Abbate: “Dove lo Stato ha delle mancanze si infila la criminalità organizzata”

Una lunga carriera da giornalista d’inchiesta, vissuta in parte sotto scorta. Lirio Abbate parla di mafie e del suo lavoro. E ai giornalisti di domani dice: “Siate caparbi e curiosi”
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L’intervista al caporedattore dell’Espresso

di Francesca Rizzo

“Io faccio il giornalista, non il magistrato o l’investigatore: il compito mio non è portare in galera o condannare delle persone, ma analizzare fenomeni che possono avere ricadute negative sulla società; raccontandole, denunciandole e facendole emergere la società può evitarle”.

Lirio Abbate è uno di quei cronisti che hanno dedicato al giornalismo la loro vita. Inserito da Reporters sans frontieres tra i cento eroi dell’informazione (2014) e da Index on censorship tra le diciassette personalità che lottano in tutto il mondo per la libertà d’espressione (2015), vive sotto scorta dal 2007, poco dopo aver pubblicato I complici. Tutti gli uomini di Bernardo Provenzano da Corleone al Parlamento.

Tra minacce eloquenti (“Lirio Abbate deve stare attento a Riccardino l’Albanese, uno dal quale dipende gente che spara”, segnala una fonte anonima nel 2013) e atti espliciti (una sera di novembre del 2014 l’auto su cui viaggia scortato Abate viene speronata: i mandanti, probabilmente, sono da ricercare nella criminalità organizzata romana, che il cronista ha disturbato con le sue inchieste), dalla Sicilia al Lazio non si fermano gli attacchi al giornalista.

Ma non si ferma neanche la sua penna: Lirio Abbate continua a scavare e a denunciare le mafie, la corruzione, la connivenza tra criminalità e politica.

Ieri sera, a Taviano, Abbate ha partecipato alla rassegna Girodicorte, organizzata dalle associazioni culturali Vittorio Bachelet, La Piazza e Terrebruciate.

Francesco Capezza, referente di Libera: “Formare i giovani sui temi della legalità, senza stancarsi davanti alle difficoltà”

Paola Ria, presidente dell’associazione Bachelet, ha sottolineato il ruolo dell’informazione libera nella società: “Abbiamo bisogno più che mai di testimoni come Abbate”, non un eroe, definizione che lui stesso rifiuta, ma, continua Ria, “un testimone di coraggio e di impegno civile”. L’incontro di ieri fa parte del progetto We Legality, realizzato in collaborazione con la sezione leccese dell’Associazione Nazionale Magistrati per diffondere la cultura della legalità tra i giovani.

Girodicorte nei giorni scorsi ha ospitato anche il procuratore Nicola Gratteri; Francesco Capezza, referente di Libera nel Salento, ha rimarcato l’utilità di questo tipo di manifestazioni e del confronto con personalità che lottano contro la malavita: “È importante anche per noi che facciamo attività sui temi della legalità, perché sono un continuo punto di riferimento e servono per ricaricarci, anche in virtù delle negatività che affrontiamo quotidianamente”.

Protagonista della serata di ieri La lista. Il ricatto alla Repubblica di Massimo Carminati, ultimo libro di Lirio Abbate.

Informazione e territorio: il Tacco accanto a Lirio Abbate e ai membri dell’Associazione culturale Vittorio Bachelet

Il giudice Roberto Tanisi, Presidente della Corte d’appello di Lecce, è intervenuto sulla sentenza che ha recentemente condannato gli imputati dell’inchiesta Mafia capitale, non riconoscendo l’aggravante dell’associazione mafiosa: “Non conoscendo gli atti processuali è difficile esprimere giudizi tecnici puntuali, ma la sensazione, da cittadino più che da magistrato, è che si sia veicolata l’immagine di una mafia cristallizzata nel tempo, che non tiene conto di come si sia evoluta negli anni; (…) non è la mafia stragista di Corleone, che affronta lo Stato con fatti di sangue, ma una mafia che lavora sotto traccia, «mercatista», come la definiva il procuratore Scarpinato”.

A margine dell’incontro Il Tacco d’Italia ha intervistato Lirio Abbate.

 

Lirio Abbate, è inevitabile partire dalla sentenza su Mafia Capitale: quanto pesa l’assoluzione dall’accusa di associazione mafiosa per Carminati e gli altri imputati?
Il tribunale ha inflitto a Carminati 20 anni di condanna. Non ha riconosciuto l’associazione mafiosa, adesso leggeremo le motivazioni per cui non c’è, secondo i giudici, quest’aggravante. Tutto l’impianto accusatorio ha retto: le intimidazioni, la corruzione e le minacce ci sono state, ma sono state identificate come associazione a delinquere semplice. Ciò che pesa è che ora Carminati sconterà una condanna da detenuto comune, non al 41-bis, quindi sarà più semplice affrontare gli anni di carcere.

Tra Mafia capitale e Sacra Corona Unita: l’intervento del giudice Roberto Tanisi, presidente della Corte d’Appello di Lecce

Nella Sua carriera si è ampiamente occupato anche della mafia siciliana, la stessa che da dieci anni La costringe a vivere sotto scorta. Quanto è diverso il sistema che si è sviluppato a Roma rispetto alle organizzazioni mafiose “tradizionali”? È un sistema più raffinato, quindi più pericoloso?
Non si può paragonare Mafia capitale alle mafie tradizionali come Cosa nostra, la Ndrangheta e la Sacra Corona Unita. Mafia capitale viene identificata come un clan che applica dei metodi mafiosi, tra cui l’intimidazione, la prevaricazione, l’omertà, la violenza, il collegamento con la politica. Un leader, individuato in Carminati, riesce a guidare il lato operativo, fatto di uomini violenti, e quello politico. Non ci sono collegamenti con le mafie tradizionali. È la fotografia del metodo mafioso, solo che bisogna riconoscerla: non bisogna legarci soltanto a quelle mafie che pensiamo di trovare in giro ancora oggi. A differenza delle mafie tradizionali, Mafia capitale non ha neanche il controllo del territorio: non chiede il pizzo ai commercianti, è molto più “elegante”, più elitaria. Si piegano a Carminati perché ne hanno paura, riconoscono il potere criminale.

Qual è il ruolo della società civile in tutto questo?
 È un ruolo che fin adesso é mancato: il gruppo di Carminati è riuscito ad andare avanti senza essere ostacolato, anzi è stato aiutato da imprenditori e commercianti che si sono rivolti a lui per risolvere problemi illegali. La società civile non si è vista nemmeno durante il processo, o alla fine del processo. Gran parte dei romani non ha tifato per i magistrati ma per Carminati.

L’ex procuratore Cataldo Motta ha più volte detto che qui nel Salento c’è la mafia sociale, il “welfare mafioso”, e ha grande consenso tra la popolazione. Che cosa direbbe ai salentini per convincerli a rompere omertà e connivenza?
Motta ha detto bene perché lui, con la sua lunga esperienza, sa ben registrare le caratteristiche della mafia salentina. Il problema è che alla gente del Salento non puoi nemmeno puntare la pistola alla testa e dire “Adesso devi cambiare”. Bisogna che l’atteggiamento delle istituzioni, della pubblica amministrazione cambi, in maniera da essere più vicino alla gente e risolvere i problemi. Dove lo Stato ha delle mancanze si infila la criminalità organizzata. Tutta la società dovrebbe cercare di evitare che ci siano questi buchi e che la criminalità organizzata possa sostituirsi allo Stato. I cittadini sono vicini ai criminali perché gli risolvono i problemi, ma parliamo di problemi illegali.

Tra i numerosi filoni di Mafia capitale c’è la speculazione sul traffico dei migranti. Proprio in questi giorni il tema è caldo, numerose ONG rifiutano il Codice di condotta che prevede di ospitare militari armati a bordo delle navi di salvataggio. Qual è il Suo parere sulla vicenda?
Le Ong che hanno rifiutato hanno un’idea ben precisa dell’aiuto umanitario, che non dev’essere spalleggiato da persone armate. Però siamo in una situazione di emergenza, ed è più facile che vi si nasconda proprio chi quest’emergenza la alimenta e ne fa anche un business criminale: è opportuno osservare e far capire che se questi salgono sulle navi possono incappare nei poliziotti che li arrestano; bisogna far capire che non è così facile arrivare in Italia.

Gli insulti in tribunale da parte di Sergio Carminati, fratello di Massimo, le manifestazioni di odio e le minacce espresse sui social (e regolarmente denunciate dall’Espresso) restituiscono il clima d’odio che si crea intorno al giornalista d’inchiesta. Come si vive quotidianamente questa realtà?
Metti in conto che se fai un’inchiesta, se scrivi un pezzo che colpisce qualcuno ne riceverai dei contraccolpi. In questo caso la famiglia Carminati, insieme a molti personaggi di rilievo dell’estrema destra romana, ha messo su un teatrino di attacchi di odio niente male. Questo fa capire che c’è una buona parte di romani, e io spero non sia la maggioranza, che sta dalla parte di Carminati e alimenta quest’odio nei confronti di chi denuncia.

È cambiato il Suo essere giornalista da quando è sotto scorta?
Non è cambiato: ho continuato a lavorare, a fare inchieste, seppur in maniera diversa. Oggi lo Stato è presente, consente di lavorare: occupa quelle posizioni che sono proprie dello Stato. In Sicilia ci sono stati sette giornalisti uccisi da Cosa nostra, perché la mafia è arrivata prima, oggi è diverso, è lo Stato ad arrivare prima e, oltre a proteggerti, ti consente anche di continuare a fare il tuo lavoro.

Si è mai autocensurato?
No. Di fronte alla notizia, che è ciò che ci comanda, nulla può essere censurato.

Quale notizia non avrebbe mai voluto dare?
Non mi pento di nessuna delle notizie che ho dato fin adesso, e sono tante.

E quale notizia spera di dare un giorno?
L’arresto di Matteo Messina Denaro.

Che cosa consiglia ad una ragazza o ad un ragazzo che sogna di diventare giornalista?
Caparbietà, testardaggine e tanta curiosità. I giornalisti oggi devono essere pieni di curiosità, di voglia di fare ed essere preparati a riscontrare i fatti che si presentano davanti a loro.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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