Archeologia a Ugento

L’aristocratico di Ugento

Durante i lavori di metanizzazione, eseguiti dalla Italcogim a Ugento, gli archeologi hanno riportato alla luce una tomba con ricco corredo funerario

Ugento continua a offrire preziose testimonianze del suo passato messapico, quando era l’unico prestigioso centro, tra i vicini villaggi di Alezio a nord e Vereto più a sud, in grado di coniare proprie monete e di munirsi di una imponente cinta muraria.Una fortificazione difensiva che non sorprende se si pensa che proprio al suo interno, durante lavori edilizi del 1961 fu ritrovata la statua bronzea di Zeus ( VI sec.a.C.), una eccezionale opera di cultura magno-greca. Ora, grazie allo scavo archeologico di Paolo Schiavano, Roberto Maruccia e Doris Ria, nel deposito locale della Sovrintendenza, presso l’ex carcere mandamentale, sono conservati anche i dodici elementi del ricco corredo ritrovati nella tomba di via Rovigo. Un’esperienza che si aggiunge alle precedenti ricerche già effettuate in vari punti della città. Ricordiamo, tra le più rilevanti, quelle effettuate in via Peri e in via Marconi o nella cripta del Crocefisso, sempre agevolate e stimolate dall’assessorato alla cultura del comune, orgoglioso di non aver trascurato la valorizzazione delle opportunità di un simile patrimonio. Si pensi alle recenti mostre: Klahoi Zis, il culto di Zeus a Ugento e Ozan storia della moneta, allestite presso il museo archeologico. Anche questa volta l’occasione per riscoprire l’archeologia della città sotterranea è nata occasionalmente, appena iniziati i lavori di scavo stradale per la conduttura del metano in via Rovigo. Così è stata scoperta la tomba a cassa di lastroni, priva di quello di copertura, databile alla fine del IV-inizi del III sec.a. C.contenente due manufatti in metallo: un cinturone di bronzo, uno strigile, e altri dieci in terracotta, che Paolo Schiavano ci descrive nei dettagli. Dall’ elmo usato per scopi rituali che conserva tracce di decorazione pittorica di colore giallo e rosso, alla lucerna, dalla patera miniaturistica al piatto in vernice nera con impressioni a stampo, dalla pelike a vernice nera ai due vasetti baccellati secondo lo stile di Gnatia. Le informazioni che possiamo acquisire si riferiscono quindi a un individuo di classe aristocratica, sepolto isolatamente in una tomba che in seguito non è stata riutilizzata. Si distinguono perciò da quelle degli altri rinvenimenti: corredi modesti appartenenti a individui di ceto comune. La provenienza sociale di alto rango è dimostrata anche da oggetti che, riportando a raffinate usanze, come il bere vino nelle coppe alla maniera greca o lo spalmare unguenti sul corpo con uno strumento ricurvo come lo strigile, implicano contatti con il mondo ellenistico. Dei resti umani del messapico ugentino, deposti direttamente sul bolo e ricoperti da terra argillosa, sono rimasti pochi frammenti ossei, non ben conservati, considerate le condizioni di estrema umidità. La zona in cui è stata rinvenuta la sua tomba, rispetto al tracciato della cinta muraria, non era stata mai indagata. Diventa perciò importante per precisare l’urbanistica prima messapica e poi romana, per avere delle conferme in un’area inesplorata – ci dice Roberto Maruccia- soddisfatto di poter seguire l’avanzamento dei lavori di metanizzazione, durante i quali stanno ricomparendo altre interessanti evidenze archeologiche, a indicare le diverse fasi di occupazione del territorio, sotto la serra. Insomma mappatura dei beni archeologici, opportunità di ricerca e di studio, e metanizzazione della città diventano un'unica risorsa nell’esplorazione del sottosuolo. Intanto, a rafforzare il senso di appartenenza e di identità collettiva, i reperti rimangono in loco, tra la curiosità dei cittadini, sempre più interessati, in attesa della loro musealizzazione.

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