Dimostrare il proprio valore due volte. Il ricordo di Michele Frascaro

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Il giornalista Michele Frascaro

Dimostrare il proprio valore due volte. Il ricordo di Michele Frascaro

Di Ivan il matto aka Francesco Ria

Ci sono pugliesi che sono tra i più grandi italiani di sempre: Rodolfo Valentino, Aldo Moro, Tonino Bello, Giuseppe Di Vittorio, Pietro Paolo Mennea. Eccellenze mondiali. Due, in particolare, mi appassionano da sempre: Di Vittorio e Mennea. Il primo, anche quando era al confine, non smise mai di coltivare la terra. Mennea, aveva dentro quella sana rabbia così antitetica con il lassismo che in tanti, superficialmente, attribuiscono al Meridione. “Un ragazzo del Sud, senza pista, oggi ha fatto il record del mondo” commentò a caldo dopo lo strepitoso 19.72 di Città del Messico che resisterà per 17 anni (un’eternità per l’atletica leggera). Se ne andava il 21 marzo del 2013. Ci ha insegnato che essere del Sud vuol dire dover dimostrare due volte il proprio valore per vederlo, forse, riconosciuto: prima devi combattere con l’invidia dei paesani, quelli che ipocritamente ti esalteranno quando diventerai famoso, e poi con quella del resto del mondo. Ci ha insegnato come il commiserarsi può solo uccidere il talento. Ci ha insegnato che il lavoro e il sacrificio portano i risultati.

Il 21 marzo del 2010 se ne andava Michele Frascaro. Conservo le ultime email che ci scambiammo pochi giorni prima: ci raccontavamo del dolore morale nel non vedere riconosciuto il valore di un progetto, di un’idea, di un lavoro. Ci raccontavamo di come i dirigenti dei partiti preferissero sempre evitare di fare emergere le più belle realtà locali per paura di perdere il proprio potere, per paura di perdere la propria posizione. Subito dopo la sua morte in molti a sinistra, falsi e meschini, si affrettarono a dire che il suo nome era tra i candidati per le elezioni regionali che si sarebbero tenute da lì a qualche settimana. Nei suoi messaggi conservo la memoria di ciò che in realtà stava accadendo. I ricordi sono personali, ma una sua frase la voglio condividere: “Avrei tanto da dirti su quanto sta accadendo intorno alla storia della mia candidatura: veti, parolacce…, guerre, candidatura considerata debole dal Segretario provinciale. In tanti mi stanno usando per i cazzi loro. Ahi Checco! So solo che fuori dai gruppi dirigibili…c’è tanta stima intorno a me, affetto e disponibilità a lavorare”. Ovviamente non volevano candidarlo. Michele era un ragazzo del Sud, di paese. Di quei paesi che quando passi per la chiazza e sei vestito in modo non omologato, senti le voci di chi è da anni fermo sempre allo stesso bar dell’angolo: “Quistu lu comunista ete. Dice ca l’ane vistu ca se drogava e ca se la facìa cu masculi e femmane”. Se Michele fosse nato a Milano o a Londra probabilmente sarebbe stato la penna di punta di un importante giornale, avrebbe fatto carriera radiofonica e televisiva. Oppure sarebbe stato uno stimato intellettuale, invitato a presentare i suoi libri alla Feltrinelli. Invece, nasci a Supersano, a Collepasso, a Poggiardo (mi perdoneranno i leccesi se nomino paesi a loro sconosciuti) e anche per organizzare un concerto devi sbattere contro muri di gomma di una burocrazia che diventa strumento politico e di forze dell’ordine che vengono a prendere i nominativi e schedano chiunque si sia permesso di andare ad ascoltare “la musica te li drogati”; mentre sul municipio le varie mafiosità locali accaparrano il consenso sociale spartendosi indisturbate persino gli appalti sul rifacimento dei marciapiedi. Partendo da questa realtà Michele Frascaro inventò e animò alcune delle esperienze sociali più intense vissute dal Salento, che in tanti conoscono e ancora ricordano, anche in questi giorni, sui social network. Questo era Michele. Questo era Pietro Paolo. Questo è ogni ragazzo del Sud che non si piange addosso. E che sa come essere del Sud significhi sempre dover dimostrare il proprio valore due volte.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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