Far web. Se nel Pd e M5S la democrazia è “virtuale”

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//L’INTERVISTA. Il futuro della democrazia e del web. La lucida analisi di Giacomo e Andrea Lisi, avvocati del foro di Lecce

Il libro fresco di stampa “Democrazia: dal passato, il futuro” di Giacomo Lisi, avvocato del foro di Lecce, analizza il reale livello di democrazia all’interno dei due principali partiti italiani, il Pd e il M5S, passando sotto la lente d’ingrandimento i rispettivi statuti.

Risultato? In nessuno dei due esiste una concreta possibilità per gli iscritti di esprimersi direttamente. Inoltre, nonostante il web consenta di gestire efficacemente il voto elettronico, peraltro sperimentato con successo proprio nel Salento, ci si affida ancora alla carta e alla matita copiativa, mentre si potrebbe spingere l’acceleratore sull’innovazione tecnologica. Abbiamo posto alcune domande a Giacomo ed Andrea Lisi, quest’ultimo avvocato esperto in diritto dell’informatica, per cercare di capire che cosa dobbiamo ancora mettere a frutto, del passato,  per costruire un futuro più democratico. MLM

 

Risponde Giacomo Lisi, Avvocato, Autore del Volume “Democrazia: dal passato, il futuro”, ClioEdu Editore

 

Quali statuti dei partiti sono stati analizzati nel libro e che cosa ne emerge?

Nel “Sillabario” sono stati analizzati soltanto gli statuti del Movimento 5S e del PD; dalla disamina di quest’ultimo è possibile dedurre che nel PD esiste una forma esasperata di democrazia rappresentativa, nel senso che alla cosiddetta “base”, formata da iscritti o simpatizzanti esterni, non è data possibilità alcuna di decisione autonoma, ma soltanto di elezione per delegare gli iscritti a far parte dell’assemblea nazionale.

Pertanto non si prevede un’assemblea “generale” che possa assumere decisioni – salvo su generici indirizzi politici del partito – ma essa, a sua volta, può però eleggere la Direzione Nazionale. Il potere decisionale, a ben vedere, spetta al Segretario del partito che si avvale di un organo esecutivo, la Segreteria Nazionale, composto da non più di 15 membri da lui stesso nominati. Si potrebbe immaginare quest’ultimo organo come una specie di “cerchio magico” che ruota intorno al Segretario, come di solito accade, di fatto, anche negli altri partiti.
Nello Statuto del M5S il potere è detenuto, in maniera ancora più salda, dal fondatore, Beppe Grillo, proprietario sia del logo “M5S” che del sito  www.Beppegrillo.it/Movimentocinquestelle, così come stabilito fin dall’atto costitutivo. Nello statuto, inoltre, si ribadisce la titolarità del blog e del sito che “vengono messi a disposizione dell’associazione”. Per il resto il potere dell’associazione www.cinquestelle.it è ugualmente concentrato nelle mani del fondatore, al quale poi si è aggiunta di fatto la presenza di un co-fondatore, Roberto Casaleggio. Nello statuto infine, non è prevista né la possibilità di revoca del segretario e neppure la data di cessazione del suo incarico.

 

Quali “imprevedibili lacune” che avete trovato nei vari statuti dei partiti?

In entrambi i casi esaminati ci troviamo di fronte a un’assenza di democrazia che nel PD risulta meno vistosa, mentre nel M5S è quanto mai evidente e preoccupante.

Si può soltanto rilevare che se nell’art. 1 della nostra Costituzione sono previsti limiti alla democrazia vera, quella diretta, nel senso che ai cittadini è consentito soltanto di votare per eleggere i suoi  rappresentanti, non si vede perché questi limiti debbano sussistere  nell’ambito dei partiti – che giuridicamente sono delle private  associazioni di fatto – e non possa essere invece adottata dagli stessi, nel rispetto dell’art. 49 della Costituzione, almeno una  più ampia possibilità di decisione, il che è una macroscopica lacuna.

 

Può il web essere democratico?

La risposta a questo quesito non può essere che positiva. L’argomento necessita di un serio approfondimento poiché la politica non può ignorare la tecnica.

Il web è per sua natura “democratico”, ricordiamo che la Primavera Araba è partita, si è diffusa e ha cominciato a operare dal web.

 

Come si potrebbe gestire la democrazia diretta tramite il web?

Per rispondere a questa domanda possiamo esaminare due diversi aspetti: il primo riguarda l’informazione tramite web, il secondo la votazione con sistema elettronico.

Si può rispondere semplicemente che la cosiddetta informazione “orizzontale”, quella che si diffonde tramite mail, è innocua se soggetti privati, in buona fede, si scambiano notizie e informazioni provenienti da fonti certe; il pericolo sussiste nel momento in cui vengano diffuse informazioni errate o ancor peggio, notizie consapevolmente false, le cosiddette “bufale” delle quali ultimamente si è parlato molto sulla stampa.
Da una scorretta informazione derivano scelte errate, conseguenti al veleno diffuso sul web, e  in questo caso si tratta di veri e propri reati previsti da apposita  recente normativa, come l’art. 640 ter, oltre il più generico art. 656  c.p.. Lo stato deve vigilare per impedire questi abusi.

Per quanto riguarda il voto elettronico, possiamo dire che già dal 1960 cominciarono esperimenti con sistemi che prevedevano il voto con schede perforate, mentre negli anni ’80 si è sperimentato il voto telefonico tramite internet. Da allora, come è intuibile, la tecnica elettronica ha introdotto sistemi sempre più protetti dal rischio di manipolazioni e controllo dei voti e anche in Italia le esperienze incentrate su sistemi di dematerializzazione del voto sono state numerose. Negli ultimi tempi la votazione con il voto elettronico è stata eseguita in diversi Stati e il 5 novembre scorso negli Stati Uniti d’America, per l’elezione del Presidente e della Camera dei Rappresentanti, gli elettori hanno potuto votare usando dispositivi elettronici.
Ma già in precedenza in vari Stati si è proceduto alla sperimentazione di questa modalità di voto: in Brasile nel 1996, in Australia, in Svizzera, dove il voto elettronico è stato testato per oltre 10 anni in alcuni Cantoni. Un questo campo anche l’Estonia è all’avanguardia, il Governo ha infatti fornito alla popolazione una carta d’identità digitale e, attraverso un software di cifratura, i cittadini hanno potuto votare comodamente e validamente nel soggiorno di casa.

È intuibile, in virtù di queste considerazioni, che il voto elettronico sarà il mezzo di votazione di un futuro molto prossimo: se questa modalità di voto da un lato non comporta spese e permette ai cittadini di essere chiamati  alle urne per decidere sulle proposte di legge oppure sul Referendum  Propositivo con una frequenza inimmaginabile, dall’altro non è escluso che sia manipolabile da poteri forti.  Ma il voto elettronico fa paura anche perché potrebbe garantire la democrazia  diretta e nei partiti mancherebbero così i motivi per impedire alla base di esprimersi e decidere.

 

Risponde  Andrea Lisi – vignettista per diletto nel Volume e avvocato esperto di diritto dell’informatica; Direttore del Master Unitelma Sapienza “I professionisti della digitalizzazione e della privacy”.

Come si potrebbe gestire (e senza falle) il voto elettronico?

Prima di affrontare il tema della gestione, sarebbe opportuno quanto meno informare i cittadini 2.0 dell’esistenza del voto elettronico e renderli consapevoli delle sue potenzialità. Riflettiamo sul fatto che l’attuale sistema di voto italiano si basa ancora sull’utilizzo del “dispositivo” della scheda cartacea e della matita copiativa, da ritenere sicuramente avanzatissimi nel 1946, all’epoca del referendum fra monarchia e repubblica, ma non in relazione al livello di progresso tecnologico a cui siamo giunti. Chiedersi dunque se e come la tecnologia possa essere applicata all’espressione della volontà popolare è più che lecito, anzi è ormai doveroso, così come affrontarne in concreto le possibili prospettive di gestione, pur nella consapevolezza che per quanto si possano predisporre presìdi di sicurezza informatica in teoria inattaccabili, nemmeno l’attuale voto cartaceo è in grado di offrire l’assoluta certezza dell’assenza di disfunzioni o – nei casi peggiori – di tentativi di brogli. Ovvio che occorre procedere con gradualità e ascoltando l’opinione di tutti (e in particolare degli esperti della sicurezza informatica da sempre critici in merito all’utilizzabilità di strumenti di voto on line, soprattutto in relazione alle garanzie di segretezza dello stesso), ma la discussione va comunque affrontata e va ricordato che piattaforme di voto elettronico esistono già in Italia: le votazioni del Senato Accademico e quelle studentesche  si svolgono on line in diverse università italiane. Inoltre, ci sono soluzioni “miste” e “ibride” di voto elettronico che vanno verificate.
In ogni caso ben si potrebbe procedere iniziando a testare i sistemi con votazioni meno “delicate” e magari di natura più consultiva, per poi piano piano aprire la strada alla tecnologia più sicura e adatta a votazioni politiche di natura elettiva.

 

Ma in Italia, regina dei brogli elettorali (e considerato che anche i sistemi informatici del Ministero degli Esteri sono stati hackerati) sarà davvero possibile?

Si potrebbe rispondere a questa osservazione con un’altra domanda: il voto cartaceo ha impedito il verificarsi di alcuni meccanismi di cui tutti, negli anni, siamo stati diretti spettatori (scrutini lunghissimi, conteggi che spesso non tornano, schede annullate a causa di piccoli segni o dubbi sulla validità del voto e, nel peggiore dei casi, brogli elettorali perpetrati con la connivenza di presidenti di seggio e scrutatori, voto presidiato e pilotato in interi territori controllati dal racket mafioso)? Evidentemente no. Dobbiamo essere consapevoli che il voto cartaceo non è in grado di garantire una sicurezza assoluta e una trasparenza totale: le falle ci sono e spetta alla buona fede e al controllo di chi segue le operazioni di voto evitare che qualcuno in quelle falle ci si infili disonestamente. Stesso discorso vale per il voto elettronico e un primo, ragionevole passo per entrare in confidenza con questo strumento potrebbe essere quello di testarlo in maniera – come già riferito – graduale, in contesti potenzialmente meno “rischiosi” rispetto alle votazioni politiche (come è già stato fatto in alcuni ambiti circoscritti in Italia).

Il web è e rimane uno strumento, pur incredibile che sia e, pur se per sua natura “democratico”, può essere orientato. Occorre quindi verificare come prevenire distorsioni o controlli occulti. E tuttavia il dibattito sul voto elettronico non deve essere associato solo ad atteggiamenti potenzialmente rischiosi, ormai radicati nel web. Occorre a tal proposito fare una distinzione fondamentale tra il voto elettronico presidiato (che prevede l’uso di un computer installato nella cabina elettorale, presso la quale il votante si deve fisicamente recare) e il voto elettronico non presidiato (che permette di votare a distanza mediante una connessione web). Si potrebbe cominciare con il testare, intanto, il voto presidiato, su cui sono state già fatte in Italia diverse sperimentazioni di successo in ambito locale, come quella portata avanti nel 2013 nei Comuni pugliesi di Martignano e Melpignano (Progetto “Salento eVot-ing”). Il voto on line non presidiato, richiede sicuramente misure di sicurezza più complesse e stringenti, tuttavia potrebbe rivelarsi utilissimo per acquisire in modo veloce il parere dei cittadini su questioni rilevanti, attraverso azioni consultive periodiche (di certo molto più affidabili dei soliti sondaggi che assillano i nostri politici condizionandone le scelte).

 

Il web può creare cittadini attivi (e non leoni da tastiera…)?  Come?

L’anonimato in Rete e una scarsa cultura verso lo strumento informatico (che viene ancora oggi avvertito come una sorta di Far Web) hanno senz’altro in questi giorni favorito il diffondersi di evidenti situazioni di “delirio di onnipotenza” che sono ormai fuori dal controllo: dalle esplosioni di odio on line, al sexting, sino al cyberbullismo… Eppure io credo che tutto ciò che oggi accade non sia “colpa” del web che è e rimane uno strumento, che andrebbe meglio gestito e controllato nei suoi effetti negativi e di cui andrebbe approfondita la conoscenza (anche da parte di noi giuristi).

Invece, la cultura del web, (nelle scuole, nella politica, nelle professioni e nelle PA) è ancora legata o a un vacuo e ottimistico approccio da storytelling, che presenta il web come il paese dei balocchi in cui tutto è possibile e tutto funziona, o a uno svogliato disinteresse. Invece, ci vorrebbe ragionamento e critico approfondimento in ogni settore.

Questo si avverte anche nelle leggi. Oggi appena il problema emerge in modo grave (pensiamo al terribile suicidio di una vittima di cyberbullismo) si chiede al legislatore di intervenire con nuove leggi repressive di emergenza. Nulla di più sbagliato. Le leggi in Italia ci sono (anzi sono troppe e andrebbero al più semplificate) e vanno solo reinterpretate nel contesto digitale, per farlo l’unica chiave di lettura è appunto la conoscenza profonda dello strumento, a partire dai politici e dai giuristi.

A mio parere, solo questo approccio potrà favorire anche una cultura consapevole della Rete e un approccio al digitale più sereno e responsabile per tutti i cittadini.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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