Villa Roth, la casa dei “fantasmi”

Bari, reportage. Siamo entrati nell’antica villa occupata, abitata da persone invisibili agli occhi della società
Share on Facebook0Tweet about this on Twitter0Share on Google+0Email this to someonePrint this page

Di Graziana Capurso

 

INCHIESTA “GLI INDESIDERATI DI CASA NOSTRA”. PUNTATA 10

Villa Roth oggi si mostra così: un cancello arrugginito, una cassetta delle lettere da rottamare e murales su ogni parete.

Entrarci è semplice, basta varcare la soglia. Nessuno ti chiede chi sei e che cosa vuoi, né tanto meno cosa ci fai lì. Alle 12.30 del mattino nell’atrio della villa non c’è nessuno. Solo nell’aria si percepisce profumo di cucinato, segno che qualcuno all’interno sta preparando qualcosa ai fornelli. Ad invogliarci ad entrare si aggiunge il rumore delle stoviglie che tintinnano, segno inconfondibile che la pausa pranzo è vicina.
Oltrepassato il cancello, proprio davanti alle scalinate dell’ingresso monumentale, ci si ritrova davanti ad un cumulo di giocattoli colorati, tutti gettati a terra. Scivoli di plastica, macchinine, bambole. Un’immagine che sorprende conoscendo la storia dell’edificio.

Da villa ottocentesca, a sede della segreteria del liceo Fermi, passando per rave party a base di alcool e droga, fino a diventare un centro sociale occupato. Rimasta abbandonata per circa 15 anni, Villa Roth rinasce (come la fenice dalle proprie ceneri) dalle diverse esigenze di precari, studenti, senza fissa dimora, migranti, artisti e attivisti politici che nel novembre del 2011 si sono organizzati per prendersi questa struttura in modo da soddisfare con un solo gesto le diverse necessità di questo nuovo e curioso collettivo. Il bisogno di una casa propria in cui vivere dignitosamente senza pagare affitti impossibili, la necessità di avere una sede politica per le proprie assemblee e la possibilità di organizzarsi all’interno di uno spazio sociale dove poter produrre spettacoli, concerti, corsi. In una parola occupazione.

Sono questi i mille volti di Villa Roth, la casa della discordia. Già della discordia, perché sono in molti ancora che la dipingono come un covo di “barboni e migranti, buoni a nulla, drogati e delinquenti”. Dei vecchi intenti politici e sociali né è rimasta solo l’ombra. Nessuno degli attivisti che quel lontano 26 novembre di 6 anni fa occuparono con la forza la Villa vive ancora lì. Ad attenderci subito dopo l’ingresso, due porte più in là c’è una donna. Capelli ricci, occhi piccoli, labbra carnose e pelle nera. Sta preparando il pranzo per la sua famiglia. Ci osserva e poi riabbassa lo sguardo sulla scarna tavolata del suo “monolocale”. Le chiediamo se oltre lei, ci sia lì qualcuno  con cui poter parlare, ma ci ignora. Dopo un po’ d’insistenza, finalmente apre bocca: << Non posso aiutare, qui non c’è nessuno. Solo io. Sono tutti via>> riusciamo a strapparle solo questa frase nel suo italiano stentato. E in effetti lì non c’è proprio nessuno.

Desolazione e incuria. Sono questi i tratti distintivi di quel posto.

Mentre stavamo per allontanarci, ad attirare la nostra attenzione ci pensa il rumore dei passi di un uomo sulla 60ina, attutito dalle foglie secche che tappezzano il giardino abbandonato. Indossa un cappellino di lana grigio topo, ha i vestiti usurati la barba incolta e l’alito che da di alcool scadente. Cammina di gran carriera. Lo salutiamo, ci risponde con un <<ciao>> ma è nervoso. Ci evita. Poi ad un tratto alza la voce: <<Pensi di farmi paura?>> urla in dialetto barese. E solo allora ci accorgiamo che dalla parte opposta della villa ci sono altre due persone. Un uomo e una donna, imbacuccati nelle loro felpe multicolor. Interrompiamo la loro accesa discussione chiedendo informazioni, ma sono schivi: <<Chi vive qui?>> << Nessuno>>rispondono all’unisono. Poi ci domandano:

<< Siete qui per la festa di stasera?>><< No no, nessuna festa, volevamo parlare con qualcuno del collettivo>>. E dopo essersi scambiate delle occhiate veloci e furtive, si ammorbidiscono.

Il ragazzo, con un forte accento dell’Est, ci spiega che qui dei vecchi occupanti non c’è più nessuno. Sporadicamente solo uno si fa vedere, ma ormai è sempre fuori per lavoro. La donna accanto a lui annuisce: <<Qui viviamo noi e loro>>, ci dice indicando con un cenno della testa la parte opposta della villa da cui proveniva un forte odore speziato.

Sì, perché è da un anno a questa parte che Villa Roth è diventata la casa di una dozzina di migranti provenienti dall’ex Set che convivono con altrettante famiglie italiane. L’edificio è stato recuperato e riaperto dal Comune di Bari che cerca di dare un’abitazione dignitosa a queste famiglie, sobbarcandosi anche il pagamento delle bollette di luce, acqua e gas. Qui convivono senza dimora e migranti in tranquillità: <<Noi siamo in cinque da questa parte della casa. Siamo regolarmente iscritti negli elenchi del Comune come senza tetto e andiamo molto d’accordo con loro – ci racconta il ragazzo riferendosi alle famiglie di migranti- ognuno pensa per sé e nessuno si pesta i piedi>>.

<<Non facciamo nulla di particolare– aggiunge la donna- c’è chi lavora, chi si riposa, chi cerca riparo solo per una notte o due. Ogni tanto vengono dei ragazzi per fare festa, ma niente di che. Noi ormai ci siamo abituati a questa routine>>.

Ci congediamo così, con un sorriso e una stretta di mano. Loro tornano alle loro beghe personali, noi al nostro lavoro. Intanto nella grande villa nel cuore del quartiere San Pasquale, dove un tempo si rivendicava a gran voce il diritto alla socialità e alla felicità, tutto tace. Sotto una spessa coltre di abbandono.

INCHIESTA “GLI INDESIDERATI DI CASA NOSTRA”

LE ALTRE PUNTATE

Gli indesiderati di casa nostra
#SeMiCacciNonVale
“Indesiderata a casa mia”. La testimonianza
Daspo Urbano, decreto MInniti: ai parlamentari pugliesi non piace
Da Dante a Napoleone: fenomenologia della repressione
Daspo urbano: alle radici dell’ostracismo
Da Elio Germano a Giò Sada, villa Roth è tutta uno “spettacolo”
Fogli di via, come difendersi
Italo Di Sabato: occhi aperti sulla repressione in Europa

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

About The Author

Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

Related posts