Abusivismo? Sulle spiagge diventa “creativo”

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L’operazione “Mare sicuro” della Guardia Costiera di Gallipoli, alla caccia di abusi incredibili

Ad una pianificazione assente si risponde con modelli imprenditoriali illegali. A farne le spese gli operatori onesti e l’ambiente

 

Di Francesca Rizzo

Investire sul territorio o investire nel proprio business? Una differenza che numerosi imprenditori, o sedicenti tali, continuano ad ignorare. Discoteche a cielo aperto sulla spiaggia e casi di sfruttamento estremo del paesaggio sembrano diventati la norma, in una zona la cui bellezza naturale non avrebbe bisogno di nessun divertimentificio per attrarre turisti.

I dati diffusi quasi giornalmente dal Compartimento marittimo di Gallipoli denunciano una situazione di illegalità estrema sulle coste, soprattutto – non a caso – nelle zone più premiate dai flussi turistici degli ultimi anni: da Torre Lapillo lungo tutto il litorale gallipolino, fino alla vasta marina di Ugento. Il rispetto per l’ambiente sembra un valore ormai dimenticato: prendendo spunto da modelli completamente estranei alla “lentezza” del finis terrae, si opta spesso per il “tutto e subito”, per i guadagni facili tramite servizi che, secondo molti, in breve distruggeranno gli sforzi fatti da chi con lungimiranza ha saputo valorizzare il Salento, facendone un marchio che attrae famiglie e gruppi di giovani da tutto il mondo.

L’Operazione Mare sicuro, gestita da Capitaneria di Porto di Gallipoli e Ufficio locale marittimo di Santa Maria di Leuca a partire dal 17 giugno, è una fucina di sanzioni e sequestri lungo tutto il litorale.

La “moda” del 2017 si conferma la stessa di ogni estate: occupazione abusiva del demanio marittimo. Nella marina di Pescoluse (Salve) in un solo giorno sono stati sequestrati 523 mq di costa, sui quali erano sorti dei veri e propri lidi abusivi, con ombrelloni e lettini già schierati sin dalle prime luci del giorno senza autorizzazioni. Casi tutt’altro che isolati: ancora a Pescoluse, altre attrezzature sequestrate occupavano persino la battigia, per legge destinata al libero transito dei bagnanti.

Sempre gli uomini del Compartimento marittimo gallipolino hanno scoperto casi di “abusivismo creativo”: come se non bastassero ombrelloni e sdraio, a Torre San Giovanni (Ugento) un nuovo modello di business ha previsto l’offerta ai bagnanti di una piscina realizzata su area demaniale. Il servizio in più? L’acqua cristallina del mare poco distante, prelevata con apposite pompe, anch’esse ovviamente non autorizzate. C’è stato anche chi ha voluto offrire un accesso privilegiato al mare, tramite pontili in legno che dalla spiaggia giungevano direttamente in acqua. Nessuna traccia degli adempimenti burocratici: permessi a costruire e nulla osta paesaggistico ambientali? Carta straccia!

Servizi aggiuntivi non richiesti suppliscono spesso alle più elementari norme di sicurezza: così i militari hanno accertato in numerosi casi la presenza di cassette di primo soccorso non a norma e l’assenza del servizio di salvataggio, obbligatorio tanto per i lidi stanziali quanto per i noleggiatori di ombrelloni e lettini.

Imprenditori senza scrupoli fanno il paio con turisti incivili: in mare sono stati multati numerosi titolari di imbarcazioni che avevano invaso l’area riservata alla balneazione o si erano addentrati in zone vietate a causa del rischio di crolli della falesia. Sì, perché per giungere a livelli di inciviltà così alti ci vuole la collaborazione di tutti: un altro caso in cui ignoranza e connivenza si sovrappongono per questioni di convenienza.

Prescindendo dai singoli casi, tutti i comuni costieri della Puglia sono interessati da interventi censurabili. Peraltro la responsabilità è anche della Regione Puglia che non ha mai attivato i poteri sostitutivi per assicurare Piani comunali delle coste in grado di regolamentare l’uso degli arenili. Attività, questa, che dovrebbe far parte della più vasta attività di programmazione urbanistica e non di quella del demanio marittimo.

 

// L’opinione

Anche il vicepresidente della Commissione Ambiente della Regione Puglia, Cristian Casili, fa notare che troppo spesso allo sciacallaggio degli imprenditori si accompagna una pianificazione sbagliata o del tutto assente: “Urge cambiare rotta – sostiene Casili – le amministrazioni locali si affrettino a dotarsi del Piano coste e anche la Regione faccia la sua parte, sollecitando e monitorando, pena anche il commissariamento, i Comuni inadempienti”. Sono proprio i Comuni, secondo Casili, ad avere la responsabilità maggiore in un meccanismo “Sebbene la legge regionale consenta il rilascio delle concessioni anche in assenza del Piano comunale delle coste, l’indirizzo delle amministrazioni comunali è spesso quello di non rilasciare nuove concessioni, spingendo gli operatori turistici a rivolgersi al Tar. E il Tar ha dato ragione agli imprenditori. L’adozione di un piano delle coste – spiega ancora Casili – serve ad equilibrare la corsa alle concessioni, salvaguardando il diritto di tutti ad accedere alle spiagge libere”.

C’è molto da lavorare per convincere istituzioni e privati che la ricchezza e lo sviluppo di un territorio sono strettamente legati con la salvaguardia dell’ambiente e del paesaggio. La fruibilità va regolamentata in una visione di bene comune e per il benessere della Comunità.

 

 

// Quella catapecchia a Pescoluse

Un chiosco brutto e improvvisato, in un pezzo di paradiso, in una zona che, in base al PPTR è sottoposta a vincolo assoluto.

Siamo in località Pescoluse e le foto parlano chiaro: una struttura “ballerina”, poggiata su qualche tufo, intacca le dune ed è circondata da rifiuti. Eppure è lì. Un’immagine brutta per il Salento, i salentini e i loro amministratori.

Non sappiamo come un chiosco del genere abbia potuto avere le necessarie autorizzazioni, ma è lì, a testimoniare come l’ignoranza, l’arroganza e la stupidità siano causa di degrado, distruggendo opportunità di sviluppo, compatibili con la salvaguardia dell’ambiente.

Nella fattispecie: la competente Unione dei Comuni (con sede a Salve (Le), presso palazzo Mongiò) è il primo anello amministrativo del controllo per la verifica dei requisiti ambientali e paesaggistici. Nel momento in cui l’Unione dei Comuni dà parere positivo, magari basandosi sul silenzio assenso della Sovrintendenza, che “scatta” a 60 giorni dalla richiesta di parere, il Comune di Salve segue la scia di “sì”, dando la sua autorizzazione.

E così, in una sequela di assenze, ritardi e silenzi-assensi, viene meno a Stato di diritto. E il brutto e l’abuso proliferano.

Sotto la sabbia, con la testa degli amministratori, la crescita sostenibile attraverso l’utilizzo rispettoso del bene comune. (MLM)

Nelle foto: la catapecchia di Pescoluse, marina di Salve (Le)

 

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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