Il voto non puzza

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Risposta alle rettifiche e alle minacce lanciate a mezzo stampa dal primo cittadino di Casarano. Mentre Rosafio mette in mora il Comune

Di  Marilù Mastrogiovanni

C’era un tempo in cui il detto Mìntite cu lli meju te tie e fanne e spese aveva ancora un senso (accompàgnati con quelli più onesti di te e fanne le spese). Questo detto, secondo Oronzo Russo, scrittore che sceglie proprio questo proverbio per dare il titolo al volume che raccoglie i proverbi del Capo di Leuca, rappresenta un “faro” nell’etica di questo pezzo di finis terrae.

Significava che scegliendo per amici i migliori e i più onesti della società, riconosciuti come tali, non potevi incorrere in scivoloni, né rischiare di essere tacciato di “fartela” con gente poco raccomandabile, mettendo a rischio la tua reputazione. La luce di questo “faro” è stata spenta a colpi di sassate. Non ci sono più amicizie che imbarazzano. E a queste latitudini, non ci sono voti che puzzano.

Suffragium non olet. Il voto non puzza. Se ti fa governare, tutti i voti sono ben accetti, anche quelli che porta in dote la sacra corona unita. Da Lecce a Squinzano, da Gallipoli a Surbo ad Acquarica a Parabita, nel Salento è facile che accada. Ed è anche normale: nel senso che è normale che la scu cerchi di condizionare le attività amministrative e gli appalti. Ma negli ultimi anni, come ha più volte detto e scritto il procuratore Cataldo Motta, c’è stata un’inversione di tendenza: sono politici e imprenditori che cercano la mafia per essere eletti e per avere protezione. Il vicesindaco di Parabita, poi arrestato per concorso esterno in associazione mafiosa, si definiva il “santo in paradiso” del clan Giannelli.

E’ inaccettabile ed è incredibile che Gianni Stefàno affermi di non sapere nulla sulla “contiguità” del suo consigliere col clan Montedoro-Potenza. E’ questo che ha dichiarato nell’intervista rilasciata a Luciana Esposito, direttora di Napolitan. Se gli inquirenti scrivono che il consigliere Luigi Loris Stefàno, eletto nella lista del sindaco, è riconosciuto dalla cittadinanza come “assonante al clan Montedoro-Potenza”, significa che la sua “contiguità” era inequivocabilmente risaputa da tutti già nel 2012, quando fu eletto con poco meno di 200 preferenze.

Si racconta di una spedizione di un gruppo di amici “contigui” a Potenza che, all’esterno del carcere di borgo San Nicola, spararono i fuochi d’artificio per comunicare al boss che erano scaduti i termini di custodia cautelare e che stava per essere rilasciato. Era sempre il 2012.

I tentativi di buttarla in caciara da parte di Gianni Stefàno e del consigliere comunale eletto nella sua lista Luigi Loris Stefàno e definito dagli inquirenti “contiguo” e “assonante” al clan Montedoro-Potenza sono una strategia evidente di “distrazione di massa”.

Non inviano richieste di replica/rettifica in redazione, ma lanciano strali e minacce da manifesti e interviste che rilasciano ad altri giornali.

 

Rimangano sul punto e diano conto invece al giornale e dunque alle cittadine e ai cittadini di Casarano di tale “contiguità” e “assonanza” che, già nel 2012, scrivono gli inquirenti, rappresentava un “effettivo rischio di inquinamento mafioso del tessuto economico” di tutto il “comprensorio territoriale” del basso Salento, e non solo di Casarano.

Quanto questo rischio è stato scongiurato e quanto invece è diventato sistema mafioso di gestione della cosa pubblica?

Ne devono dar conto tutti gli amministratori, quelli in lista col consigliere, quelli seduti al suo fianco sugli scranni comunali, quelli che hanno governato. Perché se essere amico del boss può non avere risvolti penali, ne ha e tanti sul fronte etico e politico. Come diceva il grande Fabrizio De Andrè: “Per quanto voi vi sentiate assolti, siete per sempre coinvolti”.

Entrando nel merito dei fatti contestati da Gianni Stefàno a mezzo stampa (manifesti e interviste):

  1. afferma che non è vero che i beni confiscati al boss Potenza e ora di proprietà pubblica sono stati abbandonati, ma dice che sono stati affidati con delibere e determine ad alcune associazioni.

Che noia. E’ proprio quanto scritto da me. Ho scritto che non sono stati affidati con bando pubblico e con la massima trasparenza, come richiede la legge sui beni confiscati, ma sono stati affidati con determine e delibere ad hoc e senza bando. Sono stati lasciati nel più totale abbandono, tanto che uno di questi (al piano terra) condivide l’ingresso con la sede dell’azienda del boss (al primo piano). Di quest’abbandono ho pubblicato ampia documentazione fotografica, tanto che sulla porta d’ingresso di un bene confiscato c’è l’adesivo del marchio del boss, “Italiano tenace”, mentre l’uliveto del boss è stato interamente “capitozzato”.

  1. Afferma che non è vero che l’impianto di compostaggio presentato al Comune da Gianluigi Rosafio avesse avuto tutti i permessi positivi e che poi è stato bloccato.

Che noia. Mi tocca ripetere le stesse cose. E’ dal 2012 che seguo tutto l’iter di approvazione di quell’impianto, denunciando proprio i pareri positivi del Comune (con Gianni Stefàno sindaco) e della Provincia (con Gianni Stefàno assessore al ramo) e ho pubblicato tutti gli atti, incluso il progetto.

L’inchiesta di 5 anni fa sull’impianto di compostaggio non è mai stata contestata da Gianni Stefàno (né dal sindaco né dall’assessore al ramo).

All’epoca scoprii e denunciai che, nonostante Rosafio, genero del boss della scu Giuseppe Scarlino detto Pippi Calamita, non risultasse nella proprietà, attraverso visure e dati catastali era dimostrabile (e l’ho dimostrato) che l’impianto era riconducibile alla famiglia Rosafio. Fatto oggi confermato dallo stesso reale proprietario. Il Tacco ha seguito passo passo quell’iter, denunciando il fatto che i pareri fossero positivi. Poi, dopo una lunga fase di stallo e inerzia, che denunciammo, il progetto è stato bocciato. Perché sia chiaro: quel progetto, così come fu presentato all’epoca, prevedeva di smaltire anche fanghi industriali e secondo me era argomento da trattare con cautela, dal momento che Rosafio aveva all’epoca un processo in corso proprio sulla l’illegale smaltimento di fanghi e liquami avvalendosi del metodo mafioso (per cui è stato condannato in appello e poi assolto nel processo di revisione). Oggi scopriamo però, grazie alle intercettazioni, che per la bocciatura tifavano nientedimeno che il boss Augustino Potenza e un dirigente della Igeco. E che tali pressioni avvenivano sul consigliere comunale “contiguo” al boss.

  1. E la smetta Gianni Stefàno di dire che infango il nome dei casaranesi e l’onorabilità della città e che i casaranesi non sono mafiosi e bla e bla e bla.

Se dicessi (e non l’ho detto) che i casaranesi sono mafiosi e omertosi si offenderebbe solo chi lo è. Perché la maggior parte dei casaranesi sono dalla parte della legalità e sono le mamme e i papà e gli zii e i nonni e i cugini e gli amici di quelle ragazze e ragazzi che sono scesi in piazza il 21 marzo

Così come se una donna viene appellata con “troia”, ride di gusto, mica si offende, in quanto l’offesa e la minaccia qualifica chi la fa (certo, poi quella donna presenta denuncia).

Il paradosso è che ora Gianluigi Rosafio ha messo in mora il Comune, perché –scrive Rosafio nella sua lettera di messa in mora inviata al Comune – bloccando l’impianto ha causato dei danni all’azienda. E non è inverosimile che li ottenga e che li pagheranno i soliti fessi, cioè i cittadini.

Quindi vorrei capire, nell’interesse dell’opinione pubblica, perché c’è stata questa inaspettata inversione di marcia. Vorrei capire che cosa sono i “saluti” che ha inviato il dirigente Igeco al consigliere Stefàno e perché questo si è lamentato che sono arrivati “in ritardo”.

Vorrei capire perché il boss Potenza premeva perché l’impianto non si facesse, così come remava contro il dirigente della Igeco, la ditta cui il Comune ha ora prorogato l’appalto per la raccolta rifiuti e che, non dimentichiamolo, dava lavoro a Luigi Spennato, esponente di spicco del clan (esattamente come è successo a Parabita, che però è stato sciolto per infiltrazione mafiosa).

Insomma, vorrei capire, visto che alla fine l’impianto del genero del boss Pippi Calamita non s’è fatto, quale clan della scu dobbiamo ringraziare per non avere liquami sotto il nostro naso.

E vorrei capire quante aziende, ristoranti, bar, centri commerciali, lidi gallipolini ha foraggiato il boss con i proventi dello spaccio di cocaina e grazie a quali colletti bianchi.

Soprattutto vorrei sapere che cosa abbiamo dato in cambio.

Forse l’anima di persone e la dignità di cittadini?

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