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Essere calciatori nel Salento

Nell’immaginario collettivo del popolo italiano da qualche anno a questa parte la figura del calciatore è sinonimo di successo, bellezza e ricchezza. Moderni gladiatori della serie A, dei quali solo in pochi si salvano dalle copertine dei giornali scandalistici, dalla pubblicità e dai reality show. Ancor di meno i non fidanzati con quelle che una volta si chiamavano soubrette e sono altrettanto pochi coloro che nella serie maggiore non riescono a strappare ai loro presidenti qualche miliardo per le loro giocate. Il discorso non cambierebbe (con le dovute proporzioni) nella serie cadetta o nelle altre categorie professionistiche. Niente di nuovo sotto al sole, si dirà, ma a loro difesa c’è da dire che, nonostante i grandi ingaggi, la loro carriera ha un tempo ben determinato (30 anni e si è già vecchi). Ma niente scandali, siamo in Italia, luogo in cui il pallone è sacro, anche se si parla già di tetti sugli ingaggi per evitare il collasso economico del gioco più bello del mondo. Ma scendendo sempre più giù, sia di categoria che geograficamente, questo stereotipo è ancora valido?

Decisamente no, guardando quel che è successo all’inizio di questo 2005 agli atleti rossoazzurri. I recenti fatti di Casarano, dove la locale squadra di calcio, a seguito della crisi societaria, ha incrociato i piedi, minacciando di non disputare gare ufficiali se non fossero stati loro garantiti alcuni rimborsi spese (sciopero scongiurato poi dall’intervento dell’Amministrazione comunale grazie allo stanziamento di 40.000 euro, dei quali 20.000 – suppergiù la cifra pari ad una mensilità di tutta la squadra – in una prima tranche, cui seguirà una seconda ), ha portato alla luce la discussione sul cosa significa, dai diversi punti di vista, essere calciatori nel Salento. Abbiamo incontrato alcuni atleti che giocano in categorie non professionistiche e abbiamo posto loro questa domanda. A noi hanno confidato le loro ansie e speranze per il futuro. IN SERIE D E IN ECCELLENZA Luca Rosciglione, siciliano, centrocampista del Nardò, in serie D, è da tre anni nel Salento e ci racconta subito che “qui e in tutto il sud in generale la figura del calciatore è ancora molto considerata dalla gente, il cui calore e sostegno non manca mai”. Come si vive da calciatore da noi in serie D, gli chiedo. Si guadagna bene? “ Si guadagna abbastanza bene – ammette candidamente -, almeno nella mia categoria. Certo gli stipendi non sono alti come quelli della serie B o C. L’importante è farsi un nome, mettersi in luce, allora diventa più facile. Il contratto depositato in lega è la mia unica garanzia. Nelle serie non professionistiche non esiste un fondo pensione”. Come immagini il tuo futuro dopo il calcio? “ Per ora penso a fare bene il mio lavoro, contando sulle mie forze. Cerco di fare carriera e di mettere i soldi da parte. Sicuramente uscirò da questo mondo. Voglio avviare un’attività, avere una famiglia, dei figli ai quali trasmettere i veri valori. Per questo progetto voglio lavorare sodo, non importa in quale categoria”. In eccellenza le cose non sembrano andare meglio. A conferma di ciò Nicola Di Benedetto, terzino ventiquattrenne del Casarano, racconta: ”Non è una questione di Salento o di altri luoghi. E’ una questione di categoria. Non tanto per le cifre, ma quanto per la sicurezza di averle. Non è facile fare il padre di famiglia in queste condizioni ”. Non esistono forme di tutela? “ No, siamo soli e non siamo tutelati. Quando si smette di giocare si rischia davvero di finire in mezzo ad una strada ”. Anche a lui chiedo del suo futuro. “ E’ normale – mi risponde – che un giocatore che finisce l’attività agonistica , per andare avanti, debba cercarsi qualcosa di più sicuro “. LE ALTRE CATEGORIE “ In seconda categoria – racconta Alberto Piscopello, attaccante ventisettenne del Sannicola – i guadagni non sono granché. Tuttalpiù si può parlare di rimborsi spese, a meno che non ci sia qualche società disposta ad investire seriamente per salire di categoria. Infatti in promozione le cose vanno in una direzione un po’ più professionale. Quasi tutti, però – continua l’ex centravanti della Gioventù Casarano, che fino allo scorso anno militava, appunto, in promozione – hanno un altro lavoro, oppure le squadre sono composte da gente del luogo, un po’ per campanilismo e un po’ per ottimizzare al massimo i costi. Anche per lui garanzie zero. “ Bisogna essere manager di se stessi “. In che modo? “ E’ facile, – conclude – basta farsi pagare in anticipo”.

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