Lirica Lecce: Traviata, il tempo dell’anima

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Di Fernando Greco
(foto di Samuele Vincenti)

Nonostante i patinati auspici che hanno caratterizzato due mesi fa la riapertura del teatro Apollo, anche quest’anno la Stagione Lirica leccese si è aperta nel segno della precarietà e dell’incertezza seppur con qualche barlume di speranza per il futuro. L’immancabile disponibilità del teatro Politeama Greco unita al sostegno da parte della Regione Puglia e al debutto di Fredy Franzutti nella produzione sono elementi di una nuova macchina che si spera possa intraprendere il rodaggio verso prestazioni sempre più brillanti, sostenute anche dall’atteso recupero del FUS, ovvero il Fondo Unico per lo Spettacolo, a partire dal prossimo triennio.

Nel frattempo, l’aspettativa del sold-out in una città molto legata alla tradizione operistica ha fatto leva anche quest’anno sulla scelta di due titoli molto popolari quali “La Traviata” di Giuseppe Verdi e “Madama Butterfly” di Giacomo Puccini, sebbene la serata inaugurale de “La Traviata” abbia registrato la presenza di molti posti vuoti, forse a causa di una promozione non ottimale e anche della coincidenza con il Festival del Cinema Europeo, che durante la stessa serata ospitava nel cinema Massimo, a un tiro di schioppo dal Politeama, l’attrice Isabella Ferrari. Tralasciando il cronico problema del coordinamento tra le diverse attività culturali cittadine, va detto che il pubblico presente alla prima si è goduta una “Traviata” realizzata sì in economia, ma nondimeno accattivante dal punto di vista scenico e musicale.

ESSENZIALE E ACCATTIVANTE

L’intelligente messa in scena creata dal regista Alessio Pizzech ha giocato sul contrasto tra l’essenzialità delle suppellettili e il caleidoscopico light – design di Claudio Schmid, che talora riempiva di colori molto netti le spoglie pareti sceniche talora le inondava di bianco, evidenziando la sospensione del momento narrativo a vantaggio di una scansione intimista degli eventi, una migliore definizione del “tempo dell’anima” della protagonista. Molta importanza è stata attribuita al personaggio della serva Annina che come un cane fedele assecondava con la mimica più che con il canto gli stati d’animo della sua padrona, fino alla scena finale in cui rimaneva in disparte a pregare ai piedi del letto mentre Violetta consumava gli ultimi istanti di vita su quella chaise longue presente durante l’intero svolgersi dell’opera, marchio di dissolutezza con il quale la protagonista è stata bollata indelebilmente. Eleganti i costumi disegnati da Pierpaolo Bisleri, responsabile anche della scenografia.

Gli interventi di danza eseguiti dai tre ballerini Nuria Salado Fusté, Alessandro De Ceglia e Federica Resta hanno costituito la ciliegina sulla torta, incantevoli momenti di composta eleganza regalati al pubblico da parte dei tre solisti del Balletto del Sud diretto dal coreografo Fredy Franzutti.

Il tessuto musicale è stato ordito in maniera coinvolgente dall’Orchestra Sinfonica di Lecce e del Salento diretta per l’occasione da Vlad Conta, direttore stabile dell’Opera di Bucarest: a un primo atto talora precipitoso ha fatto da contraltare il nitore espressivo dei momenti più drammatici. Emozionante il risalto dato ai violoncelli in “Dite alla giovine”.

Discreta la performance del Coro Opera in Puglia istruito da Emanuela Aymone.

IL CAST VOCALE

Il soprano Irina Dubrovskaya ha vestito i panni di Violetta forte di un’esperienza decennale con il complesso personaggio verdiano: una voce estesa e ben proiettata, dal timbro autenticamente lirico, a servizio di un’efficace autorevolezza scenica, le ha consentito di delineare il ruolo della protagonista in maniera sempre convincente, a partire dai folli gorgheggi iniziali (con tanto di Mi bemolle sovracuto) fino alla scena della morte. La stessa autorevolezza ha caratterizzato il ruolo di Papà Germont interpretato dal baritono Ionut Pascu con notevole phisique du role e possente timbro vocale. Il tenore Davide Giusti ha vestito i panni di Alfredo con opportuna freschezza vocale e un senso di spaesamento quasi adolescenziale che ben contrastava l’imponente presenza scenica degli altri due protagonisti. Molto azzeccata la scelta di personaggi di contorno, a partire dal delizioso Gastone interpretato con bel timbro vocale dal tenore Raffaele Pastore, già Alfredo nelle repliche del concerto tenutosi in febbraio per la riapertura del teatro Apollo. Molto partecipe delle ragioni registiche il soprano Gloria Giurgola nel ruolo della fedele serva Annina. Di lusso la partecipazione del basso Domenico Colaianni nei panni del Marchese D’Obigny e del mezzosoprano Antonella Colaianni nel ruolo di Flora. Il baritono Carlo Provenzano è stato un Barone Douphol d’autorevole vocalità e nobile aspetto scenico. Puntuali gli interventi del basso Luca Gallo, del tenore Federico Buttazzo e del baritono Giorgio Schipa nei rispettivi ruoli di Dottor Grenvil, di Giuseppe e del Domestico.

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