Visita in casa Dobay

Da Budapest a finisterrae (Salve), passando per Losanna

L’avventurosa vita di un artista ungherese che sceglie il Salento per l’energia che emana. E scopre di averla nel sangue

Andreas Dobay, pittore-scultore “aperto al mondo”, vive da due anni in una antica masseria ristrutturata nella campagna di Salve, con la moglie Wilma, scultrice di origine olandese, e due simpatici figli che frequentano la scuola primaria. La masseria Veneri (XVII sec.), un rudere prima che la abitassero, è oggi un complesso edilizio di 140 m. con cinque vani voltati a botte, (l’ampia sala d’ingresso, il pagliaio, la mangiatoia, etc.), solo la torre non è ancora completata. Un luogo dove i due artisti possono dedicarsi in tutta tranquillità alle loro opere, richiamati, di tanto in tanto, da qualche passante che ricorda con piacere i lavori agricoli e la vicina aia (macchia Veneri). “Ci è sembrata molto positiva l’ energia emanata dall’ambiente e dagli abitanti, sono stati i fattori più importanti nel decidere di fermarci qui”dice Wilma. I suoi lavori, come quelli di Andreas, sono realizzati con materiali diversi, dal marmo al legno, dal gesso alle terrecotte e alla pietra leccese. Appena entrati nel loro giardino l’attenzione è subito attirata da alcune sculture di nudi, vibranti di luce, in cui si notano i segni dello scalpello di Wilma, poi l’occhio va sul gruppo equestre in bronzo e sui mascheroni in carparo scolpiti agli spigoli murari, opere che riportano alla mano di Andreas. Le sorprese continuano all’interno. Intanto chiediamo come sono arrivati da queste parti, ed Andreas viaggiatore-esploratore, che nei suoi ritratti e nei paesaggi esotici suggerisce la ricchezza e la varietà di contesti culturali differenti nella la rivisitazione di mondi lontani, ci racconta per sommi capi la sua vita. Un percorso biografico certamente non comune, il suo.Di origne ungherese, sua madre era una brava ceramista, dopo gli studi all’Accademia d’arte di Budapest, viene a trovarsi pienamente coinvolto nelle travagliate vicende di contestazione giovanile relativa al clima rivoluzionario degli anni settanta. Costretto a lasciare l’Ungheria in seguito alla sua partecipazione alle manifestazioni politiche del ’76, si trasferisce a Losanna. Qui incontra la donna che sarà sua seconda moglie e, insieme, nella loro casa, fondano una scuola d’arte .Passano così altri ventotto anni, dedicati all’insegnamento di pittura e scultura, prima di approdare nell’estremo lembo del Salento. L’occasione per arrivarci con la sua compagna nasce, quando, diciotto anni fa, un amico salvese (oriundo ungherese ) gli propone di passare le vacanze in un trullo, nella campagna di Salve. “Il capo di Leuca ci ha affascinato subito per la mitezza del clima, la bellezza del suo litorale, allora incontaminato, e per la pietra locale.Abbiamo pensato che questo sarebbe stato il posto giusto per rimanerci, considerando anche la cordialità e la disponibilità dei suoi abitanti. Non è stato difficile, a questo punto, rinunciare a tutto ciò che avevano già realizzato, per decidere di trasferirci”. Ma la terra salentina nasconde invero un altro forte richiamo che riemerge inaspettatamente col tempo. Andreas viene a scoprire per caso le origini salentine del padre naturale che non è mai riuscito ad incontrare, nonostante i suoi tentativi.. Era uno studente di ingegneria a Roma, l’italiano al quale era legata sua madre, all’epoca studentessa di Storia dell’arte. Una storia famigliare condizionata dalla geo-politica, in tempi decisamente critici: dopo aver.lasciato l’Italia per tornare in Ungheria, a sua madre non è più consentito di varcare i confini..Sulle tracce del padre, l’artista scopre che è stato direttore di una fabbrica a Roma, e dopo aver indagato sul suo cognome (Salvati) viene a sapere che è attestato non solo a Foligno, ma anche in alcuni paesi del capo di Leuca, come Ugento o Salve. Forse per questo, nei suoi dipinti dalle atmosfere espanse e dense e dall’ampia gamma cromatica, nei suggestivi paesaggi in lontananza, come nei ritratti o nei soggetti mitologici (disegni, sculture e ceramiche) Dobay ha sempre cercato ciò che rinvia a noi stessi, alle relazioni umane e alle forze essenziali e primitive che hanno-specialmente qui- sottolinea- radici antiche. Nel guardare il suo campionario di opere, alcune delle quali esposte in musei e gallerie d’Europa oltre che in collezioni private, si passa dal tono favolistico e leggendario ai grandi spazi dei quadri a tutto campo in una pittura che comprende l’umile dettaglio e la composizione spettacolare, congeniale ad “ un’ingenuità di gusto barocco” sostiene J.M.Pittier. Oggi Andreas è passato ad una maggiore essenzialità, mi fa sapere, ad un linguaggio meno esuberante. “ Ogni artista riflette sul mondo…senza filosofia non c’è arte. Ritengo che il compito della creatività sia quello più importante per l’uomo. Egli può desiderare, sognare, migliorare il mondo, testimoniarne la forza e la bellezza”.Certamente rimane, il forte impatto visivo di una pittura fluida tra lampi di luce e figure guizzanti nella fuligine, in una dimensione che comprende il semplice e lo straordinario insieme.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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