“Terrore e morte”: il sistema nel regno della diarchia

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Di Marilù Mastrogiovanni (9 giugno 2017) //INCHIESTA. Il metodo della cellula della scu Montedoro-Potenza che ha messo sotto scacco Casarano (Le), un tempo nota in tutto il mondo per il suo florido settore calzaturiero

Da una parte volevano e vogliono seminare “terrore e morte”, dall’altra si proponevano e si propongono come l’antistato e il welfare mafioso. Che aiuta tutti, dove il welfare non c’è. Iniziamo con questa prima puntata l’analisi delle dinamiche interne ed esterne alla cellula della scu capeggiata da Montedoro-Potenza, tracciando i rapporti di forza, gli interessi, le zone grigie, gli affari internazionali. Una realtà molto più complessa, radicata e pericolosa di quello che sembri

INDICE:

Una pericolosissima cellula mafiosa che, con l’esercizio sistematico della violenza ed avvalendosi della consequenziale forza intimidatrice ha seminato e intende seminare terrore e morte nella città di Casarano e nei paesi viciniori”.

E’ un passaggio agghiacciante quello contenuto nel decreto di fermo del pm Guglielmo Cataldi della Direzione distrettuale antimafia di Lecce, con cui il 30 maggio scorso è iniziata l’azione di smantellamento della “cellula” mafiosa capeggiata da Tommaso Montedoro e Augustino Potenza, fino all’assassinio di quest’ultimo.

Non lascia spazio a dubbi, la DDA, sull’attuale presenza della mafia nel basso Salento, con epicentro Casarano (Le) e sulle ancora attuali intenzioni di soggiogare il territorio, stringendolo col cappio della paura e dell’omertà.

Non a caso gli inquirenti usano il passato e il presente: “Una pericolosissima cellula mafiosa che ha seminato e intende seminare terrore e morte”.

Lo scenario che viene fuori dalle prime indagini è di una società fortemente intrisa di mafiosità, dove sono gli stessi cittadini, imprenditori, politici, a cercare la protezione e l’appoggio del mafioso, ben disposti a riconoscergli ossequio.

Un altro passaggio è significativo, per capire quanto fosse forte il condizionamento della “diarchia”, così viene definita la cellula mafiosa con epicentro Casarano, dai Carabinieri che hanno condotto le indagini.

 

“STO METTENDO ORDINE”

Era l’8 ottobre del 2016. Potenza sarebbe stato crivellato a colpi di kalashnikov due settimane dopo, il 26 ottobre, da due sicari che, secondo la procura, sono stati mandati dall’altra testa della diarchia, Tommaso Montedoro. Il 24 ottobre 2016, due giorni prima di morire, Potenza rassicurava un imprenditore, la cui famiglia aveva subito una gravissima rapina, dicendogli che non si sarebbe assolutamente dovuto preoccupare di nulla: “Puoi dormire tranquillo con le porte aperte. Sto facendo di tutto per mettere un po’ di ordine in questa città. Sto affidando a tutti compiti ben precisi, chi ai parcheggi, chi alle varie attività di loro interesse”. “Sto mettendo ordine”, diceva Potenza, due giorni prima di morire.

Questo “ordine”, questo “affidare compiti ben precisi a tutti”, questo accontentare le persone in base “alle varie attività di loro interesse”, era un modo per radicarsi profondamente nel tessuto molle della società.

Quanto radicato fosse, Potenza, uno dei capi di quel mostro a due teste che era la “diarchia”, viene fuori da un’importante testimonianza della moglie Elisa De Santi, che il 27 ottobre 2016, all’indomani della morte del marito, metteva nero su bianco che: “Mi confidava di aver aiutato molte persone nel lavoro…a casa spesso venivano persone che io non sempre riuscivo a riconoscere, per avere consigli e soluzioni anche nei loro problemi familiari”.

Potenza, il boss dalla faccia buona, Potenza, che garantisce il welfare, che dà “incentivi” alle aziende là dove la pubblica amministrazione non fa progetti di sostegno e incentivi alle imprese, che rileva occultamente società in difficoltà, che diventa il socio d’affari di chi ha bisogno di liquidità: negozi, ristoranti, calzaturifici, suolifici; che diversifica i suoi investimenti: dal vino, olio, conserve, sottolio, salsa di pomodoro, agli orologi, abbigliamento, bar, scarpe, addirittura carte di credito prepagate.

Augustino Potenza sceglieva le persone di sua fiducia, tra le tante che gli chiedevano aiuto e consigli, e in base “alle varie attività di loro interesse”, il boss ripuliva i milionari proventi dello spaccio di cocaina, inserendosi nell’economia pulita e sporcandola col denaro della mafia.

La fitta rete di fiancheggiatori consentiva a Montedoro e Potenza di estendere i loro tentacoli molto lontano. La “diarchia”, era radicata non solo nell’epicentro degli affari del clan, Casarano, ma nell’intera provincia di Lecce, fino ad arrivare, grazie al bernoccolo affaristico e criminale di Montedoro, al nord, in Liguria, infettando la regione dove è agli arresti domiciliari, e in altri paesi europei.

Di questo però ne parleremo più avanti.

A Casarano, Matino, Ruffano, Supersano, Taurisano, soprattutto, ma anche nel resto della provincia di Lecce, fino al capoluogo, la droga degli uomini della “diarchia” scorre a fiumi: soprattutto cocaina, ma anche eroina, hashish e marijuana. 750mila euro ogni settimana, era il ricavato dallo spaccio di ogni tipo di droga. Soldi sporchi che venivano “lavati” reinvestendoli in attività lecite, grazie a collaboratori incensurati e insospettabili commercianti, professionisti, amici, politici.

Hanno potere vastissimo: il collaboratore di giustizia Gioele Greco, esponente di punta nei traffici di droga del clan leccese di Roberto Nisi prima e di quello di Pasquale Briganti poi, così scrive l’8 novembre 2016, pochi giorni dopo la morte di Potenza: “Io avevo crediti a Casarano e Taviano e loro mi dissero che avrebbero risolto tutti i problemi perché lì comandavano loro (Montedoro e Potenza insieme, ndr). Poi a Casarano mi fecero sapere che il mio debitore era sparito e a Taviano mi mandarono da Fabio Reho che mi aiutò a recuperare parte dei debiti”.

Potenza, che domina insieme a Montedoro, si pone come un Salomone che risolve i problemi, senza usare la violenza, ma solo paventandola. Questa loro strategia ha effetto: il loro, scrivono gli inquirenti, era un “predominio del territorio” molto solido. Tanto che, all’indomani della morte di Potenza, Luigi Spennato, scrive la DDA, “aveva già radunato attorno a sé, in una raccolta fondi per le spese funerarie, numerosi soggetti già vicini a Potenza”.

Persone “normali”, non indagate, che non hanno lo stigma del mafioso, eppure amiche della mafia, tanto da finanziare il funerale del boss.

Luigi Spennato, ridotto in fin di vita a suon di kalashnikov e pistola un mese dopo Potenza, doveva morire proprio per questo. Perché Montedoro s’era accorto che Luigi Spennato era pronto a riprendere le fila del clan, e a ritessere la tela di relazioni e connivenze appena appena stracciata dalla morte di Potenza.

 

I PARCHEGGI COMUNALI

A ciascuno dava compiti ben precisi, così diceva Potenza all’imprenditore angustiato per la rapina subita.

Lo diceva due giorni prima di morire. Neanche l’ombra di un sospetto sul fatto che questo potesse dare fastidio all’altro capo del mostro a due teste.

Potenza aveva mire nella gestione dei parcheggi comunali, questo aveva dichiarato all’imprenditore. Lo raccontava come un dato acclarato: “Sto affidando a tutti compiti ben precisi, chi ai parcheggi, chi alle varie attività di loro interesse”.

Annosa questione, quella dei parcheggi a pagamento a Casarano.

Il bando dell’amministrazione guidata da Gianni Stefàno è stato affidato due anni fa ad una società poi raggiunta da interdittiva antimafia, la Smart project di Casoria (Na), che dava lavoro a vari soggetti legati da rapporti di parentela ad alcuni clan della camorra.

Nel gennaio 2016 con determina del dirigente della Polizia municipale il servizio viene affidato alla seconda classificata, la SIS di Perugia, che dopo pochi mesi batte in ritirata. Rinuncia al bando vinto.

Ex post, apprendiamo che Potenza aveva mire sui parcheggi comunali.

Una dinamica molto simile a quanto già documentato per l’impianto di compostaggio che un altro esponente di un’altra famiglia con a capo un boss storico della scu, Giuseppe Scarlino detto Pippi Calamita, voleva realizzare a Casarano.

Anche in questo caso, ex post, da alcune intercettazioni contenute in un brogliaccio della procura, veniamo a conoscenza del fatto che Potenza era contrario all’impianto della famiglia di Pippi Calamita e cercava rassicurazioni sul fatto che non si sarebbe realizzato telefonando all’allora consigliere comunale Gigi Loris Stefàno, definito “contiguo” e “assonante” al clan Montedoro-Potenza dagli inquirenti. Un fatto incontestabile, una coincidenza inquietante: l’impianto di compostaggio, che aveva avuto i primi pareri positivi, dopo una lunga fase di stallo nell’iter, viene bocciato. E la tempistica degli eventi viene “certificata” da un’intercettazione tra un consigliere comunale e il boss.

 

UN SENTIMENTO DI PAURA E SOTTOMISSIONE

Come hanno fatto Montedoro e Potenza a radicarsi in pochi anni, dal 2012 ad oggi, in una cittadina così operosa come Casarano? Fino a quel momento punto di riferimento per l’intera provincia di Lecce, polo d’eccellenza europeo del settore calzaturiero?

E’ stata solo la crisi e la povertà? Possibile che per quattro denari in tanti siano stati pronti a vendere la propria dignità di cittadini? Sono domande a cui pian piano cercheremo di rispondere, perché crediamo che quello che è successo a Casarano, e che sta succedendo, sia un caso “da manuale” per capire le modalità con cui la mafia riesce a infettare in poco tempo tutti gli strati di una società che fino a quel momento era sempre riuscita a emarginare e a tenere distanti i mafiosi, senza mai avere nei loro confronti quell’atteggiamento di consenso sociale e ossequio, che tante volte ha denunciato l’ex procuratore Cataldo Motta. Un atteggiamento di sudditanza da parte dei cittadini tipico della metamorfosi della scu, avvenuta negli ultimi 15 anni.

 

LA MAGISTRATURA GIUDICANTE TROPPO MORBIDA

Perché è accaduto? Stando alle parole degli inquirenti, una parte di responsabilità è ascrivibile alla magistratura giudicante, troppo morbida nei confronti dei due boss. la percezione dei cittadini è che siano  riusciti a sfuggire alla Legge. Le assoluzioni dal reato di mafia (art.416 bis) li ha resi agli occhi della società degli impuniti invincibili.

Gli inquirenti non mancano di sottolineare quest’aspetto di psicologia sociale.

Dopo un’ingarbugliata vicenda giudiziaria (che vedremo poi), Potenza e Montedoro vengono scarcerati per decorrenza dei termini nel 2012, sebbene pendessero sulle loro teste già le condanne all’ergastolo per cinque omicidi. Potenza, quando fu liberato, era anche già stato condannato in via definitiva per altri reati e aveva subito la confisca definitiva di alcuni immobili e terreni, assegnati al Comune. Potenza viene successivamente assolto e a Montedoro invece, condannato a 30 anni di carcere, vengono “improvvidamente” accordati i domiciliari dal gup Vincenzo Brancato di Lecce (su richiesta dell’avvocato Mario Coppola), nel corso di un procedimento denominato “Tam Tam”; lo stesso che ha portato allo smantellamento di un altro pezzo di cellula mafiosa e, nell’ambito di un’inchiesta collegata, denominata “Cutura”, allo scioglimento del Comune di Parabita. Montedoro viene anche assolto dal reato di mafia (ex art. 416 bis), sebbene penda l’appello del pm. In questo momento, dunque, lo sforzo degli inquirenti e della DDA è dimostrare, nonostante l’evidenza, l’esistenza della mafia.

“Questo, per paradosso – scrive il Nucleo investigativo del comando provinciale dei Carabinieri – ha ingenerato un sentimento di paura e sottomissione sul territorio verso due personaggi comunque in grado di sfuggire ai rigori della legge, come incredibilmente era stato possibile constatare con la improvvida concessione dei domiciliari a Montedoro, nonostante l’allora pendenza dell’accusa nei suoi confronti di appartenenza ad associazione mafiosa”.

Si narra di fuochi d’artificio fatti esplodere fuori dal carcere di borgo San Nicola, per comunicare la notizia che Potenza sarebbe stato liberato per decorrenza dei termini. Era luglio 2012.

Da allora la baldanza di essere sfuggito alla legge fu espressa in modo plateale anche attraverso i marchi commerciali con cui Potenza timbrava i luoghi strategici della città, non solo i suoi sottoli. Quei marchi sono ancora lì, disseminati per la città. Nomen, omen.

 

I DOMICILIARI COLABRODO

I domiciliari “improvvidamente” e “incredibilmente” concessi al boss Tommaso Montedoro non gli impedivano di gestire i suoi affari, dare indicazioni, incontrare cittadini, imprenditori e politici quando si recava a Casarano per le udienze del suo processo. Pensava di eludere le intercettazioni utilizzando sim intestate ad ignari cittadini o utilizzando utenze di suoi conoscenti. Ma in questo modo non ha fatto altro che dare una mano agli inquirenti che hanno tracciato la mappa dei suoi fiancheggiatori. Montedoro, ai domiciliari, poteva perfino incontrare la sua compagna, R.D.A., nota commerciante di calzature, nel cui negozio facevano bella mostra i prodotti a marchio “Italiano tenace”, il marchio di Augustino Potenza.

Dopo l’omicidio di Potenza e il tentato omicidio di Spennato, Casarano “erano ripiombata in una condizione oggettiva di paura”. E continuano: “L’uso della violenza fisica quale strumento per la risoluzione delle controversie interne ed esterne è notoriamente uno degli indicatori propri della sussistenza dell’organizzazione mafiosa in quanto funzionale alla diffusione della forza intimidatrice del vincolo associativo con la consequenziale condizione di assoggettamento e di omertà che rappresenta il cosiddetto metodo mafioso”.

In poche esemplari righe, scritte dagli inquirenti, ecco spiegata l’aria che si è respirata a Casarano in questi anni.

 

IL SISTEMA

Il compianto Peppino Basile, vittima innocente di mafia ancora non riconosciuta come tale, consigliere della Provincia di Lecce e del Comune di Ugento per l’Italia dei valori (movimento fondato da Tonino Di Pietro) , fu ucciso 9 anni fa davanti alla porta di casa. Il suo assassinio è rimasto impunito. Lui diceva “qui non c’è la mafia, c’è il sistema”. E intendeva indicare quella morsa d’acciaio di interessi politici, mafiosi, imprenditoriali, che imprigiona la parte sana della società, che diventa però complice, se non reagisce. Ecco, qui c’era e c’è (usiamo il passato e il presente, come hanno fatto i Carabinieri) un sistema innescato dalla paura ingenerata nella popolazione dagli omicidi e dall’essere scampati, i boss, “incredibilmente” alla giustizia; un sistema rafforzato da un metodo mafioso fatto di minacce e immissione nell’economia sana di ingenti quantità di denaro; un sistema per il quale il brodo di coltura è l’ignoranza, la povertà di spirito, di valori, di prospettive, di visione del futuro dal parte del governo della città; un sistema che viene legittimato dalla contiguità di alcuni politici, che garantiscono l’anello di congiunzione tra lo Stato e l’anti-stato.

Un sistema fatto di favori, pressioni sulla pubblica amministrazione, che così si paralizza, s’ingessa, falsa la libera concorrenza, con gli appalti per i servizi essenziali, come i parcheggi e i rifiuti, bloccati.

A Casarano, la riscossione delle imposte (su tutte, la Tari) è stata data in appalto ad una società che ha poi assunto i parenti dei consiglieri comunali, e tra queste assunzioni anche la moglie del consigliere comunale Stefàno, amico di Potenza.

I lavori pubblici per il rifacimento di strade e basolati, per il nuovo parco lineare, per la manutenzione del verde pubblico e i servizi cimiteriali, dati tutti e ancora “incredibilmente” sempre alla stessa ditta, dove da pochi giorni lavora il fratello della compagna di Montedoro.

Si rivolterà nella tomba, Potenza, controllato a vista dagli uomini di Montedoro che gli spazzano il loculo: lo vogliono controllare anche da morto, ed è un monito per i vivi.

Per chi conosce i linguaggi della mafia, che si nutre di simboli, questo non è un dettaglio.

 

(CONTINUA)

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