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società

27 febbraio 2006

Il Carnevale di ieri e di oggi

Viaggio indietro nel tempo alla scoperta del Carnevale

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Due maschere di Carnevale

Il Carnevale continua ad essere una delle feste più attese dell'anno, soprattutto dai più piccoli. Ma il rito del Carnevale si perde nella notte dei tempi, quando il popolo approfittava dell'ilarità diffusa per dire tutto ciò che pensava dei potenti e concedersi qualche lusso in più. Soprattutto in vista del periodo di penitenza, la Quaresima, che sarebbe iniziato subito dopo

"Quant'è bella giovinezza, che si fugge tuttavia! Chi vuol esser lieto, sia: di doman non c'è certezza". Questa famosissima ballata di Lorenzo De' Medici, conosciuta come "Il trionfo di Bacco a Arianna", è uno di quei canti carnascialeschi che, nel Quattrocento, a Firenze, durante il Carnevale o "Carnasciale", venivano cantati dalle allegre maschere in coro su dei carri sontuosamente addobbati. Il canto di Lorenzo, canto della gioventù lieta e fuggitiva, è un invito alla gioia e alla festa. E quale migliore occasione, per lasciarsi andare alla gioia e alla festa, del Carnevale?
"A Carnevale ogni scherzo vale": ma non è uno scherzo provare a ricostruire le origini di questa festa antichissima, sospesa tra sacro e profano. La maggior parte degli studiosi ha visto una continuità fra questa festa e gli antichi "Saturnali", che si celebravano a Roma in dicembre. I Saturnali (descritti da Macrobio nella sua opera "Saturnalia") erano dei giorni, nel cuore dell'inverno, dedicati al dio Saturno, in cui si tenevano grandi festeggiamenti. I romani si travestivano ed accadeva che i nobili indossassero le misere vesti degli schiavi ed i poveri indossassero gli abiti dei nobili.
Per andare ancora più indietro nel tempo, si può arrivare alle feste dionisiache greche, durante le quali, i devoti, invasati dal dio, cantavano, ballavano selvaggiamente e si univano promiscuamente fra di loro. Queste feste sono diventate poi, a Roma, i Baccanali che, ad un certo punto della storia romana, a causa della loro degenerazione, vennero repressi per legge (186 d.C.).
Una maschera veneziana
Il Carnevale si può anche collegare alle feste in onore del dio Attis, paredro della grande dea madre Cibele. Il 25 marzo, che era considerato equinozio di primavera, si faceva risorgere il dio dalla morte e questa resurrezione veniva celebrata, a Roma, con alte grida di gioia e scoppi di vera follia: era infatti la festa della gioia, "Hilaria", e durante questa festa, la licenza era generale; ognuno poteva dire e fare ciò che più gli piaceva e la gente girava mascherata per le strade.

Durante il regno di Commodo, una banda di cospiratori pensò di approfittare del Carnevale per uccidere l'imperatore. I cospiratori, indossata l'uniforme della guardia imperiale, si mischiarono alla chiassosa folla e tentarono di pugnalarlo, ma il complotto non riuscì.
Alcuni studiosi fanno derivare questa festa dalle grandi celebrazioni che si tenevano a Roma in onore della dea Iside. Il "Navigium Isidis, "la Barca di Iside", coincideva,dopo l'interruzione invernale, con la riapertura della navigazione nel Mediterraneo. Sin dal mattino, una processione variopinta si riversava per le strade ed era una processione liturgica (descritta da Apuleio nelle "Metamorfosi"). Sembrava un corteo carnevalesco, poiché tutti indossavano delle maschere. Vi erano i servitori della dea e poi donne che gettavano petali di fiori, altre che fingevano di acconciare i capelli della dea o di versarle dei profumi. Uomini e donne seguivano i sacerdoti, in numero di sei e, dopo i sacerdoti, venivano gli dèi: "Anubi" dalla testa di sciacallo, nera e dorata, la vacca "Hathor", e molti altri dèi dalla forma animale dell'antica religione egiziana. Molti portavano lampade, torce o ceri in omaggio alla dea e cantavano gli inni di Iside al suono dei flauti e dei sistri di bronzo. Gli iniziati erano vestiti di lino bianco, in segno di purezza: gli uomini col cranio rasato e le donne velate. Infine, il sommo sacerdote. Arrivati al porto e poste le offerte votive su di una imbarcazione sontuosamente decorata, si spingeva in mare la barca e la si guardava fino a quando essa spariva all'orizzonte. Questa imbarcazione era chiamata "carrus navalis", da cui, forse, una etimologia per "Carnevale". La processione ritornava così al tempio.
Con l'avvento del Cristianesimo, il Carnevale venne visto come contraltare al periodo di digiuno che apre la Quaresima.
Il Carnevale rappresentava simbolicamente la scelta fra bene e male che tutti dovevano fare. Nella Roma cristiana, infatti, durante i festeggiamenti carnevaleschi, si tenevano gli "Agoni del Testaccio": la parte centrale di questa festa erano delle gare di corsa, a cui partecipavano esponenti di tutte le categorie sociali, che consistevano in una caccia all'Orso, simbolo del diavolo, al Toro, simbolo della superbia, e al Gallo, simbolo della lussuria. Uccidere questi animali significava rinunciare al male.
Il termine Carnevale potrebbe derivare anche da "carnis levare", cioè "abbandonare l'uso della carne" o da "carni vale", cioè "addio alla carne", sempre con riferimento al periodo di Quaresima, durante il quale la Chiesa imponeva ai fedeli di astenersi dal mangiare carne e di fare un digiuno penitenziale in preparazione della Pasqua. Nell'etimologia del nome, quindi, c'è sempre il rimando a qualcosa di "carnale", come tutto ciò che attiene ai piaceri di questo mondo, quindi al cibo, al sesso, alle feste, ai licenziosi comportamenti sociali; tutto questo doveva essere bandito, durante il periodo di attesa della Pasqua. Perciò, l'ultimo giorno di Carnevale diventava l'occasione adatta per soddisfare i piaceri prima di doverli abbandonare per un certo periodo.
Durante il Medioevo, il Carnevale cominciò ad essere festeggiato con sfilate di imponenti carri sui quali stravaganti personaggi in maschera cantavano e ballavano e tutto era concesso. Si allestivano delle vere e proprie cerimonie recitate dai personaggi in maschera: i giudici dovevano processare il Carnevale e poi condannarlo a morte; i notai dovevano redigere il testamento e infine i medici dovevano constatarne il decesso.
Morto il Re Carnevale, si iniziava il periodo di penitenza, e l'allegro e scanzonato Carnevale lasciava il posto alla triste e scura Quaresima. Celebre un "contrasto", scritto nel Duecento da Guido Faba, di Bologna, fra la Quaresime e il Carnevale.
Al culmine del Carnevale, in Italia ed in tutta l'area europea, l'evento più significativo era l'uccisione rituale di una vittima, animale o umana, reale o fittizia. Con il pretesto del Carnevale, nel Medioevo, si mascheravano anche uccisioni criminose. Sempre durante gli Agoni, a Roma, il membro più anziano della comunità ebraica veniva chiuso in una botte piena di chiodi e fatto rotolare lungo il pendio. Ai piedi del colle, la folla del ghetto ebraico apriva la botte per vedere se il vecchio era morto e dargli sepoltura. Successivamente, questo rito cruento venne sostituito da un tributo in denaro dal rabbino capo al pontefice e gli ebrei erano costretti a correre in una propria gara, durante la quale il popolo romano li prendeva a sassate. Questa usanza venne abolita da Pio IX nel 1848, ma l'abitudine di inscenare una condanna a morte, il martedì grasso, continuò fra il popolo.
Il processo e condanna del Re Carnevale, che ha una vastissima tipologia in tutta Italia, esprime sia il bisogno di giustizia da parte del popolo vittima dei potenti, sia il bisogno di scagliare la propria ira contro un capro espiatorio. Le espressioni di esaltazione collettiva, come saltare, giocare, fare fracasso, sono sempre state proibite nella storia perché ogni sistema teme la potenza degli istinti lasciati senza controllo. Era ed è, dunque, importante e massimamente liberatorio, in un preciso periodo dell'anno, esprimere coralmente le proprie emozioni, dando libero sfogo anche alle pulsioni più basse.


 



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