La chiave del contendere

Storia di un culto e di una singolare contesa

Nel giorno dei festeggiamenti per S. Antonio a Ruffano, la storia della venerazione del santo in città, attraverso la bibliografia locale sull’argomento (De Bernart e Vetruccio); e la singolare storia della chiave che apre la serratura della teca che custodisce la preziosa statua argentea del santo.

Molto antica è, a Ruffano, la venerazione per Sant’Antonio da Padova, che viene festeggiato oggi, 13 giugno. La data di inizio di tale venerazione è da collocarsi tra il 1680 e il 1683, quando era principe di Ruffano, Ferrante Brancaccio (come informa Aldo De Bernart in “Culto e iconografia di S.Antonio da Padova in Ruffano”, Congedo editore 1987). Il culto di Sant’Antonio era il terzo in ordine di tempo a Ruffano. Prima, c’era stato il patronato di San Foca, un santo di origine greca al quale i ruffanesi dovevano moltissime grazie. Ma questo culto scompare man mano che scompare il rito greco a Ruffano e la vecchia chiesa dedicata a San Foca viene chiusa e adibita a cimitero per gli appestati e il nuovo protettore del paese diviene San Francesco d’Assisi il quale dovrà, nella seconda metà del Seicento, lasciare il posto a Sant’Antonio. Il santo taumaturgo portoghese si guadagnò il protettorato di Ruffano in seguito ad un avvenimento miracoloso e cioè la salvezza del paese da una terribile epidemia di peste. La miracolosità del Santo era già conosciuta, in paese, grazie ai Carmelitani di Torrepaduli ed ai Cappuccini di Ruffano i quali, avendo fondato la casa conventuale, voluta dal barone Francesco Filomarino, nel 1621, avevano introdotto in paese il culto del santo ed anche il rito del “pane di Sant’Antonio”: secondo questo antichissimo rito, per invocare la protezione del santo sulla salute dei loro bambini, i genitori offrivano tanto grano o pane ai poveri per quanto pesavano i loro figli. Nel 1711, viene costruita la nuova chiesa parrocchiale di Ruffano, dedicata alla natività di beata Maria vergine (come riferisce Vincenzo Vetruccio in “L’antica Parrocchiale di Ruffano”, Congedo editore 2004). Nel 1712, la nuova chiesa viene aperta al culto e, sulla porta che prospetta la piazza, viene collocata una nicchia con una statua lapidea di S.Antonio da Padova. Nel 1724, Anna Maria Basurto, principessa di Ruffano, seconda moglie del principe di Ugento Francesco D’Amore, fa erigere un altare con la statua di S. Antonio che regge nella sinistra il bambin Gesù su di un libro e nella destra il giglio. Il principe Francesco D’Amore dotò l’altare di una lampada d’argento, di una pianeta e di un paliotto laminato in oro e Carlo Aymone lo dotò di un calice con la coppa d’argento e il piede di ottone dorato; inoltre, dal 1824, l’altare gode del privilegio perpetuo concesso da Papa Leone XII. Nel 1770, Saverio Lillo, pittore ruffanese, dipinge per la parrocchiale la tela raffigurante “S.Antonio e il miracolo dell’eretico”. Nel 1791, viene donata alla chiesa una nuova statua, questa volta d’argento, da Nicolina Giangreco, per grazia ricevuta. Nel cartiglio del basamento processionale si legge: “A Dio Ottimo Massimo per adempiere il voto che a S. Antonio da Padova Pasquale Giangreco perché fosse ridata la salute alla figlia Nicolina aveva fatto la figlia stessa dopo la morte del padre questa statua d’argento fece fondere e dedicò nell’anno della restaurata salvezza 1791”. Molto eloquente questo cartiglio, forse anche per fugare tutti i dubbi sulla contesa paternità della statua intorno alla quale si battaglia in questi giorni a Ruffano. La statua, finemente lavorata, raffigura il Santo che tiene nella mano destra il bambin Gesù, mollemente adagiato sul libro mentre nella mano sinistra stringe il giglio, simbolo di purezza, tra il pollice e l’indice. Sul morbido drappeggio dell’abito talare del Santo compaiono motivi floreali molto belli mentre il cordone che recinge la vita cade mollemente ai piedi del Santo. Fin dal Settecento, dunque, la statua argentea di S. Antonio viene conservata dentro una teca della quale possiedono la chiave il parroco del paese e la famiglia Giangreco che generosamente ne aveva fatto dono al paese. Gli ultimi discendenti della nobile famiglia Giangreco sono i Pizzolante–Leuzzi, attuali detentori della seconda chiave che, insieme alla prima, custodita dal parroco della chiesa, apre la teca che conserva la sacra scultura.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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