La mia audizione in commissione antimafia: ecco che cosa ho raccontato

Si riaprano le indagini sull'omicidio Basile; si riveda il processo sull'omicidio Attanasio; Istituzioni spieghino perché non s'è impedito che il boss di Casarano allungasse i suoi tentacoli fin dentro il palazzo di Città. I miei tre appelli
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  1. Si riaprano le indagini sull’omicidio del consigliere provinciale e comunale dell’Idv Peppino Basile, vittima innocente di mafia ancora non riconosciuta come tale. Indagava sulle infiltrazioni delle mafie nella gestione rifiuti, sul pcb, su rifiuti radioattivi dentro la discarica di Burgesi, e su un centro di stoccaggio rifiuti realizzato con soldi pubblici, vandalizzato e mai utilizzato.
  2. Si revisioni il processo sulla morte di Ettore Attanasio, perché il suo lavoro nella bonifica della discarica di Burgesi dove aziende vicine alla sacra corona unita hanno sversato pcb, rifiuto industriale tra i più cancerogeni al mondo, potrebbe essere la causa del suo decesso. Questo significherebbe che in carcere c’è un innocente.
  3. Si chiedano, le Istituzioni ai massimi livelli, se lo chiedano gli inquirenti e i magistrati, chi ha davvero governato Casarano negli ultimi anni e quale influenza ha avuto sull’economia dell’intero basso Salento il sistema mafioso di collusioni, connivenze, minacce, omertà, riciclaggio di denaro in aziende apparentemente pulite messo su dal boss Augustino Potenza del clan Montedoro-Potenza, costola rampante dello storico clan Giannelli-Scarlino-Padovano. Ci spieghino le Istituzioni ai massimi livelli, ci spieghino gli inquirenti e i magistrati, perché le intercettazioni del 2013 e 2014 che stigmatizzavano in un’informativa la “contiguità” e “l’assonanza” tra un consigliere comunale eletto nella lista del sindaco di Casarano e il boss, non hanno portato ad indagini più approfondite e a misure di prevenzione che arginassero il rischio di infiltrazioni mafiose non solo nell’amministrazione del Comune di Casarano ma nell’economia dell’intero basso Salento. Dipende solo dal fatto che la normativa sullo scioglimento dei Comuni per infiltrazioni mafiose è inefficace e lenta? O non c’è stata la volontà di andare a fondo?

 

Ho fatto questi tre appelli dinanzi alla Commissione speciale d’inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata istituita dalla Regione Puglia, che mi ha convocata in audizione su richiesta del consigliere Sergio Blasi.

C’erano temi importanti da trattare: dalla redazione di un testo unico della Regione Puglia sulla legalità e l’antimafia sociale all’elaborazione di uno studio sull’impatto della criminalità, comune ed organizzata, sul territorio pugliese, e lo studio di azioni per promuovere la cultura della legalità.

Io ho raccontato del legame mortale, presente nel basso Salento, tra imprenditoria, mafia e pubbliche amministrazioni, soprattutto nel settore dei rifiuti.

Ho illustrato le modalità con cui la mafia radica il suo consenso imputridendo gli strati finora sani della società: presta soldi senza interessi, acquisisce società in crisi e reinveste in esercizi commerciali, aprendo bar, ristoranti, negozi fashion. I soldi della coca che il boss guadagnava cercando di contrattare direttamente con la camorra senza passare, come era accaduto finora, dalla ‘ndrangheta, poi li ributtava nell’economia locale.

Difficile per le aziende in crisi non accettare la mano tesa e gonfia di soldi del boss.

Ho spiegato anche che dal 2012 all’ottobre 2016, quando il boss Potenza è stato ucciso a colpi di kalashnikov in un centro commerciale, nell’ora di punta perché tutti vedessero, con un’esecuzione mafiosa esemplare, il predominio del clan ha preso il sopravvento: la crisi del manifatturiero e la povertà, sono diventate paura e omertà, dunque, connivenza. Ho illustrato il sistema di “marketing della mafia” con cui Potenza marchiava il paese, perché si vedesse “plasticamente” il suo dominio.

Ho ricordato che “l’amministrazione Stefàno”, così s’è firmata sui manifesti affissi in tutta la città di Casarano, dove risiedo, è ricorsa alle affissioni murali per minacciarmi, intimidirmi, isolarmi.

Con l’obiettivo, centrato, di darmi in pasto al branco: il linciaggio mediatico si è consumato sui social, in particolare sul profilo Facebook del sindaco di Casarano, dove i suoi “amici” definivano il boss come un “leone” e la giornalista “parassita, carogna” o peggio.

Ho parlato delle minacce del consigliere comunale Gigi Loris Stefàno, definito dagli inquirenti “contiguo” e “assonante” al clan, che dopo avermi minacciato s’è dimesso e delle misure di sicurezza disposte subito dopo nei miei confronti.

Ho parlato delle proroghe dei bandi-rifiuti in molti paesi del Salento, e sempre a beneficio dei gestori; della fosca vicenda dell’Aro9, ora finalmente commissariata, e dei suoi bandi sui rifiuti, che, bloccati per molto tempo, hanno avuto una ricaduta di oggettivo vantaggio economico per gli attuali gestori che danno lavoro a personaggi vicini ai clan. Come per esempio Igeco a Parabita e a Casarano, dove dà lavoro a Luigi Spennato, esponente di spicco del clan MOntedoro Potenza, ridotto in fin di vita a colpi d’arma da fuoco subito dopo l’assassinio del boss.

Insomma: non è che abbia detto niente di nuovo.

Tutti fatti noti all’opinione pubblica e anche alla magistratura, anche contenuti in informative e relazioni della DNA.

E’ solo che li ho scritti e li ho messi in fila, con le mie inchieste.

Questo è diventato oggi ancora più pericoloso del cercare le notizie: ricordare i fatti, collegarli ad altri fatti in una logica consequenziale che sui quotidiani si perde e si diluisce nelle minuzie della cronaca.

Ho ricordato le tante querele temerarie e le minacce anche pesantissime. Ho ricordato la solidarietà delle colleghe e dei colleghi; della FNSI e di Ossigeno per l’Informazione, che hanno messo a disposizione gratuitamente i loro legali per difendermi, affianco al bravissimo avvocato e amico Roberto Fusco, che mi ha difesa contro la querela temeraria dell’editore e politico Paolo Pagliaro; ho parlato dell’importanza del rilanciare le inchieste dei giornalisti minacciati, come fa con impegno Articolo21.

Non ho omesso della grande difficoltà del fare inchieste da freelance, senza un grande editore alle spalle, quanto sia difficile tenere la schiena dritta quando a tenerla in piedi è solo la tua coscienza.

La mia audizione avrà delle conseguenze: i verbali saranno inviati alla Commissione nazionale antimafia; la commissione regionale antimafia presenterà anche una mozione in Consiglio regionale per impegnare la Giunta ad attivare nuovi sistemi di controllo sulle infiltrazioni mafiose nel ciclo dei rifiuti. Il giorno successivo il M5S ha chiesto al presidente del Consiglio Mario Loizzo di calendarizzare la proposta di legge “Verso un’economia circolare a rifiuti zero”, aggiungendo anche che “La politica non può limitarsi a frasi di solidarietà nei confronti di giornalisti coraggiosi come Marilù Mastrogiovanni ma deve fare il proprio lavoro e agire concretamente nelle istituzioni”. Il consigliere penta stellato Antonio Trevisi ha anche ricordato che le ditte dei rifiuti sponsorizzano le campagne elettorali e che anche per questo è difficile sciogliere l’abbraccio mortale tra amministratori comunali, mafia e imprenditori incaricati della gestione dei rifiuti.

Sergio Blasi ha diramato un comunicato stampa in cui invita “tutti alla riflessione, specie chi non le ha lesinato attacchi e querele intimidatorie”. E ha aggiunto: “La stampa deve essere libera di svolgere il suo dovere fino in fondo, anche raccontando quegli aspetti delle nostre comunità che a molti piacerebbe restassero in ombra. La stampa ha nella sua natura il dovere di squadernare fatti ed episodi che possono imbarazzare, ha il dovere di portare i panni sporchi in piazza, per rendere urgente il ripristino del corretto svolgimento delle relazioni sociali, economiche e istituzionali”.

Io ringrazio tutti. E rassicuro tutti che continuerò a fare il mio dovere di giornalista e cittadina. Indipendentemente da dove sarà la mia residenza.

 

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