Petruzzelli: L’universale catarsi danzante del “Pipistrello”

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di Fernando Greco

In prossimità delle festività natalizie e degli auguri di Capodanno, il teatro Petruzzelli di Bari ha concluso la Stagione Lirica 2017 con “Die Fledermaus” (Il pipistrello), operetta di Johann Strauss Jr che ben si addice ad atmosfere beneaugurali dal sapore rétro, accompagnate dalle note del valzer che diviene la colonna sonora di rarefatte speranze, complici le evanescenti bollicine dello champagne. Una “universale catarsi danzante” appunto, secondo le parole del famoso musicologo Fedele D’Amico.

 

IL RE DEL VALZER

“Sia celebrato Re Champagne!” cantano tutti i personaggi al termine di una commedia degli equivoci che ebbe il suo debutto il 5 aprile 1874 nel Theater an der Wien, teatro di periferia sorto a Vienna nel 1801 sulle macerie di quel Theater auf der Wieden dove Mozart nel 1791 con il geniale “Zauberflote” (Il flauto magico) aveva abbattuto le differenze tra genere “colto” e genere “popolare”. Alla fine dell’Ottocento, sarebbe toccato a Johann Strauss jr (1825 – 1899) di creare con “Die Fledermaus” un capolavoro dal difficile incasellamento stilistico. Che si tratti di opera o di operetta, “Il pipistrello” era destinata a diventare la partitura più importante composta dal Re del Valzer, simbolo di quella Vienna ufficiale nelle cui sale da ballo e da concerto le note del “Bel Danubio blu” (1867) non cessano di imporsi a mo’ di inno nazionale. A conferma dell’enorme consenso, nel 1897 “Il pipistrello” ebbe l’onore di essere diretta nientepopodimeno che da Gustav Mahler presso la prestigiosa Hofoper (oggi Staatsoper), teatro in cui lo stesso Johann Strauss jr fece in tempo, il 22 maggio 1899, a dirigerne l’ouverture per poi farsi sostituire a causa di un malessere che l’avrebbe portato a morte il 3 giugno di quello stesso anno.

 

UN NOSTALGICO DISINCANTO

Il primo atto

“Il valzer è un sentimento che si balla”: citando un’altra celebre operetta ovvero “La vedova allegra” di Franz Lehar, va sottolineato come la festosa leggerezza connaturata a tutto il genere dell’operetta viennese non si dissoci mai da un impalpabile languore e un nostalgico disincanto, insiti nelle note dello stesso valzer che caratterizza il tessuto musicale. Si tratta della fine di un epoca, la constatazione della caducità di quell’ottimismo borghese che aveva caratterizzato in Europa l’avvento della Belle Epoque all’inizio degli anni Settanta, periodo destinato a concludersi con gli orrori della Grande Guerra. In particolare “Il pipistrello” debuttò a Vienna all’indomani dello storico crac finanziario dovuto al crollo della Borsa (il “venerdì nero” del 9 maggio 1873), evento che mise fine agli anni d’oro della Grunderzeit, periodo di grande sviluppo economico iniziato alcuni anni prima. In quest’ottica il capolavoro straussiano con i suoi abiti di gala, il suo champagne, le sue danze, le sue schermaglie amorose, i suoi travestimenti, va inquadrato come il nostalgico remake di un glorioso passato.

 

IL GUSTO DECADENTE

Sul palcoscenico barese è stato proposto l’allestimento creato nel 2016 per il teatro Giuseppe Verdi di Trieste, ente che da sempre riserva al genere dell’operetta un’attenzione particolare. La regia di Daniel Benoin si apprezza per essere funzionale alla credibilità dell’intreccio comico ed evocare l’idea di uno sfarzo talora caricaturale, come si apprezza nel primo atto dove la ricca dimora di Von Eisenstein si presenta come un boudoir dannunziano, ridondante di suppellettili che rispecchiano il gusto decadente dell’epoca, compresi animali esotici impagliati. Peraltro le scene di Jean Pierre Laporte amplificano lo spazio scenico tramite l’uso di proiezioni che si rivelano efficaci trompe-l’oeil, come nel secondo atto in cui il fondale scompare lasciando il posto alla proiezione di un giro di valzer nel salone del principe Orlofsky. Peccato che davanti a una sontuosa tavola e a sedie altrettanto sontuose venga utilizzato un divanetto bianco di vimini del tutto incongruo, forse riciclato dal primo atto. In perfetto stile fin-de-siècle i bei costumi di Nathalie Bérard Benoin.

La festa del secondo atto

 

I PROTAGONISTI

L’elemento migliore della serata è stato lo spumeggiante tessuto musicale creato dall’Orchestra del Petruzzelli diretta per l’occasione da Nir Kabaretti, molto attento a differenziare le dinamiche dei vari momenti dell’opera, dal brioso al sentimentale, dando sempre il giusto risalto alle voci.

Durante la replica del 16 dicembre si è ascoltato un cast vocale uniformemente decoroso, su cui ha brillato l’astro del mezzosoprano Antonella Colaianni alle prese con il ruolo en travesti del principe Orlofsky: oltre a una presenza scenica deliziosa, l’artista ha sfoderato un pregevole timbro vocale e una tecnica formidabile che le ha permesso di far emergere agilità e virtuosismi eseguiti con insolita perizia belcantistica. Nei panni di Rosalinde il soprano Alexandra Steiner si è mostrata valida cantante, ma perfettibile per autorevolezza e personalità, forse per motivi anagrafici o per scarsa frequentazione del ruolo. Premesso che quando entra in scena una primadonna come Rosalinde, così come Hanna Glawari nella “Vedova Allegra”, dovrebbe galvanizzare il pubblico facendo scomparire tutto ciò che la circonda, anche la grande aria “Klange der Heimat” del secondo atto è scivolata via senza lasciare il segno, senza trasmettere quel fascino ipnotico e quel sentimento di nostalgia connaturato allo stile dell’operetta viennese. Frizzante e spiritosa la cameriera Adele interpretata dal soprano Giulia Della Peruta. Sul versante maschile si è fatto apprezzare per freschezza vocale e adeguato phisique du role il tenore Thomas Kiechle nel ruolo di Alfred. Timbro un po’ più scuro e valida vis scenica per il personaggio di Eisenstein interpretato dal tenore Valdis Jansons. Il ruolo di Falke, il fatidico “pipistrello” che muove i fili della vicenda, è stato interpretato con efficacia e disinvoltura dal baritono Stefano Marchisio. Esilaranti i personaggi dell’avvocato Blind e del direttore del carcere Frank interpretati rispettivamente dal tenore giapponese Nao Mashio e dal bass-bariton viennese Horst Lamnek. Puntuale il soprano Sara Intagliata nelle vesti di Ida.

Antonio Stornaiolo

In ogni operetta che si rispetti, è presente un ruolo attoriale solitamente interpretato da un attore locale che sappia anche improvvisare in maniera provocatoria: a Bari è stata la volta di Antonio Stornaiolo, già Njegus nella “Vedova Allegra” dell’anno scorso, che ha divertito il pubblico disegnando in maniera satirica il personaggio del carceriere Frosch come uno sfortunato barese emigrato in Austria.

Superlativo come sempre il Coro del Petruzzelli istruito da Fabrizio Cassi. Gli interventi dei danzatori su coreografie di Fredy Franzutti in stile Belle Epoque hanno costituito la ciliegina sulla torta, un indubbio valore aggiunto al rendimento dello spettacolo.

1 Comment

  1. alessandra catteruccia

    Attenzione, c’è un’imprecisione nella recensione:
    Alexandra Steiner era malata e non ha cantato il 16 dicembre, è stata sostituita all’ultimo dal soprano Talia Or, che doveva in poche ore imparare i dialoghi e scena, sicuramente per questo forse non sarà risultata al top delle sue performance

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