Esordio a Venezia per il nuovo film di Edoardo Winspeare

Il regista, già premiato a Berlino per “In grazia di Dio”, ha spiegato al Tacco come nascono i personaggi del suo nuovo film: “Racconto la poesia dello spasulato, di un senso di comunità che si è perso ma può ritornare”
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di Francesca Rizzo

Ennesimo debutto su un palcoscenico internazionale per il regista salentino Edoardo Winspeare. “La vita in comune”, il suo ultimo film, verrà presentato domani alla 74^ Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. La commedia, che parallelamente uscirà in alcune sale pugliesi, è in concorso nella sezione Orizzonti insieme ad altri tre film italiani (“Brutti e cattivi” di Cosimo Gomez, “Nico 1988” di Susanna Nicchiarelli e “Gatta Cenerentola” di Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri e Dario Sansone) e quindici esteri.

“La vita in comune” racconta una storia che sa di speranza, di rinascita possibile anche in un piccolo paese sperduto nel profondo Sud: Disperata, “nomen omen”, scherza il regista. Nel film sono presenti tutti i tratti tipici della produzione di Winspeare: il cast composto da attori locali, l’uso emblematico del dialetto, i personaggi che un po’ prendono in giro la salentinità, e infine il territorio, insieme nemico e amico.

Il pubblico e la critica internazionale hanno imparato a conoscere ed amare questi caratteri, “esotici”, come li definisce lo stesso Winspeare, che ha segnato anche record importanti per il cinema nazionale: “Sangue vivo”, ad esempio, è stato il primo film italiano ammesso al Sundance Film Festival, il festival più importante per le produzioni indipendenti.

“La vita in comune” verrà presentato domani nella sezione Orizzonti

L’intervista. Il Tacco d’Italia ha ascoltato Edoardo Winspeare: nelle sue parole, l’affetto per una terra che ha ancora tanto da offrire.

Lei ha portato il Salento “fuori dal Salento” molto prima che diventasse una tra le location cinematografiche più scelte, e sempre raccontando l’autenticità, non nascondendo i lati negativi, le contraddizioni di un luogo diviso tra bellezza naturale e malcostume di amministratori e cittadini. Evidenziare le storture, anche in chiave ironica: è questa la valenza etica del cinema?

Il cinema è letteratura per immagini: ha il ruolo, oltre che di trasportare in altri mondi, anche di far riflettere. Nei miei film ci sono le storture ma c’è anche la bellezza; in “La vita in comune” il paese, Disperata, rinascerà attraverso la strana amicizia tra due banditi e un sindaco erudito.

I riconoscimenti ottenuti negli anni, in panorami nazionali e internazionali estremamente importanti, uno su tutti il Festival del cinema di Berlino, non hanno fatto perdere ai Suoi film quella genuinità che li rende unici. A breve “La vita in comune”, debutterà a Venezia. Come viene percepito questo carattere autoctono in contesti estranei a quello salentino?

Generalmente viene percepito come qualcosa di esotico: i miei film potrebbero essere del Kazakistan, del Turkmenistan, perché ci sono strane facce, gente che parla dialetti incomprensibili, vere e proprie lingue. A volte dei salentini stessi mi chiedono perché non faccia un film internazionale; io faccio dei film internazionali, in una forma locale. Un difetto di noi salentini è il provincialismo: se uno fa un film ambientato nel Minnesota è internazionale, se è ambientato a Strudà o a Vanze viene percepito in modo diverso.

“La vita in comune” è ambientato a Disperata, un nome che allude evidentemente a Depressa, il Suo paesino d’origine. Ma quante Disperata ci sono nel Salento vero, quello lontano dai circuiti turistici, dal clamore estivo?

Disperata è la metafora di un paese immaginario, con molti aspetti realistici. Oggi il Salento è molto in voga, però i problemi ci sono: i tanti disoccupati, i giovani che vanno via. Io ho usato la poesia dello “spasulato”, il nullafacente che passa tutto il giorno al bar, e da noi ce ne sono tanti: sono un po’ i personaggi di Aspettando Godot, che aspettano qualcuno che non arriverà mai. Ci sono tante Disperata in tutto il Sud e lungo tutta la dorsale appenninica: i paesi sono spopolati e viene meno anche il senso di comunità, che però può ritornare.

Il cinema è, indirettamente, uno strumento di promozione turistica importante; come vede l’esplosione incontrollata e forse inaspettata del turismo salentino negli ultimi anni?

Il turismo in sé è positivo, naturalmente, però dev’essere gestito bene perché sia un turismo rispettoso. Io spero sempre che il periodo turistico si estenda oltre i tre mesi estivi, ma bisogna anche preparare le persone, trasmettere le competenze: non a caso ora molte cose stanno migliorando.

Gli abitanti di Disperata incarnano degli stereotipi; ad esempio Pati e Angiulinu, i due fratelli aspiranti boss del Capo di Leuca, fanno un po’ il verso alla criminalità divisa tra pistola e Bibbia: in una scena, in particolare, Angiulinu invoca Papa Francesco perché lo protegga e “gli faccia fare una bella rapina”. Come nascono questi personaggi?

Esistono veramente: pensiamo al nome della Sacra Corona Unita, a tutti i mafiosi che si rivolgono alla Madonna, ai latitanti siciliani che hanno sempre la Bibbia nei loro covi. Io prendo in giro, anche un po’ affettuosamente, un certo tipo di machismo meridionale, quel coraggio millantato nelle chiacchiere da bar, e rido di questi personaggi.

In “La vita in comune” il carcere diventa il luogo simbolo del cambiamento, tramite l’incontro tra il criminale Pati e il sindaco di Disperata. Una collaborazione, finalmente, positiva, molto diversa dai rapporti tra politica e malavita denunciati ogni giorno. È un messaggio, un modo per dire che se le istituzioni e le strutture di detenzione funzionano si può avere un cambiamento reale?

Il film in fondo racconta un’utopia, ma io non sono un cinico: credo nel cambiamento.

A proposito di collaborazioni positive: come per altri Suoi film, i finanziamenti per “La vita in comune” arrivano in buona parte da imprese del territorio. È la dimostrazione del fatto che c’è un Salento che, nonostante tutto, fa rete e funziona senza “spinte” illegali?

Assolutamente sì. “In grazia di Dio”, il mio penultimo film, è stato completamente finanziato in questo modo; per “La vita in comune” abbiamo ricevuto finanziamenti importanti dalla Banca Popolare Pugliese e dall’Apulia Film Commission, oltre che da aziende private come Pimar.

La Sua attività di regista è partita dal basso, dall’estrema periferia del Salento, per arrivare a Venezia, passando da numerosi palcoscenici internazionali. Qual è il Suo messaggio ai tanti giovani che si credono già sconfitti, soltanto perché nati al Sud?  

I giovani devono credere nei propri sogni, se ne hanno, senza farsi prendere dallo sconforto. Io sono solo una delle persone che sono riuscite a ottenere quello che volevano. Anche la mia squadra è composta da salentini validi: il direttore della fotografia è di Campi, il fonico è di Acquarica, il montatore è di Tricase, la scenografa è di Cisternino; i protagonisti sono di Lecce, di Muro, di Salve. Siamo quasi tutti pugliesi, solo un aiuto regista è milanese: abbiamo bisogno di organizzazione, e noi in quello abbiamo ancora dei problemi.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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