TRUFFA ANTIRACKET SALENTO. LE VITTIME: “CI CHIEDEVANO DI NON PARLARE CON I CARABINIERI, ERANO PEGGIO DEGLI USURAI”

Prima hanno denunciato alle forze dell'ordine usurai ed estorsori, poi hanno chiesto aiuto allo sportello finanziato col Pon Sicurezza per avere sostegno psicologico e accesso al fondo di solidarietà. Ma hanno trovato nuove vessazioni. Il racconto, terribile, di chi si è sentito vittima due volte e oggi si sente dimenticato
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di Fabiana Pacella

Che fine hanno fatto le vittime di racket e antiracket?

Ci sono sguardi e toni di voce, bassi entrambi, che pure suonano come una condanna. Sociale.

Una messa in mora di tanti. Di chi non ha voluto o potuto vedere, di chi ha rimandato o è passato oltre per fretta, accondiscendenza, distrazione, incapacità comunque la si declini e, perché no?, paura e vigliaccheria.

Le vittime di racket e usura, in crescita là dove cresce la crisi, le riconosci dallo sguardo e dalla voce. Dal moto ondivago e perpetuo tra fiducia e sfiducia, che le sballottola come anime in pena.

Poco o affatto s’è parlato di loro, nei titoloni seguiti alla maxi inchiesta della procura di Lecce, che ha posto fine alla truffa condita da corruzione, concussione e falso di Antiracket Salento – con sede a Lecce, Brindisi e Taranto -, baluardo dell’antimafia sociale, col bollino di qualità del Ministero dell’Interno. La retata del nucleo di polizia tributaria della gdf ha portato in carcere la presidente Maria Antonietta Gualtieri e altre tre persone, e poi 7 interdizioni, 32 indagati, un’insalata mista di funzionari, professionisti, tecnici, politici, amici degli amici al sapore di amarezza.

Ché di truffe, in questo Paese che arranca, son piene le fosse. Ma stavolta la faccenda è più pesante.

Ci sono le vittime. Già, quelle. Protette dall’anonimato – ed è sacrosanto– e schiacciate dal silenzio – che va molto meno bene -. Buggerate due volte.

Quando hanno dovuto piegare la testa e guardare in faccia il male e quando, dopo aver trovato il coraggio di denunciare, si sono rivolte ad un’associazione che avrebbe dovuto assisterle nel cammino di risalita, e le ha spinte ancora più giù.

I processi si fanno altrove, la realtà va raccontata. Cruda com’è, in questi casi.

Mario e Giuseppe, – i nomi sono di fantasia, le loro storie no –, di Lecce e Taranto, sono stati vittime di usura. Hanno denunciato gli aguzzini alle forze dell’ordine consentendone l’arresto. Poi hanno contattato Antiracket Salento per avere accesso al Fondo di Solidarietà, ed è stato l’inferno. Di nuovo.

“Non rivolgerti ai carabinieri, paga cash per l’istruzione della pratica”, alcune delle richieste inoltrate da Gualtieri a Mario, come denunciato dall’uomo al Ministero dell’Interno e al Commissario straordinario il 20 gennaio 2014.

L’INTERVISTA

“Mi sono rivolto ad Antiracket Salento nel settembre del 2012 – racconta Mario -, ero vittima di usura. Avevo denunciato l’usuraio. Mi sono recato presso la sede leccese dell’associazione quattro volte, le prime due da solo, le ultime due con mio padre che aveva emesso effetti cambiari durante il periodo in cui eravamo sotto usura”.

Cosa le hanno chiesto in associazione?

“Mi hanno garantito assistenza all’inizio, poi nel corso delle sedute sono uscite delle cose…in poche parole per il prosieguo della pratica dovevo trovare altre persone che mi affiancassero, anche loro con problemi di usura, al fine di farli diventare clienti dell’associazione.

E lei ne conosceva?

“No, ma insistevano. Dicevano che se non avessi trovato nessuno non avrei avuto accesso al Fondo di Solidarietà. Secondo le loro richieste sarei dovuto andare in giro, conoscere persone e informarmi se fossero vittime. Poi avrei dovuto portarle da loro, escludendo la presenza dei carabinieri”.

Gualtieri le ha chiesto di non parlare con i carabinieri?

“Si, neanche della situazione mia. Quello che avevo detto ai militari quando mi avevano chiamato ormai era detto, ma da quel momento in poi avrei dovuto parlare solo con l’associazione”.

Nel difficile percorso verso la ripresa, è stato supportato da medici psicologi?

“No, mai. Gualtieri solo presentato un avvocato che si doveva occupare della pratica di pignoramento della casa di mio padre, ma la pratica non è stata portata avanti. L’ho scoperto dopo un paio d’anni”.

Le hanno chiesto somme di denaro, considerato che l’istruzione della pratica – la domanda è reperibile sul sito della questura, ndr – è gratuita?

“Mi hanno chiesto 300 euro per spese di marche da bollo per poter procedere, da dare in contanti, senza fattura o altro?”.

Si è sentito protetto o minacciato dall’associazione?

“Minacciato, sempre con le parole, il modo di rivolgersi a me della presidente Gualtieri. Chiamate insistenti per un paio di mesi, tre…poi ho deciso di sparire e non andare più nemmeno a riprendere la mia documentazione presente allo sportello, le fotocopie del procedimento aperto con l’usuraio, contratti, cambiali, visura e altro di cui non ricordo. L’avvocato si comportava come Gualtieri, mi chiedeva di trovare clienti, almeno 3 o 4”.

Com’era il loro modo di fare?

“Indescrivibile. Non so come definirlo. Assistenza zero, sembrava che fossi in mezzo agli strozzini ancora una volta”.

Mario ha riassunto la sua vicenda in una lettera inviata, come scritto, al Ministero dell’Interno. Da cui attende ancora una risposta. Dopo tre anni.

Giuseppe invece, è scappato prima dalle grinfie di Antiracket. Oggi gestisce una attività commerciale nel centro di Taranto. Sguardo disincantato, un mucchio di momentacci negli occhi.

L’INTERVISTA/2

Quando è iniziata la sua storia?

“Nel settembre 2011 è scattata la prima denuncia alla guardia di finanza, ma ero sotto usura da una vita…Ricordo  il giorno del mio compleanno, nel 2013. Erano le sette del mattino, dormivo. Suonano alla porta, una voce mi fa: apri! Ho capito che fosse qualcosa non andava, ho dato le mandate alla porta e dallo spioncino ho visto tre uomini, uno con la pistola, uno con una mazza da baseball…Ho chiamato la guardia di finanza, sono intervenuti…Io avevo denunciato nel 2011 ma i miei aguzzini ancora non lo sapevano. Ricordo quelle immagini…terribili”.

Si era già rivolto ad Antiracket?

“Si, ero andato allo sportello di Taranto, trovando assistenza. Ma poi ho capito che Gualtieri voleva gestire in prima persona la mia faccenda, dopo avermi detto all’inizio, che non c’erano gli estremi per istruire la pratica poiché la domanda era stata presentata a termini scaduti. La prima volta l’ho incontrata a Taranto. Poi mi chiese di andare a Lecce, mi disse che non poteva fare niente e non capivo perché, visto che anche i finanzieri mi avevano invitato a presentare domanda di accesso al Fondo. Per fortuna chi era presente allo sportello di Taranto, ha comunque istruito la pratica dandomi una mano, altrimenti oggi sarei ancora a fare la spola tra le due città. A vuoto”.

Come si è comportata la presidente con lei?

“Mi ha riempito di chiacchiere. Cercava di prolungare le visite, il che sembrava strano. Cercava di far sembrare la via d’accesso al Fondo più difficile di quanto non fosse realmente, forse al fine di avanzare altre richieste in seguito? Non so. Di sicuro in quel periodo ero allo stremo delle forze, fisiche ed economiche, e mi pesava anche fare su e giù da Lecce, perché non avevo denaro per il carburante. Se fosse stato per lei, sarei dovuto andare a Lecce ogni 2-3 giorni. Parlava di Roma, di problemi, di uffici….molte chiacchiere…Ma sono sicuro che non avesse proprio studiato la mia situazione”.

Si è sentito assistito?

“Da lei assolutamente no. In quel periodo ero sotto terra, non lavoravo, quei 100 chilometri pesavano. Gualtieri chiamava e mi convocava, quando voleva lei…Poi ho fatto il pari e dispari, ho notato le differenze tra Lecce e Taranto e in effetti ho avuto assistenza proprio nella mia città. È solo grazie agli addetti allo sportello tarantino – ancora oggi presieduto da Cosimo Sessa, poliziotto in pensione che ha preso pubblicamente le distanze da Gualtieri e dalle condotte contestatele – che oggi sono qui, ho avuto accesso al Fondo e ho riaperto un’attività”.

(Le condotte di Gualtieri sono state segnalate da Cosimo Sessa al Ministero dell’Interno, con cui è intercorso scambio epistolare).

La fiducia tradita non è reato. Si sa. La restituzione della fiducia, nella giustizia e in uno Stato di diritto, è dovere. Dell’antimafia sociale e non solo

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1 Comment

  1. faggiano antonella

    Chi controlla il controllore? E’ la domanda che mi pongo sempre. E ho ragione a pormi questo quesito.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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