca di creare le condizioni per rendere la speranza una realtà, nei giovani, nelle famiglie e nella società in cui operiamo. Lo scenario prospettato trova sicuramente nella Parabola del Buon Samaritano un paradigma sapienziale d’aiuto, nell’auspicata prospettiva di ruoli sociali eticamente fondati e protesi a sostenere in modo compassionevole i soggetti in difficoltà. Paolo Palomba

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